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Biocarburanti e Piano Mattei: un’inchiesta getta nuove ombre sui progetti di Eni in Kenya sostenuti dal governo Meloni

Un’indagine realizzata da Politico e SourceMaterial con il sostegno di T&E documenta le difficoltà dell’azienda italiana nel produrre biomasse sostenibili nel paese africano, nonostante gli ingenti finanziamenti pubblici. Risultato: danni agli agricoltori locali e sicurezza alimentare a rischio, con ingenti quantità di biomasse che vengono importate dal Sudafrica in Kenya e da lì esportate alle bioraffinerie italiane
 |  Nuove energie

Una nuova ombra avvolge i biocarburanti come fonte di energia sostenibile e l’ipotetico contributo che possono dare alla transizione verde. Ed è un’ombra che avvolge in particolar modo l’Italia. E, ancor più in particolare, la compagnia petrolifera Eni e il progetto del governo Meloni denominato “Piano Mattei per l’Africa”.

Che non basti mettere il prefisso «bio» davanti alla parola «fuel» ormai è chiaro, così come è risaputo che il governo italiano ha giocato una partita in Europa tutta centrata sul ricorso ai biocarburanti per alimentare i motori endotermici ed evitare lo stop alle vendite delle auto più inquinanti dal 2035. Ma ora un’indagine condotta dal quotidiano online Politico e da SourceMaterial, che è un’organizzazione giornalistica investigativa non-profit con sede a Londra e specializzata in inchieste su clima, ambiente e corruzione, mostra sulla base di dati forniti anche da Transport & Environment che il progetto di Eni in Kenya per la produzione di biomasse su terreni marginali starebbe in realtà arrecando gravi danni agli agricoltori locali e minacciando la sicurezza alimentare delle comunità africane.

L’indagine verte sul progetto di punta dell’azienda italiana in Africa – progetto spesso richiamato dalla premier Meloni, nei summit internazionali, come esemplare dell’approccio cooperativo e “non predatorio” del Piano Mattei – e solleva dubbi sulla effettiva possibilità di produrre biomasse non in competizione con la filiera alimentare per espandere la produzione di biocarburanti in modo sostenibile.

«Quattro anni fa, la più grande compagnia petrolifera italiana ha iniziato a contattare gli agricoltori kenioti con una proposta allettante: seminate semi di ricino sui vostri terreni e noi ci impegniamo ad acquistare il raccolto per trasformarlo in carburante per aerei a basso impatto ambientale», riassume Politico. «Eni, che è in parte di proprietà del governo italiano e ricava la maggior parte dei suoi profitti dalla vendita di combustibili fossili che contribuiscono al riscaldamento globale, si vantava che l’iniziativa in Kenya avrebbe fornito ai clienti “prodotti completamente decarbonizzati”, creando al contempo “modelli di agricoltura sostenibile attraverso la promozione dello sviluppo sociale”. Oggi, l’attività di Eni in Kenya invia ogni anno decine di migliaia di tonnellate di olio vegetale alla sua raffineria in Sicilia per produrre biocarburanti per aerei, auto e camion. Tutto ciò avviene con il sostegno del governo della premier Giorgia Meloni a Roma e sotto l'egida dell’Unione europea, che impone alle compagnie aeree di sostituire gradualmente i combustibili fossili con alternative più ecologiche a base biologica».

Nel 2024, come ricorda T&E, la filiale di Eni in Kenya ha ottenuto un investimento complessivo di 210 milioni di dollari per espandere la produzione e la lavorazione di colture non commestibili destinate ai biocarburanti: 135 milioni da parte della International Finance Corporation (Ifc) della Banca Mondiale e 75 milioni dal Fondo Italiano per il Clima. Eni ha affermato che ciò avrebbe sostenuto la decarbonizzazione del settore dei trasporti e il sostentamento di fino a 200.000 piccoli agricoltori keniani (400.000, negli annunci del premier Meloni), impegnati nella coltivazione di biomasse, nella fattispecie ricino.

Tuttavia, i dati commerciali analizzati sempre da T&E mostrano che, a fronte di una produzione in Kenya rimasta negli anni modesta, Eni ha importato notevoli quantità di olio di colza dal Sudafrica - una coltura alimentare - nelle sue filiali keniane. Eni ha risposto affermando che la colza importata in Kenya è stata coltivata in Sudafrica in aziende agricole tracciabili situate su terreni gravemente degradati. T&E non è stata in grado di verificare questa affermazione, poiché non è stata resa pubblica e il fornitore, Southern Oils, non sembra dichiarare che le sue colture provengano specificatamente da terreni degradati. Intanto però i dati doganali indicano che i volumi di olio di colza riesportati in Italia potrebbero rappresentare fino all’80% di tutte le esportazioni di Eni dal Kenya verso le sue raffinerie di Gela e Venezia nel 2025. Eni ha dichiarato, riferiscono i giornalisti di Politico che per primi hanno pubblicato l’inchiesta, che nel 2025 l’olio di colza ha rappresentato circa il 40% «dei volumi totali esportati» dal Kenya, dunque non solo delle materie prime destinate alla bioraffinazione. Indipendentemente dall’entità delle esportazioni dal Kenya verso l’Italia, l’azienda non ha smentito di stare importando ingenti quantità di materie prime dal Sud Africa.

Eni afferma di rispettare la normativa dell’Unione europea e che il suo programma in Kenya è «concepito per evitare impatti negativi sulla produzione alimentare e garantire la sicurezza alimentare agli agricoltori», oltre ad avere un «impatto positivo sulle comunità locali». L’azienda nega che la coltivazione del ricino abbia sostituito la produzione alimentare degli agricoltori.

L’indagine condotta da SourceMaterial e Politico rileva però che gli agricoltori sarebbero stati incoraggiati a coltivare semi di ricino dagli intermediari incaricati da Eni. Questi stessi intermediari, poi, avrebbero in molti casi ignorato il raccolto, e non lo avrebbero acquistato per conto dell’azienda. Scrive Politico: «L’indagine — che ha comportato quasi 60 interviste a agricoltori, Ong, funzionari delle amministrazioni locali, avvocati, accademici e aziende — solleva seri interrogativi sulle affermazioni relative alla sostenibilità avanzate dai produttori di biocarburanti come Eni e mette in dubbio la capacità dell'Unione Europea di far rispettare i propri standard in materia di biocarburanti. Ciò si aggiunge alle preoccupazioni più generali sul fatto che la catena di approvvigionamento globale dei biocarburanti, da cui molti settori dipendono per raggiungere i propri obiettivi climatici, sia opaca, scarsamente regolamentata, dannosa per l’ambiente e soggetta ad abusi».

Nella sua inchiesta dal titolo “Semi di dubbio - Il progetto africano di Eni sui biocarburanti porta un raccolto amaro”, SourceMaterial ha registrato numerose testimonianze secondo cui la coltivazione di ricino, che in molti casi avrebbe soppiantato quella del mais, ha lasciato le comunità locali senza sufficiente cibo. Secondo Valerio Bini, professore dell’Università di Milano che nel maggio 2025 ha intervistato 50 agricoltori coinvolti nel progetto di Eni, praticamente tutti avevano sostituito le colture alimentari con il ricino. Ciò è particolarmente preoccupante nel contesto dell’attuale crisi alimentare globale, afferma T&E.

Sottolinea Carlo Tritto, Sustainable fuels manager di T&E: «Il progetto di Eni in Kenya dovrebbe dimostrare che le materie prime per i biocarburanti possono essere coltivate su larga scala in modo sostenibile, senza fare ricorso a colture alimentari. Eni si è impegnata in questa direzione, in Kenya, con l’obiettivo di utilizzare solo terreni di scarsa qualità, non utili al sostentamento alimentare della popolazione. Per questo progetto ha ricevuto ingenti fondi, anche pubblici. Tuttavia, dai dati pubblicati da SourceMaterial, sembrerebbe costretta a importare in Kenya biomassa alimentare dal SudAfrica, per poi spedirla in Italia, forse a compensazione della mancata produzione kenyota». L’espertro di T&E continua spiegando che «i biocarburanti derivati da colture alimentari offrono benefici climatici molto limitati e a volte nulli, e comportano severi rischi di cambiamento di destinazione d’uso del suolo e di competizione con i fabbisogni alimentari». La conclusione: «Chiediamo a Eni maggiore trasparenza, e chiarimenti: perché quanto emerge dall’inchiesta è l’esatto contrario di ciò che il progetto dovrebbe realizzare, e per cui l’azienda è stata finanziata».

I biocarburanti sono un asset fondamentale per Eni, da anni impegnata ad espandere la sua capacità di bioraffinazione, nonché la principale fonte energetica su cui poggiano i piani di decarbonizzazione dei trasporti del governo italiano. I biocarburanti sono anche il motivo principe per cui il governo italiano da anni si oppone al Green deal europeo, chiedendo «neutralità tecnologica» in antitesi all’elettrificazione diretta dei trasporti.

Redazione Greenreport

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