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Iea, a causa della guerra in Medio Oriente è in corso «il più grave shock petrolifero» della storia

Lo scenario in cui si prevede una ripresa delle consegne regolari di petrolio e gas entro metà anno «potrebbe rivelarsi troppo ottimistico», secondo l’Agenzia internazionale dell’energia
 |  Nuove energie

La guerra in Medio Oriente ha innescato quello che l’International energy agency (Iea) definisce nel suo ultimo Oil market report come «il più grave shock di offerta nella storia del petrolio», con effetti che stanno già spingendo verso l’alto i prezzi del greggio, dei prodotti raffinati e il livello di tensione sull’economia globale.

Secondo l’agenzia, il protrarsi degli attacchi alle infrastrutture energetiche nella regione e le restrizioni ai movimenti delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz hanno provocato la più grande interruzione di forniture mai osservata. In questo contesto, i Paesi importatori di petrolio stanno cercando con difficoltà barili sostitutivi in un mercato dove l’offerta si è fatta sempre più scarsa.

L’effetto più visibile è sui prezzi. Il greggio fisico è salito fino a livelli record prossimi a 150 dollari al barile, collocandosi ben al di sopra delle quotazioni dei mercati futures, mentre lo scarto tra mercato fisico e finanziario continua ad allargarsi. Ancora più marcato il rincaro dei prodotti raffinati, con i prezzi dei distillati medi a Singapore che hanno superato i 290 dollari al barile, anch’essi su massimi storici.

L’Iea sottolinea che marzo ha segnato il maggiore rialzo mensile di sempre per i prezzi del petrolio, proprio sulla scia di questo shock di offerta. Il nodo centrale resta lo Stretto di Hormuz, indicato come la variabile decisiva per allentare la pressione su forniture energetiche, prezzi e crescita economica mondiale. Ma la situazione, invece di normalizzarsi, si è ulteriormente complicata con l’annunciato blocco statunitense alle navi in ingresso o in uscita dai porti e dalle aree costiere iraniane.

All’inizio di aprile, le spedizioni attraverso Hormuz risultavano ancora gravemente limitate. I carichi di greggio, liquidi del gas naturale e prodotti raffinati transitati nello Stretto si fermavano in media a circa 3,8 milioni di barili al giorno (mb/g), contro oltre 20 mb/g registrati in febbraio prima della crisi.

Le esportazioni deviate su rotte alternative – in particolare dalla costa occidentale dell’Arabia Saudita, da Fujairah sulla costa orientale degli Emirati Arabi Uniti e attraverso l’oleodotto Itp tra Iraq e Ceyhan, in Turchia – sono aumentate fino a 7,2 mb/g, rispetto a meno di 4 mb/g prima della guerra. Ma questo non basta a compensare il crollo dei volumi: la perdita complessiva di esportazioni petrolifere supera infatti i 13 mb/g.

A queste difficoltà si sommano i tagli alla produzione e i danni diretti alle infrastrutture energetiche dell’area, che secondo l’Iea hanno già determinato perdite cumulative di offerta superiori a 360 milioni di barili in marzo e che potrebbero salire a oltre 440 milioni di barili nel corso di aprile.

Il ripristino dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz rimane la singola variabile più importante per alleviare nell’immediato la pressione sulle forniture energetiche ma, sul fronte delle prospettive, la stessa Iea riconosce che il quadro resta estremamente incerto. L’ipotesi principale presa a riferimento nel rapporto prevede una ripresa delle consegne regolari di petrolio e gas dal Medio Oriente verso i mercati internazionali entro metà anno, anche se non ai livelli precedenti al conflitto. Ma la stessa Iea avverte che «questo scenario potrebbe rivelarsi troppo ottimistico», dato l’elevato grado di incertezza sugli sviluppi dell’ennesima crisi energetica legata all’oil &gas.

Il risultato di questa Terza guerra del Golfo è una crisi energetica tra le due e le tre volte peggiore rispetto a quella del 1973, diventando così la più grave di sempreE mentre i petrolieri Usa incassano extraprofitti miliardari, i costi in Europa continuano a salire. La guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran sta infatti già costando agli Stati membri dell’Ue – Italia compresa – qualcosa come mezzo miliardo di euro al giorno in termini di extracosti per l’import di combustibili fossili, imponendo la necessità di accelerare la rotta sul fronte della decarbonizzazione per far sostituire l’impiego di gas e petrolio con quello delle energie rinnovabili.

Redazione Greenreport

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