Skip to main content

Lo scorso anno la flotta globale di veicoli elettrici ha evitato un consumo di greggio pari al 70% delle esportazioni di Teheran. La crescita globale del fotovoltaico nel solo 2025 potrebbe sostituire l’elettricità prodotta a gas in una quantità equivalente a tutte le esportazioni di Gnl attraverso lo Stretto di Hormuz in quell’anno

La guerra in Iran potrebbe segnare il picco del petrolio: lo studio Ember sul ruolo delle rinnovabili

Una nuova analisi del think tank britannico mostra che eolico, solare ed elettrificazione consentono di ridurre l’acquisto di combustibili fossili del 70% e sono essenziali per una sicurezza energetica duratura
 |  Nuove energie

Il problema non è la chiusura dello Stretto di Hormuz. Il problema non sono i prezzi alla pompa e quelli delle bollette che non fanno che aumentare. Il problema siamo noi, che non abbiamo fatto quanto possibile per liberarci dalla dipendenza dei combustibili fossili. Questa crisi energetica innescata dalla guerra in Iran, che peraltro arriva a pochi anni di distanza a analoga crisi dovuta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, servirà a qualcosa? Alla questione dedica un’approfondita analisi il think tank britannico Ember, della quale riportiamo subito le conclusioni: «Prima o poi lo Stretto di Hormuz verrà riaperto. I prezzi scenderanno. La crisi scomparirà dai titoli dei giornali. Ma la logica strutturale non cambierà, e la prossima crisi non tarderà ad arrivare. Ogni anno di continua dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili è un altro anno di esposizione a un sistema che ha dimostrato, ripetutamente, di non essere affidabile. La tecnologia per porre fine a tale dipendenza esiste. L’unica domanda è: quante altre crisi ci vorranno? I paesi che avranno la lungimiranza di investire ora nell’elettrotecnologia saranno in grado di superare meglio la prossima tempesta».

L’analisi arriva come l’ennesima dimostrazione che la fragilità dell’approvvigionamento globale di combustibili fossili non è una necessità invalicabile e che l’espansione delle energie rinnovabili e l’elettrificazione sono essenziali per una sicurezza energetica duratura.

Giusto per mostrare alcuni dati che emergono da quest’indagine, prima di tutto sulle insicurezze odierne legate ai combustibili fossili: tre quarti della popolazione mondiale vive in paesi importatori di combustibili fossili. Nel 2024 gli importatori netti hanno speso 1,7 trilioni di dollari. Se i prezzi dei combustibili aumentano, ovviamente questa cifra cresce. Per ogni aumento di 10 dollari al barile dei prezzi del petrolio, i costi netti globali di importazione aumentano di circa 160 miliardi di dollari all’anno.

Lasciando per un attimo quel che è stato scritto dai ricercatori britannici ma utilizzandolo per fare un rapido calcolo su quanto già è costata la guerra in Iran: nei giorni precedenti i bombardamenti statunitensi e israeliani, il petrolio veniva venduto intorno ai 72 dollari al barile, poi è arrivato a toccare quota 120 e in questi giorni ondeggia su quota 100 dollari al barile.

Il ricatto dei prezzi del greggio non funziona ovviamente con eolico e solare. L’energia pulita offre una soluzione permanente al caro-petrolio: potenziare le tecnologie elettriche – veicoli elettrici, energie rinnovabili e pompe di calore – è la soluzione migliore per sostituire i combustibili fossili importati nel trasporto su strada, nel riscaldamento e nell’energia elettrica. Consentirebbe ai paesi importatori, secondo i calcoli che compaiono nell’indagine Ember, di ridurre l’acquisto di combustibili fossili del 70%.

Tra l’altro, segnalano i ricercatori britannici, le tecnologie elettriche hanno già raggiunto una dimensione tale da attutire gli shock energetici più di quanto non si sia fatto in passato: nel 2025 la flotta globale di veicoli elettrici ha evitato un consumo di petrolio pari al 70% delle esportazioni dell’Iran. La crescita globale del solare nel solo 2025 potrebbe sostituire l’elettricità prodotta a gas in una quantità equivalente a tutte le esportazioni di Gnl attraverso lo Stretto di Hormuz in quell’anno.

Le conseguenze durature di un simile trend sono evidenziate nell’analisi: questa crisi accelererà ciò che era già in corso. L’Asia, che importa il 40% del proprio petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, si trova ora ad affrontare lo stesso conto che l’Europa ha dovuto pagare nel 2022, ma con alternative elettrotecniche sempre più competitive in termini di costi a disposizione. Le ragioni a favore del Gnl come combustibile di transizione per l’Asia sono ora molto più deboli, si legge. E il picco del petrolio è stato nettamente anticipato: l’Agenzia internazionale per l’energia ha già ridotto le sue previsioni di crescita della domanda per il 2026, e il picco che in precedenza aveva fissato al 2029 potrebbe già essere stato raggiunto.

Redazione Greenreport

Greenreport conta, oltre che su una propria redazione giornalistica formata sulle tematiche ambientali, anche su collaboratori specializzati nei singoli specifici settori (acqua, aria, rifiuti, energia, trasporti e mobilità parchi e aree protette, ecc….), nonché su una rete capillare di fornitori di notizie, ovvero di vere e proprie «antenne» sul territorio.