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La guerra in Medio Oriente

Dopo i bombardamenti, il Qatar chiude l’export di gas verso l’Italia. Ma c’è un modo per colmare il deficit in un anno

Gli attacchi missilistici sull’impianto di Ras Laffan hanno fatto dichiarare lo «stato di forza maggiore» a QatarEnergy, che fornisce annualmente al nostro paese 6,4 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto. Oggi la premier Meloni è in Algeria (altro nostro fornitore) per discutere della crisi energetica, ma come emerge da un’analisi del think tank Ecco, la soluzione per sostituire il Gnl qatarino non passa per nuovi accordi sulle fonti fossili bensì per una strategia fatta di rinnovabili, efficientamento energetico ed elettrificazione
 |  Nuove energie

Quello che era stato paventato nei giorni scorsi ormai è ufficiale. Ed è anche già operativo. QatarEnergy ha formalmente dichiarato lo «stato di forza maggiore» su alcuni dei suoi contratti di fornitura a lungo termine di gas naturale liquefatto (Gnl). E tra i quattro clienti che non riceveranno forniture per non si sa quanto tempo c’è l’Italia (gli altri quattro paesi sono Belgio, Cina e Corea del Sud). Il gas che non riceveremo più è quello dell’impianto di Ras Laffan (collegato al più grande giacimento di gas naturale al mondo, quello di North Field, South Pars nella parte gestita dall’Iran) che è stato attaccato da missili iraniani la scorsa settimana come risposta ai bombardamenti israeliani contro il giacimento offshore di South Pars  nel Golfo Persico. QatarEnergy ha fatto sapere già nei giorni successivi agli attacchi che il sito aveva avuto «ingenti danni» e ora è arrivata la conferma dello stop all’export di Gnl.

Il fatto che Donald Trump nelle ultime 24-48 ore abbia annunciato sul suo canale social Truth (piattaforma di sua proprietà) e in altre situazioni prima una tregua delle ostilità, poi l’avvio di negoziasti con Teheran e poi addirittura che la guerra è finita e che l’America ha vinto, ecco, tutto ciò non cambia nulla. Primo, perché le parole del presidente statunitense mal si conciliano con i bombardamenti che continuano ad abbattersi sui paesi del Golfo, secondo perché il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha obiettivi diversi da quelli della Casa Bianca e non ha fatto nulla per nasconderlo, terzo perché dall’Iran si fanno beffe delle dichiarazioni di Trump («siete talmente disperati che negoziate con voi stessi») ma, soprattutto, perché come spiegano gli esperti del luogo per riparare i danni provocati all’impianto di Ras Laffan e riprendere la produzione come prima passeranno circa cinque anni.

Per l’Italia lo «stato di forza maggiore» dichiarato da QatarEnergy con annesso stop alle forniture è un bel problema. Il nostro paese importa infatti dal Qatar circa 6,4 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto all’anno, il che rappresenta circa il 45% di tutto il Gnl che ci arriva via nave. Chi ce ne fornisce all’incirca altrettanto? L’America. Dopo che la Corte suprema statunitense ha bocciato i dazi voluti dal tycoon dichiarando che Trump non aveva il potere di imporli, la Casa Bianca non si è comunque rassegnata e adesso l’ambasciatore americano presso l’Unione europea, Andrew Puzder, recapita all’Europa questo messaggio: «Deve attuare l’accordo commerciale con gli Stati Uniti senza modifiche, altrimenti rischia di perdere l’accesso favorevole alle forniture di Gnl provenienti dagli esportatori americani».

Ci sarebbe da discutere per chi sia veramente «favorevole» questa fornitura di Gnl americano ai paesi europei, ma lasciamo stare. Il punto è che l’Italia sta mostrando più che mai in queste settimane quanto sia dipendente dalle importazioni di gas e quanto sia vulnerabile rispetto a eventi, decisioni e ricatti totalmente al di fuori della sua portata. L’alternativa? Il governo italiano sembra intenzionato ad aumentare le forniture di gas via tubo che riceviamo da Algeria, Libia e Azerbaijan, e sviluppi in questo senso potrebbero arrivare proprio oggi dalla visita di Giorgia Meloni ad Algeri: la premier proverà a lasciarsi momentaneamente alle spalle la bufera che sta colpendo il suo governo dopo la sconfitta al referendum fatta anche di dimissioni (leggi Delmastro e Bartolozzi) e di richieste di dimissioni (leggi Santanché) e discuterà di accordi commerciali riguardanti il gas col presidente algerino Abdelmadjid Tebboune. Ma è chiaro che la soluzione per ovviare al mancato import di quei 6,4 miliardi di metri cubi di Gnl qatarino all’anno non può passare per i gasdotti algerini. E allora?

Una soluzione, che tra l’altro sarebbe già efficace nel breve periodo (un anno), la illustra il think tank per il clima Ecco. Come viene spiegato in un’analisi ora consultabile online, «nell’arco di dodici mesi, l’Italia potrebbe sostituire in modo strutturale oltre l’85% del fabbisogno di gas dal Qatar attraverso rinnovabili, efficienza energetica ed elettrificazione dei consumi. Per il restante 15%, l’Italia potrebbe far ricorso alle infrastrutture di importazione esistenti, sfruttando la capacità rimanente e la cattura delle perdite di gas, senza ricorrere a nuovi contratti né a ulteriori investimenti in nuove infrastrutture o nuovi giacimenti».

ecco sostituire gas qatar

Nel dettaglio, i ricercatori di Ecco segnalano che il nostro paese potrebbe raggiungere l’obiettivo attraverso tre strade. La prima passa per le rinnovabili: l’installazione di 10 gigawatt (GW) all’anno di nuova capacità rinnovabile, come del resto è previsto dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), ridurrebbe il consumo di gas di 2,5 miliardi di metri cubi, pari al 40% delle importazioni dal Qatar. Su questo fronte l’Italia dovrebbe accelerare, considerato che tra il 2021 e il 2025 sono stati installati lungo la Penisola poco più di 23 GW di nuovi impianti solari ed eolici, ossia 6 GW circa all’anno. La seconda strada passa per una strategia di efficienza energetica: interventi nei settori residenziale, terziario e industriale, in linea anche qui con un dispositivo del resto già previsto, ovvero sempre il Pniec, potrebbero ridurre la domanda di gas di circa 0,8 miliardi di metri cubi all’anno, equivalenti al 12,5% delle importazioni qatarine. La terza strada passa per una maggiore elettrificazione: l’elettrificazione dei consumi termici nei settori civile e industriale potrebbe generare un risparmio di circa 0,65 miliardi di metri cubi di gas (370 milioni nel residenziale e 280 milioni nell’industria a bassa e media temperatura, ovvero inferiore a 150 °C).

Per il restante 15% di quota di gas che dovremmo sostituire - pari a 1 miliardo di metri cubi annui su un totale di 6,4 miliardi – i ricercatori di Ecco non negano che il governo potrebbe far leva sulle infrastrutture gas esistenti, anzi: in particolare, si potrebbe intervenire su quelle che collegano l’Italia all’Algeria, sfruttando a pieno la capacità disponibile e la cattura delle perdite di gas lungo la filiera, senza bisogno di ulteriori investimenti in nuove infrastrutture e giacimenti. Ma aggiungono che un’eventuale sottoscrizione di nuovi accordi di approvvigionamento con paesi come l’Algeria dovrebbe essere più trasparente per capire i costi reali per consumatori e imprese e non dovrebbe incentivare nuova produzione di gas.

I ricercatori del centro studi sottolineano anche che nell’immediato è fondamentale preservare le attuali riserve di stoccaggio di gas (in Italia al 44% rispetto al 29% della media europea) attraverso un piano di risparmio sistematico, supportato da una campagna di sensibilizzazione, per non dover sostenere un domani costi di riempimento proibitivi per riportare i volumi alla soglia di sicurezza dell’80-90% necessaria per il prossimo inverno (nell’estate 2022, per riempire gli stoccaggi quando il prezzo del gas aveva toccato punte di 340 €/MWh, sono stati spesi più di 4 miliardi di euro, spalmati sulle bollette dei consumatori nei periodi successivi). In sostanza, viene spiegato dagli esperti, la scelta più efficace per ridurre i prezzi del gas e l’esposizione alla volatilità dei mercati fossili è abbattere strutturalmente la domanda, anziché aumentare la dipendenza da forniture esterne, soprattutto da paesi caratterizzati da instabilità o fragilità politica. «L’Italia – si legge – grazie al suo ruolo di attore centrale nel Mediterraneo, dovrebbe ripensare la cooperazione partendo da un impegno concreto a sostegno di percorsi di riduzione progressiva del gas, di cattura delle perdite di gas metano lungo la filiera e di diversificazione economica. Al contrario, l’esplorazione e lo sfruttamento di nuovi giacimenti di gas nei paesi e nelle acque del Mediterraneo va in direzione opposta a un partenariato sostenibile, generando per entrambe le parti rischi economici e di sicurezza e alimentando la crisi climatica».

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.