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La guerra in Iran e la chiusura di Hormuz infiammano il prezzo di gas e petrolio: l’Ue rischia una nuova crisi energetica

Lo Stretto interdetto alle petroliere e ai carichi di Gnl provenienti dal Qatar, di cui l’Europa è fortemente dipendente dopo lo stop alle forniture russe. I livelli di stoccaggio del Vecchio continente inchiodati al 30%, e ora bisogna riempire le riserve in vista del prossimo inverno, con costi maggiorati che si ripercuoteranno sulle bollette di aziende e famiglie
 |  Nuove energie

Per l’Europa le emergenze geopolitiche ed energetiche ora si fondono in un mix che può diventare micidiale in un lasso di tempo neanche troppo dilatato. Questa mattina, dopo l’offensiva statunitense e israeliana in Iran avviata nel fine settimana, il prezzo del petrolio ha registrato un’impennata con percentuali a due cifre rispetto alle quotazioni di venerdì, passando dai circa 72 dollari al barile di tre giorni fa ai circa 82 di oggi. Balzo in avanti anche per il gas: ad Amsterdam le quotazioni dell’indice Ttf in avvio di seduta sono salite del 25% a 39,85 euro al megawattora, toccando i livelli massimi da febbraio 2025, per poi far registrare impennate fino al 46% nel primo pomeriggio, appena la compagnia statale del Qatar, QatarEnergy, ha comunicato di aver fermato la sua produzione di gas naturale liquefatto (Gnl).

A innescare questo aumento dei prezzi dei prodotti energetici è il fatto che l’Iran è tra i principali fornitori di petrolio al mondo e come ritorsione all’attacco aereo e all’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei ha chiuso la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, via marittima vitale per il trasporto del greggio e del gas. Questo tratto di mare è uno snodo di fondamentale rilevanza per gli approvvigionamenti globali: da qui transita infatti circa un quinto del petrolio mondiale e quasi un terzo del gas naturale liquefatto proveniente prevalentemente proprio dal Qatar.

In questi ultimi giorni almeno 150 petroliere sono rimaste bloccate, mentre almeno tre sono state danneggiate, mediante attacchi con droni iraniani. I principali spedizionieri hanno dichiarato che eviteranno ancora per diversi giorni lo Stretto di Hormuz. Lo stesso dipartimento dei Trasporti americano ha già raccomandato alle navi commerciali di evitare l’intera area. Un’allerta che riguarda dunque lo Stretto di Hormuz, ma anche il Golfo Persico, il Golfo di Oman e il Mar Arabico, ovvero tutte le aree definite soggette a «significativa attività militare».

Se la situazione di blocco di questo tratto di mare dovesse persistere, secondo gli analisti il prezzo del greggio potrebbe salire ulteriormente, fino a sfondare la soglia dei 100 dollari al barile e arrivare anche a 120 dollari, con effetti a cascata sui costi di carburanti ed elettricità. E il motivo di ciò è semplice: lo Stretto di Hormuz «è di gran lunga il più importante punto di strozzatura marittimo del mondo», ha spiegato il direttore del Center for geoeconomic studies presso il Council on foreign relations, Edward Fishman, in un articolo pubblicato dal Wall Street Journal all’innescarsi della crisi: «Se lo Stretto di Hormuz venisse chiuso o interrotto per un periodo prolungato – è la sua conclusione – farebbe salire in modo molto sostanziale il prezzo globale del petrolio».

Il problema non riguarda ovviamente solo l’Europa, ma il Vecchio continente è maggiormente vulnerabile rispetto a paesi come gli Stati Uniti, che possono contare su riserve proprie di combustibili fossili, o la Cina, che negli ultimi anni ha fortemente accelerato sugli impianti eolici e fotovoltaici. Chiuse le porte alle forniture della Russia, gli Stati membri dell’Unione europea hanno stretto accordi per l’import di Gnl in particolare con il Qatar, ma uno stop forzato delle rotte marine e prolungati ritardi nelle consegne metterebbero in seria difficoltà i governi comunitari. La chiusura di Hormuz equivale a una chiusura dei rubinetti, e arriva in una fase in cui, come evidenziato da bollettini recenti, i livelli di stoccaggio europei sono intorno al 30%, ovvero una soglia che rende il mercato estremamente sensibile a qualsiasi interruzione delle forniture, proprio mentre si pianifica il riempimento dei sistemi di stoccaggio per il prossimo inverno.

Per l’Europa potrebbe profilarsi una crisi energetica anche peggiore rispetto a quella innescata nel febbraio 2022 a seguito dell’attacco della Russia ai danni dell’Ucraina. Con evidenti ricaschi sui costi delle bollette di aziende e famiglie.

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.