
Il governo francese raddoppia a 10 miliardi l’anno gli aiuti per l’elettrificazione: «Basta dipendenza dai fossili»

I nostri lettori sanno bene quanto la Spagna abbia investito sulle rinnovabili negli ultimi anni e sanno altrettanto bene quanto questo impegno nella transizione energetica abbia inciso sui costi delle bollette e fatto bene ai portafogli degli spagnoli. E ora, mentre l’Italia continua a pagare a caro prezzo i suoi ritardi su questo fronte e perde tempo con un decreto bollette, ormai convertito in legge con annessa proroga alle centrali a carbone, che non risolve minimamente il problema della dipendenza dai combustibili fossili (anzi) e del connesso problema del caro energia, da Oltralpe arrivano altre notizie che mostrano tutta la distanza che separa le politiche dei principali paesi europei da quelle che caratterizzano il governo Meloni. Il primo ministro francese, Sébastian Lecornu, ha presentato un pacchetto di misure volte ad aumentare il livello di elettrificazione del Paese e a diminuire la dipendenza dall’import di gas e petrolio. «L’energia non è solo un mercato – ha sottolineato presentando i nuovi provvedimenti – è una questione di sicurezza nazionale. Un rapporto di forza. Quando importiamo petrolio o gas, importiamo allo stesso tempo le crisi altrui».
E così, mentre in Italia abbiamo una premier che dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente, il blocco dello Stretto di Hormuz e la chiusura dei rubinetti del gas naturale liquefatto da parte del Qatar, ha effettuato una serie di viaggi in Algeria e nei paesi del Golfo persico per procacciare ulteriori forniture di gas, mentre abbiamo un partito di governo come la Lega e un ministro come Salvini che da settimane chiedono di rivedere le sanzioni decise dell’Ue nei confronti di Mosca e di aprire al gas russo (peraltro sostenuti su questa linea dall’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi) , in Francia il primo ministro Lecornu ha presentato un programma di elettrificazione con al primo punto il raddoppio fino al 2030 del sostegno pubblico per le misure che tendono a questo obiettivo: l’investimento passerà da 5,5 miliardi di euro a 10 miliardi di euro all’anno.
L’aumento di 4,5 miliardi di euro all’anno, ha assicurato il premier francese, sarà garantito nel rispetto degli obiettivi di deficit fissati dal governo, e si accompagnerà a una serie di altre politiche volte a rafforzare l’indipendenza energetica del Paese, a ridurre in modo sostenibile la spesa energetica delle famiglie, delle imprese e dei servizi pubblici, a contribuire alla reindustrializzazione della Francia, proseguendo la trasformazione dell’economia.
Tra le misure annunciate, ci sono in primis quelle riguardanti l’edilizia residenziale: a partire dalla fine del 2026, non sarà più possibile installare caldaie a gas nelle nuove costruzioni. Parallelamente, è stato spiegato dall’Hôtel de Matignon, gli aiuti pubblici destinati ai privati favoriranno maggiormente la sostituzione delle caldaie a gas e a gasolio con pompe di calore. Inoltre due milioni di alloggi sociali dovranno abbandonare il gas entro il 2050, con un’operazione che secondo l’esecutivo transalpino sarà «accelerata, organizzata e finanziata, con un obiettivo sociale chiaramente dichiarato: proteggere innanzitutto le famiglie più esposte all'aumento dei prezzi dell’energia»: verranno selezionati i primi 100 territori che si impegneranno entro il 2030 in un percorso “zero gas”, con un accompagnamento completo. «Il passaggio a una scala più ampia comporterà anche l'installazione di 1 milione di pompe di calore all’anno entro il 2030. Secondo il Governo, questa espansione dovrebbe consentire di ridurre i costi di riscaldamento, sostenendo al contempo un settore industriale francese. In totale, entro il 2030, 85 terawattora di gas dovrebbero essere sostituiti da energia prodotta in Francia, pari al 20% delle importazioni francesi di gas».
Il secondo grande pilastro su cui il governo francese sta costruendo la sua strategia di indipendenza dai combustibili fossili passa per i trasporti. L’obiettivo fissato a Parigi è che entro il 2030 due auto nuove su tre siano elettriche (il 2025 si è chiuso con una quota di mercato del 19,6%, più del triplo rispetto al nostro 6,2%). Anche in questo caso, la ragione non è solo ambientale bensì anche economica e di difesa del potere d’acquisto, dato che un tragitto di 100 chilometri costa in media tra i 2 e i 3 euro con un veicolo elettrico, contro una media di 11 euro con il diesel. Questa strategia è accompagnata da un obiettivo industriale, spiega il governo guidato da Lecornu: «I costruttori francesi dovranno raggiungere una produzione di 400.000 veicoli elettrici all’anno a partire dal 2027, per poi arrivare a 1 milione nel 2030, mentre cinque anni fa la Francia era assente da questo settore. L’esecutivo vuole così evitare che una minore dipendenza dal petrolio si traduca in una nuova dipendenza dai veicoli importati». Per le famiglie a basso reddito, aggiungono dall’Hôtel de Matignon, il leasing sociale (auto a canone mensile moderato) dovrebbe riprendere a partire da giugno con 50.000 veicoli elettrici supplementari. Sono previsti fino a 9.500 euro di contributo per l’acquisto di un’auto elettrica ed è previsto anche un nuovo dispositivo per i “grandi utilizzatori” della classe media, in particolare assistenti domiciliari, assistenti sanitari, infermieri, artigiani, dipendenti e funzionari pubblici, con 50.000 veicoli elettrici sovvenzionati in più a partire dal 2026.
Sempre con l’occhio rivolto agli artigiani e alle imprese, il governo francese ha previsto per la prima volta misure dedicate ai veicoli commerciali e agli autocarri, che possono arrivare fino a 100.000 euro per veicolo elettrico. «L’esecutivo intende inoltre intervenire in modo più incisivo per decarbonizzare i grandi siti industriali e agroalimentari – si legge nella nota diffusa da Parigi – Anche gli artigiani e i commercianti sono interessati: l’elettrificazione degli strumenti di lavoro, come forni, girarrosti o alcune attrezzature professionali, deve essere oggetto di misure specifiche, così come le attrezzature dei pescatori, degli agricoltori o del settore dei lavori pubblici.
Parallelamente a questi annunci in materia di energia, l’8 aprile il governo francese ha presentato in Consiglio dei ministri un aggiornamento e anche un’accelerazione della programmazione militare, che dovrà essere discussa rapidamente in Parlamento e poi approvata. Concludono dall’Hôtel de Matignon: «La rotta tracciata è quindi quella di una sovranità globale: energetica, industriale e militare».
Spiega Pierpaolo Cazzola, che è un esperto di energia e direttore dell’European transport and energy research centre presso l’Università della California Davis: «L’Italia ha una dipendenza energetica dall’estero ben superiore alla Francia, storicamente oltre il 70% del fabbisogno complessivo. Questa vulnerabilità è emersa con chiarezza dopo l’invasione russa dell’Ucraina e, più recentemente, con le tensioni nello Stretto di Hormuz. Nonostante queste circostanze, le scelte politiche nazionali sono state spesso meno coerenti e tutt’altro che lungimiranti. L’Italia ha spesso adottato una logica difensiva, orientata alla gestione delle emergenze più che alla creazione di opportunità di sviluppo attraverso il progresso tecnologico. Ciò si è tradotto anche in strategie di diversificazione fortemente orientate verso il gas naturale, aumentando l’esposizione alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili. L’ultimo decreto energia non rompe con questa logica».





