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Il decreto Bollette punta a stravolgere il funzionamento del mercato europeo delle emissioni

In difesa dell’Ets: 150 scienziati (e 2 premi Nobel) contro le proposte del Governo Meloni

«Innovazione e competitività sono indissolubilmente legate alla transizione energetica. Anche minori costi dell’energia e una maggiore sicurezza energetica sono ottenibili attraverso una transizione più rapida verso le energie rinnovabili»
 |  Nuove energie

Nonostante il passaggio del ciclone Harry sull’Italia del sud, col suo lascito di danni per miliardi di euro arrivato dopo un incremento negli eventi meteo estremi che flagellano il Paese pari al +526% nell’ultimo decennio – il segno tangibile della crisi climatica che avanza –, dal Governo Meloni è partito un nuovo attacco allo strumento europeo più consolidato per far pagare chi inquina il clima: il mercato delle emissioni di CO2 (Eu Ets).

La presidente Meloni parla di «speculazione finanziaria» e la misura più importante – ma ancora al vaglio di Bruxelles – contenuta nel decreto Bollette appena approvato prevede un ribaltamento di paradigma, dato che chi inquina lo pagheremmo noi: l’articolo 6 del provvedimento prevede infatti di rimborsare i costi della CO2 a chi acquista gas fossile per bruciarlo nelle centrali dove si produce elettricità, scaricandoli sugli oneri generali pagati in bolletta da famiglie e imprese.   

La logica è: riducendo i costi della "tecnologia marginale" – cioè del gas, che di fatto è ancora la principale fonte a determinare il prezzo dell’elettricità sul mercato all’ingrosso – si abbassa il prezzo dell'elettricità in modo più che proporzionale, dato che il gas risulta marginale in una quota di ore ben superiore alla quota di energia prodotta con questa tecnologia. La scommessa funziona solo se le centrali a gas trasferiscono effettivamente i risparmi ottenuti nelle loro offerte sul mercato del giorno prima. Ma non sarebbe più sensato ridurre direttamente la dipendenza dal marginale, investendo massicciamente in rinnovabili e storage, anziché stravolgere il mercato Ets? È quanto sostiene oggi una aperta firmata da 150 scienziati – tra cui due premi Nobel, il fisico Giorgio Parisi e l’economista Ipcc Carlo Carraro – e indirizzata al Governo.

«Riteniamo un errore che il governo italiano non mostri pieno sostegno a strumenti per la decarbonizzazione come il sistema di Emission trading (Ets), ormai adottato anche in Cina – si argomenta nella lettera (in allegato a coda dell’articolo in versione integrale, ndr) – Presentare la contrapposizione alle politiche di decarbonizzazione come tutela delle imprese o delle famiglie italiane non è una giustificazione, ma un ulteriore motivo di preoccupazione. Da anni innovazione e competitività sono indissolubilmente legate alla transizione energetica: ostacolarla espone il sistema produttivo a rischi tecnologici, industriali e finanziari crescenti e rende il Paese subalterno alle componenti meno innovative dell’industria. Anche minori costi dell’energia e una maggiore sicurezza energetica sono ottenibili attraverso una transizione più rapida verso le energie rinnovabili».

Per questo gli scienziati chiedono al Governo di impegnarsi per raggiungere gli obiettivi già approvati in sede europea – a partire dal taglio delle emissioni climalteranti del -55% rispetto al 1990 al 2030, che sale a -90% al 2040 per arrivare allo zero netto emissivo al 2050 – e di finanziare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) approvato con merito dal Governo Meloni solo per lasciarlo poi inattuato. Utili risorse, peraltro, potrebbero arrivare proprio dall’Ets se solo ci fosse l’impegno politico per farlo.

Come stanno le cose? Il funzionamento dell’Ets è semplice, e si basa sul principio del “cap and trade”. Annualmente viene fissato un tetto che stabilisce la quantità massima che può essere emessa dagli impianti che rientrano nel sistema, ed entro questo limite le imprese possono acquistare o vendere quote in base alle loro esigenze. Una quota dà al suo titolare il diritto di emettere una tonnellata di CO2: le imprese che non ricevono quote di emissione a titolo gratuito o per le quali le quote ricevute non sono sufficienti a coprire le emissioni prodotte, devono acquistare le quote di emissione all’asta. Viceversa, chi ha quote di emissioni in eccesso rispetto alle emissioni prodotte, può venderle, stimolando l’innovazione e la competitività.

L’equilibrio tra la domanda e l’offerta di questi permessi determina il prezzo della CO2 (pari oggi a circa 72 euro per tonnellata emessa), mentre i proventi delle aste Ets vengono già ora messi in disponibilità dei singoli Stati. Fino alla revisione del 2023, la direttiva Eu Ets stabiliva che il 50% dei proventi fosse vincolato nell’utilizzo per le finalità climatiche; oggi tutti i proventi derivanti dalla vendita all’asta dovrebbero essere spesi sulla transizione ecologica (dagli investimenti sulle rinnovabili alla mobilità pubblica all’adattamento dei territori), sull’innovazione tecnologica (che possa anche ridurre le emissioni), sul sostegno finanziario per le famiglie a reddito medio-basso.

Più che un costo, dunque, l’Ets è un mezzo per redistribuire risorse a favore degli Stati a sostegno della transizione ecologica, per le famiglie tanto quanto per le imprese che non vogliano semplicemente godere di posizioni di rendita. Il problema è che lo Stato italiano non sta giocando secondo le regole, come mostra una recente analisi del think tank climatico Ecco: tra il 2012 e il 2024 le aste hanno generato proventi per l’Italia da 15,6 miliardi di euro, ma solo il 9% di questi fondi è stato destinato a finalità previste dalla direttiva europea, mentre la maggioranza viene destinata al fondo di ammortamento dei titoli di Stato. Un problema non solo italiano, peraltro, sul quale dovrebbe concentrarsi la revisione dell’Ets attesa nel prossimo Consiglio europeo.

«So che c’è molto dibattito», sull’Ets, ha commentato nel merito la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen: «L'Ets porta chiari benefici. Dalla sua introduzione nel 2005, le emissioni sono diminuite del 39%, mentre l'economia nei settori coperti dall'Ets è cresciuta del 71%. Questo dimostra che decarbonizzazione e competitività possono andare di pari passo, e i ricavi dell'Ets sono stati generati per oltre 260 miliardi di euro dal 2005. Tuttavia, gli Stati membri investono meno del 5% dei ricavi dell'Ets nella decarbonizzazione industriale. Credo sia giunto il momento che gli Stati membri si facciano avanti».

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Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.