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Il decreto Bollette riporta in vita le centrali a carbone fino al 2038, mentre frena le rinnovabili

Il Governo Meloni resuscita la più inquinante e climalterante delle fonti fossili, incrementando la dipendenza dai combustibili fossili importati che pesano sulle bollette
 |  Nuove energie

È iniziata oggi nell’Aula della Camera dei Deputati la discussione sulla conversione in legge (ddl n. 2809) del decreto Bollette (dl 21/2026), sulla quale verrà posto il voto di fiducia domani alle 14. Per il Governo è intervenuto il sottosegretario all’Ambiente Claudio Barbaro, affermando che «con il nuovo assetto dei rimborsi ai produttori termoelettrici a gas si interviene sui costi di generazione elettrica, riducendo componenti tariffarie e, subordinatamente all’autorizzazione europea, compensando parte dei costi Ets».

Nel testo del decreto era infatti già previsto un meccanismo di rimborso ai produttori termoelettrici a gas dei corrispettivi della tariffa di trasporto del gas e, in aggiunta, di una quota riconducibile agli oneri Ets (il mercato europeo della CO2) sostenuti per la produzione di energia elettrica. La logica, per quanto perversa, è nota: riducendo i costi della "tecnologia marginale" – cioè del gas, che di fatto è ancora la principale fonte a determinare il prezzo dell’elettricità sul mercato all’ingrosso – si abbassa il prezzo dell'elettricità in modo più che proporzionale, dato che il gas risulta marginale in una quota di ore ben superiore alla quota di energia prodotta con questa tecnologia. La scommessa però funziona solo se le centrali a gas trasferiscono effettivamente i risparmi ottenuti nelle loro offerte sul mercato del giorno prima. E solo se non ci sono shock geopolitici, come quello deflagrato in corso in Medio Oriente, che fanno schizzare in alto il prezzo del gas annullando anche gli ipotetici vantaggi economici di cui sopra.

Da qui la nuova idea della maggioranza Meloni, non citata da Barbaro nel suo intervento ma già incardinata nella conversione in legge del dl Bollette grazie all’emendamento a prima firma Riccardo Molinari (Lega) approvato in X Commissione della Camera: le 4 centrali a carbone presenti sul territorio nazionale non solo possono «essere mantenuti in regime di riserva strategica» come previsto a dicembre, ma anche «in esercizio, ovvero in stato di disponibilità operativa», spostando il phase-out dal carbone dal 2025 al 2038; sempre che arrivi il necessario via libera da Bruxelles, perché è necessaria una modifica al Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec).

Tutto questo mentre l’elettricità prodotta da rinnovabili ha superato per la prima volta quella da carbone a livello globale, anche grazie al primo calo contemporaneo del carbone in Cina e India da mezzo secolo a questa parte.

«Chi usa l'emergenza dei prezzi energetici per giustificare l'approvazione di un emendamento che tiene aperte le centrali a carbone sino al 2038 sa benissimo che è solo una scusa – spiega Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del Wwf Italia – per l'altissima quantità di CO2 emessa con la combustione, il carbone pagherebbe molto la tassa sull'inquinamento, annullando ogni eventuale convenienza sul prezzo del gas. La proposta di proroga delle centrali al 2038 è stata più volte presentata, su vari provvedimenti, dall'ex ministro Calenda o aderenti della sua formazione politica: eppure fu proprio Calenda a inserire nella strategia energetica nazionale del 2017, da Ministro dello Sviluppo Economico, la scadenza del 2025 per la chiusura delle centrali a carbone in Italia. Calenda giustificava il suo voltafaccia con la necessità di 'aspettare' la costruzione di improbabili centrali nucleari. Il ministro Pichetto, dopo aver confermato la chiusura delle centrali nel 2024, si è reso protagonista di una serie di stop and go, culminati nell'annuncio delle centrali come 'riserva fredda', una categoria inesistente che non era stata ufficializzata. Ha poi detto che se il gas superasse il costo di 70 €/MWh, la riapertura delle centrali potrebbe essere ripresa in esame, evidentemente già concorde con l'emendamento presentato dalla Lega sul decreto Bollette. Questo dopo aver confermato, con l'Ue, le sanzioni che impedirebbero di comprare combustibili fossili dalla Russia, il maggior fornitore per l'Europa, entrando quindi in un'ennesima contraddizione, a voler essere buoni. Insomma, un castello di contraddizioni per favorire interessi enormi: ma non certo l'interesse dei consumatori italiani cui solo la transizione al 100% rinnovabili assicurerà vera indipendenza e sicurezza energetica, nonché prezzi equi, come dimostra il caso spagnolo».

Prima della guerra in Ucraina era la Russia il principale fornitore di carbone per l’Italia, mentre adesso tutta l’Ue ha ri-orientato i propri flussi: nel 2025 è arrivato soprattutto da Australia (36%) e Usa (31,2%), comunque alimentando dipendenza da mercati esteri. Per l’Italia, spostare la deadline al 2038 significa riportare in vita una tecnologia già morta.

Complessivamente, le centrali a carbone italiane hanno prodotto soli 3,5 TWh nel corso del 2024, coprendo appena l’1,1% dei consumi nazionali. Gli impianti a carbone funzionano pochissimo perché non competitivi, sommando i costi del carbone e dei permessi ad emettere la tanta CO2 che producono, e non a caso il Governo Meloni vorrebbe sospendere il mercato Eu Ets dove si dà un prezzo alla CO2.

In compenso, lo stesso decreto Bollette frena lo sviluppo delle fonti rinnovabili, le più economiche per la produzione di elettricità. Un esempio? «Il decreto – argomenta Barbaro – interviene inoltre su uno dei nodi più discussi dello sviluppo delle energie rinnovabili: la cosiddetta saturazione virtuale della rete, un ostacolo strutturale che fino ad oggi nessun governo aveva affrontato e che rischiava di rallentare la transizione energetica del Paese». Eppure l’associazione di categoria Alleanza per il fotovoltaico non la pensa allo stesso modo.

«Pur condividendo l’esigenza di introdurre criteri più stringenti per garantire un utilizzo efficiente della capacità di rete, l’Alleanza – spiega in una nota – accoglie con favore la disposizione volta a fare salve le soluzioni di connessione il cui progetto tecnico abbia già ottenuto la relativa validazione, ma evidenzia inoltre come l’attuale formulazione delle norme sulla cosiddetta “decadenza automatica” rischi di bloccare in modo indiscriminato anche progetti in fase avanzata, che hanno già superato verifiche tecniche e ambientali rilevanti e presentano un elevato grado di maturità istruttoria. Si tratta, in molti casi, di iniziative che hanno già ottenuto pareri ambientali positivi, provvedimenti di esenzione dalla VIA o verifiche tecniche di prefattibilità concluse con esito favorevole, e che hanno sviluppato soluzioni di connessione coerenti con la pianificazione di rete. Per questo motivo, Alleanza per il fotovoltaico sostiene la necessità di introdurre una clausola di salvaguardia per quei progetti da fonti rinnovabili o di accumulo che, alla data di entrata in vigore dei provvedimenti attuativi, abbiano già ottenuto un provvedimento di esenzione dalla valutazione di impatto ambientale o un giudizio favorevole di compatibilità ambientale comprensivo della soluzione tecnica di connessione».

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Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.