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Hormuz e non solo: le rinnovabili sono l’antidoto contro i «chockpoints» che asfissiano i Paesi importatori di gas e greggio

Il think tank britannico E3G ha pubblicato un’analisi che mostra la vulnerabilità delle rotte marine e perché l’impatto maggiore di un blocco alla libertà di navigazione si ha sul fronte della sicurezza energetica. La soluzione, spiegano i ricercatori, passa per l’elettrificazione, l’efficienza, lo stoccaggio e l’energia pulita nazionale
 |  Nuove energie

Ormai è chiaro: le rotte marittime globali sono altamente vulnerabili. Ed è altrettanto chiaro, soprattutto in queste settimane segnate dal conflitto in Medio Oriente, che l’impatto maggiore di un blocco alla libertà di movimento si ha sul fronte della sicurezza energetica. Ora il think tank britannico E3G (sigla che sta per Third Generation Environmentalism) ha dedicato alla questione un’approfondita analisi con un focus sui «chockpoints» presenti sul planisfero, ovvero su quei colli di bottiglia, ma più letteralmente su quei «punti di strozzatura» che mettono in una situazione per così dire di asfissia energetica i paesi importatori di gas e petrolio.

Il titolo dello studio è proprio “Beyond securing supply. Chokepoints: A systemic threat to energy security for oil and gas importers” (“Al di là della sicurezza di approvvigionamento. Punti di strozzatura: una minaccia sistemica alla sicurezza energetica per i paesi importatori di petrolio e gas”). Il punto da cui partono i ricercatori è che attualmente viviamo in una situazione caratterizzata da un paradosso, per quel che riguarda il sistema energetico: nonostante l’abbondanza dell’offerta, la sicurezza energetica non è garantita. Gli importatori, che rappresentano oltre i due terzi della domanda di petrolio e gas trasportati via mare, dipendono da forniture che transitano attraverso un numero limitato di punti di strozzatura marittimi e interni. Questi punti di strozzatura comportano un rischio sistemico inevitabile di interruzioni dei transiti, che provocano shock dei prezzi, revoca delle coperture assicurative e limitazioni dell’offerta fisica che si propagano rapidamente in tutto il sistema.

Oggi gli occhi di tutto il mondo sono fissati su quel che avviene attorno allo Stretto di Hormuz, bloccato dall’Iran in risposta ai bombardamenti statunitensi e israeliani iniziati il 28 febbraio. Ma non meno rischi sono registrabili attorno al Canale di Suez. La via più duratura verso la resilienza per gli importatori, sottolineano gli esperti di E3G, consiste nel ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas naturale liquefatto (Gnl) attraverso l’elettrificazione, l’efficienza energetica, le reti, lo stoccaggio e l’energia pulita nazionale.

Dal report emerge tra l’altro che il rischio legato a un’impennata dei prezzi dei combustibili fossili non è distribuito in modo uniforme. La vulnerabilità dipende dal livello di esposizione di un paese e dalla sua resilienza agli shock che colpiscono i punti di strozzatura. Da questo punto di vista, gli Stati membri dell’Ue vengono complessivamente giudicati a rischio medio-alto. Le valutazioni tengono conto di quattro punti di strozzatura marittimi e di uno interno, rappresentato dall’infrastruttura di importazione dell’Ue.

Le interruzioni alle forniture possono influire sui prezzi e sulla disponibilità nel giro di pochi giorni e propagarsi rapidamente in tutta l’economia, poiché il petrolio e il gas sono fattori produttivi fondamentali per i trasporti, l’elettricità e l’industria. Ciò incide contemporaneamente sull’inflazione, sulle bilance commerciali, sulla spesa pubblica e sulla crescita economica. Questi rischi derivano non solo da interruzioni fisiche, ma anche da «colli di bottiglia burocratici»: revoca delle coperture assicurative, sanzioni, contratti rigidi e limitazioni nel trasporto merci. Sempre più spesso, gli impatti climatici aggravano il rischio, ad esempio attraverso siccità nel Canale di Panama e condizioni meteorologiche estreme che colpiscono i porti e altre infrastrutture.

Un’ultima considerazione, che tra l’altro vale in particolar modo per un paese come il nostro, che dopo aver subito lo stop dell’import di Gnl dal Qatar si è rivolto all’Algeria per forniture aggiuntive: sebbene la diversificazione dei fornitori di combustibili fossili possa fornire un sollievo a breve termine dalle interruzioni, scrivono i ricercatori del think tank E3G, essa rischia di consolidare l’esposizione strutturale ai rischi legati ai colli di bottiglia. L’energia pulita, al contrario, offre la via più duratura verso la sicurezza energetica a lungo termine, sostituendo le future importazioni di petrolio e gas.

Redazione Greenreport

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