
Il decreto Energia incentiva la fonte più cara in bolletta: il gas fossile

È atteso per oggi il nuovo decreto Energia-Bollette, su cui il Governo Meloni è al lavoro da mesi, anche se incredibilmente un testo definitivo ancora non c’è a poche ore dal Consiglio dei ministri. Le bozze circolanti lasciano però pochi dubbi su quale sarà la ratio del provvedimento, ovvero abbassare artificialmente (e temporaneamente) il costo della fonte più costosa – il gas fossile – anziché dare gambe a quelle più economiche, facilitando l’installazione di nuovi impianti rinnovabili.
Ormai non si tratta più di teorie futuribili, ma di pura esperienza empirica. Gli ultimi mesi del 2025 hanno visto l’assegnazione degli “incentivi” stabiliti dal decreto FerX transitorio per eolico e fotovoltaico – si tratta in realtà meccanismi di stabilizzazione sul lungo periodo per i prezzi dell’elettricità, tramite contratti per differenza (Cfd) –, dai quali sono emersi i seguenti prezzi medi: 72,85 euro/MWh per l’eolico e 60,03 euro/MWh per il fotovoltaico (dato che scende a 56,8 euro/MWh senza restrizioni sui pannelli cinesi), mentre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (fissato prevalentemente dal gas fossile tramite il meccanismo del prezzo marginale) era pari a oltre 115 euro/MWh. E se è vero che in bolletta ci finiscono anche altre voci oltre a quella dell’energia, questa nell’ultimo triennio ha inciso per oltre il 75% sui costi finali pagati dai consumatori, come nota Bankitalia.
Eppure il Governo sceglie di incentivare ancora l’uso di gas fossile. Il Coordinamento Free (Fonti rinnovabili ed efficienza energetica) commenta l’ultima bozza di decreto osservando che introduce all’articolo 5 un meccanismo di rimborso ai produttori termoelettrici a gas dei corrispettivi della tariffa di trasporto del gas e, in aggiunta, di una quota riconducibile agli oneri Ets (il mercato europeo della CO2) sostenuti per la produzione di energia elettrica: «Il rimborso dei costi legati al differenziale tra Ttf (l’hub europeo del gas) e Psv (Punto virtuale di scambio) e del contributo Ets (Emissions trading system) – oggi stimabili, più o meno, in circa 30 €/MWh – riduce artificialmente il costo variabile della generazione a gas, con il rischio concreto di aumentarne l’utilizzo nell’ordine di merito per la formazione dei prezzi in borsa. Si crea così un incentivo implicito a favore di una fonte fossile».
Peraltro l’intervento sull’Ets – sempre che passi al vaglio della Commissione europea – prevede che «il mancato gettito derivante dai rimborsi venga coperto tramite componenti applicate ai prelievi di energia elettrica. In altri termini, l’onere viene redistribuito in bolletta, con il rischio di penalizzare determinate categorie generando effetti redistributivi non equi. La strada più efficace e coerente – commenta il Coordinamento Free – dovrebbe essere quella di preservare integralmente il meccanismo Ets e di favorire in modo deciso la stipula di contratti Ppa a lungo termine per le fonti rinnovabili che oggi operano a mercato, con meccanismi di garanzia e aggregazione analoghi a quelli previsti per l’Energy release».
In questa prospettiva è certamente positivo quanto previsto all’articolo 3 della bozza di decreto in materia di contrattazione di lungo termine (Ppa) della produzione rinnovabile. «Tale impostazione andrebbe tuttavia ulteriormente rafforzata e resa centrale nella strategia di contenimento strutturale dei prezzi», conclude il Coordinamento, ma questo di fatto non sta avvenendo: anzi, le installazioni di nuovi impianti rinnovabili a gennaio 2026 sono state più basse di un terzo (-31%) rispetto a gennaio 2025.
«Va aumentata la produzione di elettricità da fonti rinnovabili: sono tecnologie più competitive e con costi stabili per 15-20 anni, indipendenti dalle crisi geopolitiche – concorda nel merito il vicepresidente di Finco e fondatore di Asja energy, Agostino Re Rebaudengo, oggi su La Repubblica – In parallelo, bisogna far decollare i Ppa tra privati e anche nella Pubblica amministrazione, e programmare aste competitive di lungo periodo».
Ancora una volta, si tratta del contrario rispetto a quanto previsto dal decreto in bozza: «A giudicare dalle misure oggi sul tavolo, l'effetto rischia di essere l'opposto – argomenta Re Rebaudengo – Invece di ridurre il prezzo dell'elettricità, si interviene rafforzando la componente più instabile del mercato, il gas. Imporre un prezzo più basso non elimina le cause della volatilità: può anzi amplificarla, perché sposta l'attenzione dal problema strutturale, la formazione del prezzo, a un correttivo artificiale. Le agevolazioni previste – rimborso dei costi di trasporto del gas naturale ai produttori termoelettrici e compensazioni legate all'Ets – abbassano "a tavolino" il costo del gas e, dettaglio non secondario, lo fanno facendolo pagare in bolletta elettrica. Il risultato prevedibile è che aumenti la generazione a gas: lavorano di più gli impianti che producono a costi più elevati rispetto alle rinnovabili. È difficile sostenere che sia il modo migliore per avere elettricità più economica».
Sulla stessa linea Michele Governatori, economista del think tank climatico Ecco: «Sia questo governo sia i precedenti hanno deciso di mantenere il gas come fonte strategica per l’approvvigionamento energetico – dichiara Governatori su Il fatto quotidiano – Oggi, con gli Usa diventati protagonisti del mercato globale come principali esportatori di Gnl via nave, questo è molto rischioso (Donald Trump può usarlo come arma) ed è costoso. Il mercato dell’elettricità, come tutti i mercati, funziona con il sistema del prezzo marginale, in cui il costo finale è determinato dalla fonte più costosa: quindi, se non riesci a rinunciare a una fonte costosa, il prezzo finale si fa su quella. La soluzione è ridurre il numero di ore in cui le centrali a gas sono necessarie, ad esempio installando sistemi di accumulo. Così, durante le ore di picco, non avremo bisogno del gas». E in merito alla misura sui Ppa presente nel decreto in bozza «va nella direzione giusta, ma riguarda solo le aziende. Invece sarebbe un’opportunità da offrire anche ai clienti domestici. Se un fornitore mi dicesse che compra solo energia da fonti eoliche e fotovoltaiche e mi fa pagare solo i costi fissi e lo stoccaggio, sarebbe conveniente: pagherei un prezzo competitivo e sarei protetto dalla volatilità del gas. Oggi il Gse approvvigiona energia da impianti fotovoltaici a 50 euro a megawattora, anche aggiungendo le batterie il costo finale si fermerebbe a 70-80 euro contro una media di mercato superiore ai 100».





