
Dal Mugello alla Sardegna: cronaca di un’escalation contro le rinnovabili

L’episodio avvenuto nel luglio 2025 presso il cantiere dell’impianto eolico Monte Giogo di Villore, nel Mugello Toscano, rappresenta uno dei casi più significativi di questi attacchi mirati contro la transizione energetica. Circa cinquanta persone incappucciate sono entrate nell’area di cantiere, con cani al seguito, maneggiando coltelli: hanno circondato i boscaioli, sottratto le motoseghe e danneggiato mezzi e infrastrutture. Poco dopo hanno intimidito anche i tecnici presenti sul crinale, spingendoli fuori dal cantiere tra insulti e minacce.
La violenza non si è fermata al primo blitz: la sera successiva l’episodio si è ripetuto in un altro punto del cantiere, a circa 6 km di distanza, dove un gruppo di persone incappucciate ha danneggiato serbatoi, vetrate, circuiti elettrici, circuiti oleodinamici e alcuni escavatori. La società proponente ha ribadito in una nota di aver seguito un iter autorizzativo corretto, mantenendo un confronto costante con le comunità locali e ricordando che l’opera è stata riconosciuta di pubblica utilità dalla Regione Toscana e dal Consiglio dei Ministri, oltre a essere inserita nel Piano nazionale integrato energia e clima.
In Sardegna, dove le opposizioni alle rinnovabili assumono spesso forme particolarmente radicali, episodi di sabotaggio e violenza negli ultimi anni si ripetono con una frequenza allarmante. A Viddalba (Sassari), nella notte tra l’8 e il 9 settembre 2025, un incendio – ritenuto di probabile origine dolosa – ha distrutto oltre 5.000 pannelli di un parco fotovoltaico in costruzione. Esattamente un anno prima, quasi ad evento commemorativo, a Tulli, nel sud dell’isola, erano stati cosparsi di benzina e incendiati 2.000 pannelli pronti per l’installazione. A questi episodi si aggiunge la tensione registrata nell’area portuale di Oristano–Santa Giusta, dove un presidio di protesta ha tentato di bloccare la movimentazione di componenti eolici: in una delle serate più critiche è stato bloccato il transito dei tir diretti all’uscita dal porto, rendendo necessario l’intervento delle forze dell’ordine. Sempre nell’estate del 2024, a Cagliari, durante un intervento di manutenzione su una pala eolica, un tecnico ha scoperto che qualcuno aveva allentato con una chiave inglese i bulloni che fissavano la turbina alla base, lasciandola in una condizione di grave instabilità. Solo per un caso la torre non è crollata, evitando conseguenze potenzialmente letali per l’operatore o per chiunque si fosse trovato a passare nelle vicinanze. L’azienda di manutenzione ha commentato l’accaduto sulle pagine de La Nuova Sardegna: «Protestare o non essere d’accordo su come le fonti di energia vengano gestite è legittimo, così come esprimere la propria contrarietà in modo civile. Ma quando si mette a rischio la vita delle persone, tutto questo non è più tollerabile».
Ancora in Sardegna, sempre nell’estate del 2024, nel parco eolico di Villacidro (VS), sono stati incendiati i teli di protezione delle radici di tre aerogeneratori in attesa di installazione. Nel loro insieme, questi episodi segnano una linea rossa. Il dissenso è legittimo, la partecipazione è fondamentale, i ricorsi sono uno strumento previsto dalla democrazia. La discussione sulle rinnovabili non è materia semplice e continuerà ad esserci, ma deve restare nel merito della localizzazione degli impianti, e della tutela del territorio e della biodiversità, degli impatti e delle opere rigenerative.
Ma in queste vicende non c’è più il “contro” o “a favore” di un impianto: c’è un attacco alla sicurezza delle persone, alla legalità e al futuro stesso delle persone e delle comunità, impossibilitate a discutere e a decidere senza intimidazioni. E mentre si incendiano pannelli e si sabotano turbine, il Paese perde tempo, credibilità e futuro. La transizione non si ferma: si governa. E si difende.
dal rapporto Scacco matto alle rinnovabili 2026 – a cura di Legambiente





