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Nucleare in Italia? Il ministro Pichetto esclude nuove centrali in questa legislatura

La promessa è quella di individuare almeno il sito per il necessario Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, che però secondo Arera sarà pronto non prima del 2041
 |  Nuove energie

Nonostante pochi giorni fa il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, abbia espresso la volontà dell’Italia di concorrere a triplicare la potenza nucleare installata nel mondo, l’Italia non si unirà concretamente a questo sforzo, almeno finché ci sarà il Governo Meloni. A precisarlo è oggi lo stesso Pichetto, intervenuto questa mattina all’evento in corso “Transizione energetica e l'industria del nucleare 2026” targato Il Sole 24 Ore.

Commentando l’evoluzione dello schema di Ddl sul cosiddetto “nucleare sostenibile” già approvato da parte del Consiglio dei ministri e oggi all’esame del Parlamento, Pichetto ha ricordato che «si è chiusa la settimana scorsa la fase di deposito degli emendamenti, sono circa 500», specificando «spero di chiudere il processo legislativo entro la pausa estiva per arrivare a fine anno con i decreti attuativi».

«Vogliamo fare una cosa seria, ben fatta – ha aggiunto il ministro – Ciò non significa l'acquisto degli small reactor in questa legislatura, ma creare le condizioni giuridiche perché l’Italia possa avere in futuro la produzione di nucleare». In altre parole, non ci saranno nuove centrali, nemmeno in progetto, nel corso di questa legislatura Meloni. È la conferma di quanto atteso, anche perché di fatto gli Smart modular reactor (Smr) di fatto non esistono.

Come riassunto già lo scorso giugno dalla Banca d’Italia, nel 2024 vi erano 98 progetti basati su tecnologie Smr, Amr (Advanced modular reactors) o Mmr (Micro-modular reactors) nel mondo. Alcuni di questi erano sospesi per assenza di fondi o in fase di sviluppo embrionale, e solo tre risultano operativi – uno in Cina e due in Russia –, con Bankitalia a sottolineare peraltro che «l’introduzione di nuove tecnologie impone l’aggiornamento dei criteri di valutazione della sicurezza e dunque la maggior sicurezza di diversi nuovi progetti deve ancora essere dimostrata». Come farlo, e con quali fondi, non è chiaro.

Nel Piano strategico approvato quest’anno da Enel – il più grande “operatore” privato al mondo nel comparto delle rinnovabili, col ministero dell’Economia primo azionista – con orizzonte al 2028 si prevedono investimenti da 53 miliardi ma sul nucleare non c’è un euro, e i fondi pubblici stanziati dal Governo si concentrano su partite come la promozione di informazione pro-nucleare: 6 mln di euro solo quest’anno, a fronte di zero risorse analoghe per le rinnovabili.

Come peraltro evidenzia il fisico Giuseppe Onufrio, già direttore di Greenpeace Italia, la partita dei costi non appare banale: l’analisi sui principali modelli di Smr in corso di sviluppo negli Usa documenta che il costo industriale dell’elettricità risulterà sempre superiore del 50% a quello delle centrali tradizionali.

Eppure le ambizioni in campo da parte dell’esecutivo appaiono rilevanti. «Nello scenario ipotizzato dal Pniec – riassume ancora Bankitalia – la capacità installata tra il 2030 e il 2050 sarebbe pari a circa 8 GW (di cui 1,3 GW in modalità cogenerativa e 0,4 GW da fusione nucleare nel 2050). I nuovi impianti sarebbero tra 22 e 42, e la loro produzione coprirebbe l’11% (64,2 TWh) del fabbisogno elettrico stimato al 2050». Dove verrebbero collocate una quarantina di centrali nucleari non è dato sapere.

Quel che forse si saprà, in compenso, è dove verrà collocato il necessario Deposito unico nazionale per i rifiuti radioattivo, atteso da lustri e ancora senza localizzazione date le opposizioni dei territori. Nel merito, Pichetto ha dichiarato che «in questa legislatura si debba chiudere con il sito temporaneo delle scorie e del sito e del deposito dei rifiuti. Questo è un impegno e un dovere che ho preso. Arriveremo a individuare tutto ciò in questa legislatura ovviamente a seguito della legge delega».

Nel merito a febbraio è espressa in Parlamento l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), che ha sintetizzato lo stato dell’arte. L’Arera segnala che «particolarmente critica risulta la mancata definizione della questione del Deposito nazionale». Una questione per la quale il ministro Pichetto, dopo vari cambi di programma, aveva indicato nel 2039 la data di realizzazione. Ma per l’Arera anche questa data, per quanto lontana, è troppo ottimistica. Tant’è vero che sottolinea, dopo aver espresso preoccupazione per la «mancata definizione» del deposito per le scorie: «Ad oggi, infatti, pur a seguito della pubblicazione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) e della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), non è ancora stato individuato il sito e Sogin già prevede un ritardo significativo nella realizzazione dello stesso, differita probabilmente al 2041, con conseguenti gravi effetti economici in merito al rientro dei rifiuti vetrificati del combustibile irraggiato spedito al riprocessamento all’estero».

Il Deposito unico nazionale è inoltre un obbligo di legge: l’Ue (articolo 4 della direttiva Euratom 2011/70) prevede che la sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi avvenga nello Stato membro in cui sono stati generati, e nel recepire la direttiva con decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 45, l’Italia prevede la necessità di realizzare un Deposito nazionale unico.

Il Deposito serve a ospitare in sicurezza i rifiuti radioattivi italiani a molto bassa e bassa attività (la cui radioattività decade a valori trascurabili nell’arco di 300 anni), e a stoccare in via temporanea – in attesa di un deposito geologico ad oggi inesistente – i rifiuti a media e alta attività (il cui decadimento richiede fino a centinaia di migliaia di anni). L’elenco delle 51 aree idonee è ospitarlo è stato pubblicato sul sito del ministero dell’Ambiente con la Carta nazionale delle aree idonee (Cnai) ormai oltre un anno fa, nel dicembre 2023, ma ancora la conclusione dell’iter si presenta come molto lunga: nessuno lo vuole ospitare, nonostante sia un’infrastruttura tanto sicura che l’analogo francese del Centre de l’Aube è collocato in una zona di produzione dello champagne. 

Nel mentre – riferisce ancora l’Arera – l’attività di decommissioning (smantellamento) delle vecchie centrali nucleari italiane, dopo più di vent’anni di attività, risulta pari a circa il 32% dell’intera commessa, con un costo complessivo stimato in 11 miliardi di euro. A testimonianza che dovremmo prima imparare a fare i conti con la pesante eredità del vecchio nucleare, prima di parlare del nuovo.

Redazione Greenreport

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