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Bergamaschi (Ecco): «Una mossa simbolicamente dannosa ma di scarso impatto pratico, almeno per ora»

Fiducia sul carbone al 2038. Dalla Camera ok al decreto Bollette, ma ora c’è la trattiva con l’Ue

Gli ambientalisti uniti denunciano «un passo indietro ingiustificato e pericoloso, potrebbe risultare incompatibile con gli obblighi derivanti dal diritto europeo e dal diritto internazionale»
 |  Nuove energie

Con 203 voti a favore, 117 contrari e 3 astenuti, la Camera ha appena approvato la conversione in legge (ddl n. 2809) del decreto Bollette (dl 21/2026), sul quale il Governo Meloni aveva chiesto il voto di fiducia. Pensato per tagliare il costo dell’energia a famiglie e imprese alleggerendo artificialmente il costo della materia prima che nella gran parte delle ore (l’89%, da inizio 2026) determina il prezzo all’ingrosso dell’elettricità, ovvero il gas fossile, il provvedimento nasce già vecchio a causa della guerra in Medio Oriente scatenata da Usa e Israele, che ha portato nuovi picchi di costo proprio per il gas fossile.

Il nuovo scenario ha rafforzato l’idea del Governo di mantenere in vita le quattro centrali a carbone ancora presenti lungo lo Stivale, comprese quelle di Brindisi e Civitavecchia che avrebbero dovuto essere dismesse a fine 2025, nonostante costi prospettati per evitare la dismissione pari a circa 100 mln di euro l’anno – risorse che non è ancora dato sapere dove verranno reperite. Di fatto, grazie a un emendamento al decreto Bollette a prima firma Lega, l’addio al carbone è stato adesso posticipato al 2038.

«Si tratta di una decisione grave, che contraddice apertamente gli impegni climatici assunti dal Paese e che interviene in modo repentino su un quadro programmatorio appena definito», commentano a una sola voce le principali associazioni ambientaliste del Paese ed espressioni della società civile come Forum diseguaglianze diversità, Greenpeace, Kyoto club, Legambiente, Transport & Environment e Wwf: «La Strategia energetica del 2017 prima e il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), recentemente adottato e modificato, indicava un percorso di uscita dal carbone entro tempi significativamente più ravvicinati, già al 2025. Smentire oggi quelle scelte, rappresenta un elemento di forte discontinuità istituzionale e mina la credibilità dello Stato nei confronti degli operatori, dei cittadini e delle istituzioni europee. La proroga al 2038 solleva, inoltre, rilevanti criticità sul piano giuridico. Alla luce della riforma degli articoli 9 e 41 della Costituzione, che rafforzano la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni, il prolungamento dell’utilizzo della fonte fossile a maggior tasso di emissioni climalteranti rischia di configurarsi come una misura in contrasto con i principi costituzionali. Tale scelta potrebbe, inoltre, risultare incompatibile con gli obblighi derivanti dal diritto europeo e dal diritto internazionale».

Ad oggi l’Italia dispone di quattro centrali a carbone, con una capacità complessiva di circa 1.200 megawatt (MW), rispetto agli oltre 13.000 MW di due decenni fa — una riduzione di oltre il 90% della capacità dal 2000. Due si trovano in Sardegna (Sulcis/Portovesme, gestita da Enel, e Fiume Santo/Porto Torres, gestita da EP Produzione); due sulla terraferma (Brindisi Sud e Torrevaldaliga Nord/Civitavecchia, entrambe di Enel). Le centrali sulla terraferma sono già di fatto inattive: Brindisi è ferma dal 2024, mentre Civitavecchia ha prodotto un trascurabile 0,3 TWh nel dicembre 2024 e nulla nel 2025. Entrambe hanno perso l’autorizzazione ambientale a utilizzare carbone il 1° gennaio 2026; riattivarle richiederebbe nuove autorizzazioni integrate ambientali (Aia), un processo che richiede anni ed è soggetto a significative opposizioni legali e territoriali. Le uniche centrali attualmente operative sono quelle in Sardegna, che funzionano in base a un regime regolatorio speciale di “servizio essenziale” definito da Arera – non perché siano economicamente competitive, ma perché la Sardegna è ancora elettricamente isolata dalla terraferma in attesa del completamento del cavo sottomarino Tyrrhenian Link (previsto tra il 2028 e il 2029).

Già oggi dunque l’impiego di carbone per la produzione di elettricità è più che marginale nel Paese. La produzione complessiva da carbone in Italia nel 2025 è stata pari a circa 2.975 GWh, con un ulteriore calo del 13,5% su base annua e meno dell’1% della produzione elettrica nazionale, secondo i dati mensili ufficiali di Terna. Secondo i dati messi in fila dal think tank Ecco, la produzione da carbone in Italia nei mesi di gennaio e febbraio 2026 è stata invece pari a soli 346 GWh – in calo del 32% rispetto allo stesso periodo del 2025 (519 GWh) e pari a circa lo 0,6% della domanda elettrica nazionale. Nel gennaio 2026 si sono registrate 58 ore consecutive (dal 3 al 5 gennaio) durante le quali l’Italia non ha prodotto elettricità da carbone, il periodo più lungo mai registrato senza carbone.

Al di là dell'impiego trascurabile delle centrali, per per rendere effettiva la proroga al 2038, così come gli interventi sui costi della CO2 determinati nel mercato europeo di riferimento (Eu Ets), il provvedimento dovrà passare giocoforza al vaglio di Bruxelles. Sul punto, l’associazione di categoria Assoidroelettrica evidenzia che la preoccupazione della Commissione Ue è evitare una corsa a "risposte nazionali disordinate" di fronte alla crisi energetica, come esplicitato dal vicepresidente della Commissione con delega a Industria e Mercato interno, Stéphane Séjourné; oltre che sul carbone, il confronto ruota attorno allarticolo 6 del Dl Bollette, percepito come un intervento a carattere strutturale sull’Eu Ets, rendendo l'approvazione giuridica molto complessa. «Bruxelles – spiegano da Assoidroelettrica – teme che concedere deroghe a Roma possa creare un precedente pericoloso, spingendo altri Stati a smantellare pezzo dopo pezzo il sistema europeo di tassazione delle emissioni».

Per questo il co-fondatore e direttore esecutivo del think tank climatico Ecco, Luca Bergamaschi, parla di «una mossa simbolicamente dannosa ma di scarso impatto pratico, almeno per ora. Secondo la nostra interpretazione, questa mossa rappresenta una reazione o una provocazione politica nei confronti di Bruxelles, legata al tentativo dell’Italia di sospendere il sistema europeo di scambio delle emissioni (Eu Ets), che finora non ha trovato accoglimento da parte della Commissione e della maggioranza degli Stati membri. La posizione dell’Italia non rappresenta una risposta credibile alle attuali sfide legate ai prezzi dell’energia o alla sicurezza degli approvvigionamenti».

Intanto in merito al decreto Bollette le associazioni ambientaliste parlano di «un passo indietro ingiustificato e pericoloso», anche perché «il continuo mutamento degli indirizzi di politica energetica compromette significativamente la certezza del quadro regolatorio e rischia di rallentare gli investimenti nelle tecnologie pulite, aggravando la dipendenza dalle fonti fossili e i costi per cittadini e imprese». Le alternative infatti non mancano, come quelle messe recentemente in evidenza dal think tank Ecco per sostituire in 12 mesi l’import di Gnl dal Qatar – di fatto già bloccato dalla guerra in corso in Medio Oriente, scatenata da Usa e Israele contro l’Iran – puntando sull’installazione di nuovi impianti rinnovabili e pompe di calore, oltre che su efficienza energetica ed elettrificazione.

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.