Skip to main content

L’analisi del think tank britannico Ember

Né un drone né Hormuz possono bloccare la luce solare: perché la guerra in Iran segna la fine del predominio fossile

La crisi energetica innescata dal conflitto nel Golfo fa accelerare l’era dell’elettrificazione: rispetto agli shock petroliferi degli anni ’70, da cui si uscì puntando su una diversificazione basata sul nucleare, oggi le rinnovabili sono un’alternativa alla dipendenza da petrolio e gas già a portata di mano più economica, più veloce e più sicura
 |  Nuove energie

«Ex malo bonum», recita il motto latino attribuito a Sant’Agostino riguardo al fatto che si può trarre del bene anche dal male. Ecco, probabilmente la crisi del Golfo e il conseguente shock petrolifero più grave della storia che ora rischia di provocare una recessione a livello globale sono un’occasione per mettere in pratica quella massima. E lo si può fare partendo da due considerazioni legate alla guerra in Iran (e non solo) e ai modelli di approvvigionamento energetico che si affidano o ai pozzi petroliferi o invece ad altre fonti di energia. Le due considerazioni sono contenute in un’analisi appena diffusa dal think tank britannico Ember dedicata al «Nuovo doppio shock fossile» e a «come le crisi energetiche degli anni 2020 accelerano l’era elettrica». E sono tanto semplici quando fondate e interessanti. La prima: ormai un drone da 20 mila dollari può fermare una petroliera dal valore di 150 milioni di dollari. Insomma, mai come oggi la compravendita di combustibili fossili è stata così rischiosa. E poi ci sono le sanzioni che possono impedire l’export di materie prime, o blocchi navali che limitano o interrompono del tutto il passaggio di queste materie prima. La seconda considerazione: la luce del Sole percorre 93 milioni di miglia per raggiungere la Terra, nessuna delle quali attraverso lo Stretto di Hormuz. Insomma, non ci sono droni, missili o blocchi navali che possano impedire a un paese di rifornirsi dell’energia derivante dal Sole o anche dal vento, tanto più che nel caso dei combustibili fossili siamo in presenza di una dipendenza dall’estero, mentre pale eoliche e pannelli fotovoltaici sono all’interno dei confini nazionali. La differenza tra un sistema energetico basato sull’import di petrolio e gas e uno basato sulle rinnovabili e l’elettrificazione, scrivono anche gli esperti di Ember, è analoga alla differenza che passa tra possedere una casa e affittarne una da un padrone avido. «Anche tenendo conto delle catene di approvvigionamento concentrate, l’elettrotecnologia è più sicura dei combustibili fossili. Una volta installata, non richiede combustibile: il Sole non può essere oggetto di sanzioni».

Ma a questo punto i ricercatori britannici non spiegano soltanto perché è più conveniente puntare sull’energia pulita. Spiegano perché è inevitabile la transizione energetica. E perché, a causa del o grazie al nuovo conflitto in Medio Oriente che arriva a soli quattro anni dalla crisi energetica innescata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, petrolio e gas hanno raggiunto il loro picco e ora invece di trovarci su un plateau che dovrebbe declinare gradatamente siamo alla vigilia di un rapido declino dei combustibili fossili. Un declino che in passato non sarebbe stato possibile, mentre oggi c’è in campo un fattore nuovo che cambia tutto: le rinnovabili, appunto.

Le crisi petrolifere del 1973 e del 1979 comportarono ciascuna una riduzione di circa cinque milioni di barili al giorno, ricordano i ricercatori, mentre quella provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz ne ha causata una di oltre dieci milioni al giorno. «L’importanza di questo shock è accentuata da ciò che lo ha preceduto. Quattro anni fa, l’invasione russa dell’Ucraina ha escluso il più grande esportatore mondiale di combustibili fossili dal suo principale mercato. Da un giorno all’altro, l’Europa è stata costretta a sostituire il suo principale fornitore di energia, con ripercussioni a livello mondiale. Ora, quattro anni dopo, la più grande rotta di approvvigionamento di petrolio e Gnl del mondo ha seguito l’esempio. Uno shock è un evento. Due sono una tendenza. Se la storia ha un potere persuasivo, è grazie alla ripetizione».

L’altra differenza rispetto al passato, fanno notare i ricercatori britannici, è che nel 2019 gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di combustibili fossili per la prima volta dalla seconda guerra mondiale. «Per i tre quarti del mondo che vivono in paesi importatori di combustibili fossili, ciò significa, nella migliore delle ipotesi, un garante in declino proprio nel momento in cui aumentano i pericoli marittimi. Nella peggiore delle ipotesi, gli Stati Uniti sono passati da garanti a perturbatori. Per questa maggioranza di importatori, i decenni di dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili accumulati sotto la Pax Americana sono ora una palese vulnerabilità strategica».

Al netto di quel che potranno fare gli Usa con o senza Trump e il suo «drill, baby, drill» alla Casa Bianca, è chiaro che di fronte a uno shock dell’offerta, le nazioni hanno tre opzioni: consumare meno, trovare nuove fonti o sostituirle con qualcos’altro. È quel che si è fatto in seguito alla crisi degli anni ’70, anche facendo ricorso al nucleare. «Il carbone e il gas hanno svolto un ruolo in diversi settori, dall’elettricità all’edilizia – si legge nell’analisi di Ember – La principale alternativa non fossile era il nucleare, che in quel decennio è cresciuto di oltre il 20% all’anno. Nel 1973 il nucleare rappresentava il 3% della produzione globale di elettricità; quindici anni dopo era salito al 17%. Ciò ha contribuito a spingere il petrolio fuori dalla produzione di energia elettrica. Nel 1973 il petrolio rappresentava un quarto della produzione globale di elettricità. Due decenni dopo, un decimo. Oggi è circa il 2%. Gli shock colpiscono più duramente gli anelli più deboli». Si legge anche nell’analisi del think tank britannico che come per il consumo di energia fossile, l’impatto di un doppio shock nell’accelerare il cambiamento è chiaramente evidente nella produzione di energia elettrica. «Il primo shock ha rallentato la crescita del petrolio nel settore elettrico. Il secondo lo ha spinto verso un declino irreversibile. A rischio di ripetizione, uno shock è un avvertimento, due sono un verdetto».

Ma ecco l’ultima e fondamentale differenza rispetto alle crisi energetiche degli anni ’70 e al modo in cui il mondo ne è uscito: nella diversificazione per il settore elettrico, si legge nell’analisi Ember, «il nucleare ha subito una battuta d’arresto, poiché i costi sono aumentati invece di diminuire e i disastri ne hanno offuscato la reputazione» e poi l’eccesso di offerta di petrolio degli anni ‘80 riportò il sistema alla normalità. «Le alternative non erano ancora abbastanza economiche, diffuse o attraenti per sopravvivere a un’era di prezzi bassi dei combustibili fossili». Ma oggi è diverso. Sia rispetto alla disponibilità di petrolio e gas sia rispetto a quel che può garantire il nucleare. «Rispetto agli anni ‘70, oggi l’elettrificazione è più economica, più veloce e più sicura, con conseguenze irreversibili per una fetta ancora più ampia della domanda di combustibili fossili».

Nel settore dell’energia, viene elencato nel report, il solare più lo stoccaggio costa ora meno di 60 dollari per megawattora (MWh) a livello globale, mentre il costo variabile dell’energia prodotta a gas naturale liquefatto in Asia supera i 160 dollari per MWh. «Nel settore dei trasporti, i veicoli elettrici competono con le auto a benzina sul prezzo di listino nella maggior parte dei mercati principali e li battono sul prezzo per chilometro percorso del 60–80%. Affinché il motore a combustione interna possa competere con un veicolo elettrico in Cina, il greggio dovrebbe scendere sotto i 15 dollari al barile».

Inoltre in termini relativi, il solare e l’eolico sono oltre cinque volte più grandi di quanto fosse il nucleare quando si verificarono gli shock degli anni ‘70. «I veicoli elettrici rappresentano un quarto delle vendite globali di automobili e stanno crescendo rapidamente. Quando si verificò il primo shock degli anni ‘70, l’elettricità rappresentava il 12% dell’energia utile. Ora supera un terzo. Un’alternativa più grande che attacca un obiettivo più grande lascia un segno più grande».

E poi, sottolineano in ricercatori di Ember, c’è il fattore tempo di cui tener conto nel cercare soluzioni per uscire da una crisi energetica. Fattore che è totalmente favorevole alle rinnovabili rispetto ad altre soluzioni basate sui combustibili fossili o sul nucleare: «Ci sono voluti dieci anni per costruire centrali nucleari e nuovi giacimenti petroliferi. Un parco solare richiede 18 mesi. Un impianto su tetto, un paio di settimane. Un veicolo elettrico può essere acquistato e guidato fino a casa già nel pomeriggio stesso. Questa volta, ridurre la dipendenza non richiede autorizzazioni: può avvenire alla velocità delle scelte dei consumatori, non della burocrazia. E la catena di approvvigionamento è pronta». Ultimo elemento a favore di rinnovabili ed elettrificazione è il fattore irreversibilità: «L’elettrotecnologia è una porta a senso unico – scrivono i ricercatori – una volta installati, il solare e l’eolico hanno costi di gestione quasi pari a zero, quindi nessun calo dei prezzi dei combustibili fossili può attirare nuovamente la domanda. I veicoli elettrici e le pompe di calore seguono la stessa logica. Dato che sono più economici da gestire e vincolati per un decennio o più, le ragioni economiche per tornare indietro non si concretizzano mai. Anche alla fine del ciclo di vita, quasi nessuno torna alla tecnologia fossile».

Sono tutti dati, considerazioni e ragionamenti difficili da confutare e che devono solo essere messi in pratica dai decisori politici per garantire indipendenza e sicurezza energetica. Prima lo capiscono i governi che ancora si attardano a cercare soluzioni sempre basate sull’import di combustibili fossili o su un futuristico nucleare (leggi governo Meloni) e meglio è.

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.