
Geotermia, nel sottosuolo della Toscana si nascondono migliaia di km cubi di magma

La geotermia è la fonte di energia rinnovabile che più di ogni altra caratterizza la Toscana: le tecnologie industriali di settore sono nate qui oltre due secoli fa – seguite dalla produzione di energia elettrica, dalla coltivazione del campo geotermico, dai filtri Amis e molti altri primati – per poi diffondersi in tutto il mondo, e oggi il 70% dell’elettricità rinnovabile generata sul territorio, equivalente a un terzo del fabbisogno regionale, arriva dalle centrali geotermoelettriche gestite da Enel green power con 916 MW di potenza installata. Eppure solo oggi la comunità scientifica inizia a comprendere l’enorme quantità di fluidi magmatici che ribollono nel sottosuolo.
All’interno delle aree geotermiche di Larderello e del Monte Amiata si nascondono infatti volumi di migliaia di chilometri cubi ricchi in fluidi magmatici, localizzati tra 8 e 15 chilometri di profondità nella crosta continentale. È il risultato di una ricerca condotta dall’Università di Ginevra insieme all’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr di Firenze e all’Ingv, che apre nuove prospettive sia sul piano della conoscenza geologica sia su quello delle possibili applicazioni energetiche.
Lo studio, pubblicato su Communications Earth & Environment, ha utilizzato la tomografia del rumore sismico ambientale, una tecnica di prospezione che sfrutta le vibrazioni continue della Terra e che viene presentata come innovativa anche per il suo impatto nullo sull’ambiente. Grazie a questo metodo i ricercatori sono riusciti a ricostruire un’immagine tridimensionale della struttura profonda dell’area investigata, individuando zone in cui le onde sismiche rallentano in modo anomalo, un segnale compatibile con la presenza di rocce parzialmente fuse e quindi di serbatoi magmatici.
In termini geologici, i corpi magmatici individuati in Toscana vengono paragonati a quelli che alimentano i cosiddetti supervulcani, come Yellowstone negli Stati Uniti, il lago Toba in Indonesia o Taupo in Nuova Zelanda. In quei casi, però, la presenza di grandi volumi di magma è generalmente resa evidente da manifestazioni superficiali come crateri, deformazioni del suolo, emissioni di gas o depositi eruttivi. In Toscana, invece, l’attività magmatica è da milioni di anni prevalentemente plutonica, e proprio per questo tali volumi profondi potevano restare nascosti.
«Sapevamo che questa regione, che si estende da nord a sud attraverso la Toscana, è geotermicamente attiva, ma dei serbatoi magmatici così grandi erano difficili da immaginare. Questo ritrovamento ha dello straordinario», spiega Matteo Lupi, professore associato al Dipartimento di Scienze della Terra della Facoltà di Scienze dell’Università di Ginevra, che ha guidato lo studio.
La tecnica che ha permesso di arrivare a questo risultato si basa sull’analisi di segnali sismici generati continuamente da onde oceaniche, vento e attività antropiche. «Si tratta di un metodo che permette di “radiografare” la crosta terrestre sfruttando le vibrazioni che sono continuamente generate dalle onde oceaniche, dal vento o dalle attività antropiche», osserva Domenico Montanari, coordinatore delle attività per il Cnr-Igg. In questo studio sono stati utilizzati circa 60 sensori sismici ad alta risoluzione installati in superficie, capaci di registrare la propagazione delle onde e di mettere in evidenza le zone dove la loro velocità è insolitamente bassa.

Secondo i ricercatori, il valore della scoperta va oltre l’interesse puramente scientifico. La ricostruzione della struttura profonda del sottosuolo può infatti contribuire a quantificare meglio il potenziale geotermico della regione, in un’area che già oggi rappresenta uno dei poli storici della geotermia italiana. «Questi risultati sono importanti sia per la ricerca fondamentale, che per le applicazioni pratiche, in primis per quantificare il potenziale geotermico di una regione. Oltre al loro grande interesse scientifico, questi studi mostrano che la tomografia da rumore sismico ambientale, esplorando il sottosuolo in modo rapido, a basso costo e senza alcun impatto per l’ambiente, può essere uno strumento chiave per la transizione energetica», conclude Gilberto Saccorotti dell’Ingv. La ricerca suggerisce inoltre un possibile impiego di questi metodi per l’esplorazione di risorse strategiche come il litio e gli elementi delle terre rare, la cui formazione è strettamente legata ai sistemi magmatici profondi.
Nel frattempo, sotto il profilo dello sviluppo industriale, il territorio toscano resta in attesa che possa entrare in piena operatività il rinnovo ventennale delle concessioni geotermiche accordato lo scorso febbraio dalla Regione Toscana in favore di Enel green power, a fronte di un accordo industriale che prevede nuovi investimenti da 3 miliardi di euro (che arrivano a 7,4 mld di euro contando anche costi d’esercizio e manutenzione ordinaria), comprensivi di 400 mln di euro in “compensazioni” ai territori interessati, di 200 destinati all’area amiatina.
Una partita che sta passando attraverso le aule di tribunale, dopo i ricorsi presentati dai comitati no-geo locali, ancora in attesa di sentenza definitiva: per il momento, lo scorso dicembre il Tribunale amministrativo (Tar) della Toscana ha pubblicato due ordinanze contro l'accesso ai documenti amministrativi del procedimento che ha portato alla rimodulazione delle concessioni.





