
Il capo dell’Eni Descalzi si accoda alla Lega: «Sospendere lo stop all’acquisto di gas russo»

Di fronte alla crisi energetica e al rincaro dei prezzi innescati dalla guerra in Iran, altri governi europei stanno lavorando per ridurre la dipendenza da combustibili fossili: va in questa direzione l’impegno spagnolo sulle rinnovabili e quello più recente francese sull’elettrificazione. Il governo Meloni per ora si è limitato a un decreto bollette che non risolve minimamente il problema e a rivolgere all’Unione europea una serie di richieste che vanno dalla sospensione del Patto di stabilità a quella del sistema di scambio di quote di emissioni (Ets). Di accelerare su eolico e solare neanche a parlarne, e anzi la premier Meloni nelle ultime settimane ha fatto la spola tra l’Algeria e i paesi del Golfo persico per cercare nuove forniture di gas. E ora ad accodarsi sulla ricetta di Palazzo Chigi pro-fossili e contraria ai dettati Ue è arrivato l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi.
Parlando come ospite alla scuola di formazione politica della Lega, il numero uno dell’azienda petrolifera ha puntato il dito sul fatto che «nel week end scorso abbiamo avuto 600 stazioni di servizio dove era esaurito il gasolio: colpa nostra che abbiamo tenuto i prezzi troppo bassi ma se 600 stazioni Eni rimangono senza gasolio un problema possibile c’è». Per il ceo di Eni «il problema in questo momento non sono i prezzi ma i volumi» di petrolio e gas: «Quello che è successo nel Golfo è l’evento più importante degli ultimi 40 anni dal punto di vista della caduta dell’offerta: in questo momento mancano 4,5 milioni di barili di prodotti più altri 12 milioni di greggio, quindi qualcosa di importante. Siamo in una situazione dove o hai capacità di produrre quello che ti serve o rischi. E noi non solo non abbiamo raffinazione ma non abbiamo anche produzione, quindi tutte le incongruenze di questi ultimi 20 anni davanti a questi stress test le paghiamo».
Inutile dire che l’incongruenza degli ultimi anni è non aver accelerato sulle rinnovabili quando già la guerra in Ucraina aveva dimostrato quanto costi la dipendenza da gas e petrolio d’importazione. Per Descalzi la soluzione al problema non passa per l’energia pulita, ma nel trovare nuove fonti di approvvigionamento per soddisfare questa stessa dipendenza. Se l’Unione europea alla fine del 2025 ha deciso di chiudere i rubinetti del gas russo, l’amministratore delegato dell’Eni dice di fronte ai rappresentanti del partito leghista: «Penso sia necessario sospendere il ban che scatterà l’1 gennaio 2027 su 20 miliardi di metri cubi di gas che vengono dalla Russia. Secondo me sul gas è necessario rivedere, altrimenti chi andrà a produrre questi 20 miliardi in più? Per tutte le centrali la flessibilità sulla rete la dà il gas; non la danno le rinnovabili che non si possono spegnere, non la dà il nucleare che non abbiamo ma comunque avrebbe tempi di swicth off molto più lunghi, quindi del gas abbiamo bisogno».
Si tratta di una linea in totale sintonia col partito di Salvini, che da giorni batte su questo tasto per riaprire al gas russo. E in sintonia anche con la richiesta di Meloni di sospendere l’Ets: «Come sta facendo il governo italiano - aggiunge infatti Descalzi - suggerirei inoltre di sospendere o di redistribuire l’Ets per trovare un modo per non penalizzare un settore industriale che deve già pagare moltissimo l’energia e se deve pagare anche delle tasse, abbiamo un sistema sociale che corre dei rischi: non si può essere radicali e dogmatici ma bisogna avere buon senso in una situazione straordinaria».
Il buon senso in realtà dovrebbe suggerire di non perseverare con la rovinosa ricetta dell’acquisto di combustibili fossili, per di più da un paese come la Russia che sta utilizzando quanto incassato con le vendite di gas e petrolio per finanziare la guerra contro l’Ucraina. Stando agli ultimi dati disponibili, anche con le sanzioni già entrate in vigore, nel primo trimestre di quest’anno i paesi dell’Unione europea hanno versato alla Russia 2,9 miliardi di euro per circa 5,1 milioni di tonnellate (6,9 miliardi di metri cubi) di gas naturale liquefatto, rispetto ai 4,3 milioni di tonnellate dello stesso periodo dell’anno scorso, nonostante tali entrate contribuiscano a finanziare la guerra di Mosca contro Kiev. L’aumento dei ricavi per la Russia non è dovuto solo ai volumi esportati, ma soprattutto all’impennata dei prezzi del gas (+50% a marzo 2026), scatenata dall’instabilità geopolitica in Medio Oriente innescata dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran. Tra l’altro, come si legge dall’analisi realizzata dall’organizzazione ambientalista Urgewald, mentre le vendite da parte di Mosca di gas via tubo sono crollate, quelle di gas naturale liquefatto sono aumentate del 17% rispetto allo scorso anno, e nonostante le restrizioni e i divieti di trasbordo, gran parte del gas russo destinato originariamente all’Asia sta circolando nei mercati europei, con le organizzazioni ambientaliste che accusano i governi comunitari di «finanziare indirettamente la macchina da guerra russa». Fare marcia indietro rispetto alle limitazioni decise a livello Ue per quest’anno e rispetto allo stop dell’import dal 2027 sarebbe davvero un errore clamoroso.





