
L’inviato speciale di Putin: l’Italia è il Paese europeo più esposto allo shock energetico globale

L'inviato speciale della presidenza russa e amministratore delegato del Fondo russo per gli investimenti diretti, Kirill Dmitriev, ha pubblicato un elenco dei Paesi europei che la Russia considera più esposti a un possibile "shock energetico" causato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz dovuta alla guerra scatenata da Israele e Usa contro l'Iran.
Dmitriev spiega anche come ha fatto la sua classifica: «Italia: fortemente dipendente dalle importazioni di gas; Regno Unito: diminuzione della produzione nel Mare del Nord e aumento delle importazioni; Germania: elevata domanda, dipendenza dalle importazioni; Polonia: transizione dal carbone al gas; Belgio: rischio come Paese di transito; Romania: dipendenza dall'offerta regionale».
All’inviato speciale di Putin piacciono le classifiche: il 29 marzo aveva già fatto un elenco dei Paesi che in tutto il mondo subiranno i maggiori impatti dell’aumento del costo del diesel e se qui in testa ci sono le Filippine seguite da Nigeria e Malaysia , l’Italia occupa comunque il 16esimo posto. Dmitriev ha messo in guardia contro l'imminente crisi energetica globale e ha affermato che «In primavera si manifesterà una grave carenza in tutti i settori essenziali delle economie dell'Unione Europea e del Regno Unito».
Certo, il tono soddisfatto di rivalsa dei russi verso l’occidente permea tutta la “profezia”, ma non si tratta solo di propaganda ritorsiva: lo stesso commissario europeo per l'energia, Dan Jorgensen, ha avvertito che i prezzi del petrolio e del gas aumentati con la guerra contro l'Iran non caleranno nel breve termine e ha fatto notare che dall’inizio della guerra del Golfo la spesa dell'Unione europea per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di 14 miliardi di euro. Per questo Jorgensen ha chiesto ai Paesi Ue di valutare la possibilità di ridurre l'utilizzo di petrolio e gas nel settore dei trasporti, come misura precauzionale contro una prolungata interruzione.
Dmitriev, Jorgensen e la guerra fossile di Trump e Netanyahu stanno facendo a pezzi l’hub del gas mediterraneo e il Piano Mattei sui quali si basa la politica fossile e neo-negazionista climatica del governo di Giorgia Meloni e l’onda anomala della crisi delle energie fossili sembra poter travolgere una politica ideologica che quell’onda non l’aveva testardamente voluta vedere mentre si andava formando, per scosse sismiche successive, nell’oceano dell’ex economia globale terremotato del capo mondiale della destra: Donald Trump. Il sovranismo energetico meloniano tenta disperatamente di cambiare una dipendenza con un’altra (dal gas del Qatar ad ancor più gas algerino) per non pagare ancora più dazio al costosissimo gas Stunitense che ora Trump sta usando come arma di pressione interna e internazionale.
Sembra la nemesi della politica negazionista e anti-rinnovabile della internazionale della neo-estrema-destra: l’idolatria per i combustibili fossili che diventa rovina politica ed economica, mente Trump annuncia la possibile fine della NATO sul cui altare avevano prestato giuramento Giorgia Meloni e tutta la sua parte politica italiana ed europea e nella quale voleva entrare l’Ucraina per avere un ombrello difensivo che rischia di non esserci più. I nazionalisti conservatori e sovranisti russi non hanno tutti i torti a gongolare e a fare i profeti di sventura.
Dmitriev ha scritto sul suo account X che «Ad aprile/maggio si registrerà un periodo di estrema carenza in tutti i settori chiave per il Regno Unito, l'UE e gli altri importatori: Energia → Trasporti marittimi → Mercati → Carburante → Trasporti → Catene di approvvigionamento → Petrolchimica → Fertilizzanti → Agricoltura → Semiconduttori → Industria → Inflazione → Economia → Occupazione» e poi ha ribadito: «Come previsto qui molto prima che i burocrati e i media dell'Unione europea e del Regno Unito ne avessero la minima idea: la più grande crisi energetica della storia».
Anche quello di Dmitriev è però un orizzonte fossile e si vanta del fatto che la Russia in guerra con l’Ucraina sia il Paese meno colpito dall’aumento globale del Diesel: +0,5% in Russia contro il +81,6% nelle Filippine. Dati confermati da Investor Sight: «Nel complesso, i paesi asiatici hanno registrato gli aumenti di prezzo più consistenti» e la Russia putiniana è pronta a rifornirli mentre si avvicina quella che l'inviato speciale della presidenza russa definisce «La più grande crisi energetica di tutti i tempi».




