
Chi ci guadagna dalla guerra in Medio Oriente? I petrolieri Usa incassano 63,4 miliardi di dollari in più

Il teatro di guerra scatenato da Usa e Israele in Medio Oriente continua ad allargarsi di giorno in giorno: mentre il presidente Trump prova a coinvolgere la Nato per aprire con la forza lo Stretto di Hormuz – chiuso dall’Iran come ritorsione per impedire il passaggio del 20% dei flussi globali di gas e petrolio –, incassando subito il diniego di Regno Unito e Germania, in Libano si contano già 900 sfollati mentre le Forze di difesa israeliane (Idf) attaccano il sud del Paese.
I consumatori e le imprese italiane sono in prima fila a pagarne le conseguenze in bolletta, a causa dell’ancora altissima dipendenza del Paese dai combustibili fossili, ma Oltreoceano c’è chi dalla guerra trae immensi profitti. Se i prezzi del petrolio negli Stati Uniti rimarranno elevati e si attesteranno in media sui 100 dollari al barile quest'anno, le compagnie petrolifere a stelle e strisce avranno un incremento di 63,4 miliardi di dollari dalla produzione petrolifera, secondo la società di ricerca energetica Rystad, come riporta il Financial Times. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi», ha ammesso il presidente Trump, ma senza specificare che questi guadagni arrivano quasi esclusivamente ai più ricchi, come mostra plasticamente il caso della (pen)ultima crisi energetica: quella del 2022, di cui paghiamo ancora il conto.
Un recente articolo scientifico pubblicato su Energy Research & Social Science documenta che la crisi petrolifera e del gas del 2022, successiva all'invasione russa dell'Ucraina, ha permesso a diverse aziende di realizzare profitti record. E gli aumenti di prezzo che il mondo ha registrato all'epoca sono stati paragonabili a quelli che stiamo osservando oggi.
Come chiariscono direttamente gli autori del paper – Gregor Semieniuk e Isabella Weber – nel 2022, l'utile netto delle società petrolifere e del gas quotate in borsa ha raggiunto i 916 miliardi di dollari a livello globale, oltre tre volte la media degli anni precedenti; di questa somma, le società con sede negli Stati Uniti hanno guadagnato 281 miliardi di dollari, a cui si sono aggiunti 20 miliardi di dollari di afflussi netti da investimenti esteri, portando il totale a 301 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sono stati quindi i principali beneficiari di questo aumento dei prezzi.
«Negli Stati Uniti, il 50% dei profitti derivanti dai combustibili fossili è andato all'1% più ricco della popolazione – aggiungono nel merito gli autori – Il 50% più povero dei cittadini del Paese (circa 66 milioni di famiglie) ha ricevuto solo l'1%. Se analizziamo più nel dettaglio questa ripartizione, lo 0,1% più ricco della popolazione (circa 131.000 famiglie) ha ricevuto profitti 26 volte superiori rispetto alla metà più povera degli Stati Uniti».
Sebbene la gravità del nuovo shock in corso in Medio Oriente dipenderà dalla durata della guerra, il prezzo del Brent ha ormai superato i 100 dollari, la soglia che aveva già generato profitti record nel 2022, a partire dai 60 dollari a barile di inizio 2026. E i risultati potrebbero essere ancora più catastrofici rispetto a quattro anni fa, tanto che in recenti colloqui con la Casa bianca gli amministratori delegati di Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips hanno messo in guardia – riferisce il Wall street journal – in merito alle ricadute a medio termine se si prolungasse lo stop ai flussi energetici in uscita dallo Stretto di Hormuz.
C’è una via di fuga? La risposta è positiva e arriva oggi direttamente dall’Onu: accelerare la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, per liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili.





