
Petrostati contro elettrostati: la crisi di Hormuz rafforza il predominio della Cina

Mentre ancora il mondo trattiene il fiato in attesa di capire cosa avverrà oggi a Islamabad, durante l’incontro delle delegazioni di Iran e Usa, non possiamo non constatare che l’economia dei Paesi del mondo tecnologicamente evoluto resta ancora, indiscutibilmente, petrolio-dipendente: in attesa che i lacci alla diffusione delle energie rinnovabili si allentino definitivamente, senza prodotti fossili per generare l’energia necessaria a consentire e mantenere gli standard quotidiani di produzione, il sistema rallenta drasticamente e procede verso un’inarrestabile direzione di blocco totale.
Non a caso da alcuni decenni, il mondo della ricerca scientifica e alcuni settori dell’industria più attenti alla tutela ambientale hanno avvertito i governi dei Paesi industriali più evoluti che era diventato prioritario e urgente orientare la propria produzione, utilizzando fonti energetiche alternative; non più fossili-dipendenti ma rivolte verso l’inesauribile bacino delle risorse rinnovabili, che la natura generosamente mette a disposizione della nostra specie.
Allontanandoci geograficamente per il tempo necessario a realizzare cosa accade dall’altra parte dell’emisfero boreale, quello più a oriente, guardiamo alla Cina di Xi Jinping e soffermiamoci su come sta affrontando l’epocale sfida legata alla trasformazione dell'economia e ai sistemi di produzione energetica funzionale allo stesso sviluppo.
Occorre subito rilevare che la Cina ha già scatenato, concretamente, una rivoluzione che investe la produzione delle energie rinnovabili, mettendo in primo piano l’eolico, il solare e l’idroelettrico, senza però trascurare la produzione dei fossili, come dimostra la ricerca di nuovi campi petroliferi al largo delle coste cinesi, nel tentativo di ridurre quanto più possibile la dipendenza del Paese da prodotti fossili d’importazione e proteggendolo in tal modo da shock energetici esterni. Una previsione che, con la crisi di Hormuz in atto, possiamo agevolmente definire profetica.
La preoccupante crisi petrolifera scatenata dalla guerra voluta da Trump e Netanyahu contro la Repubblica Islamica dell'Iran, costituisce una dura prova affrontata dalla Cina, e sta contribuendo significativamente a rafforzare la scelta sull’irrinunciabile necessità di arrivare all'autosufficienza energetica.
In questi periodi convulsi, mentre altri Paesi asiatici, a corto di carburante, si sono affrettati ad acquisire altre forniture, la Cina ha potuto contare sui propri vasti stock di petrolio: l’intero settore industriale viene alimentato largamente tramite energia nazionale e la stessa flotta di automobili si caratterizza per l’incremento dell’alimentazione elettrica.
Tutto questo sta a dimostrare che la Cina ha sviluppato la capacità di resistere agli shock energetici dovuti alla guerra e, in qualche modo, conferma che la strategia seguita per migliorare la sicurezza energetica sta dando i suoi frutti. La posizione assunta dalla Cina arriva peraltro in un momento assai delicato in cui gli Usa, per volere del Presidente Trump, si sono ritirati dall’incrementare e favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili e dei veicoli elettrici; a questo punto appare chiara la netta divergenza venutasi a creare tra gli schemi delle due principali economie mondiali in materia di energia.
I leader cinesi hanno attribuito agli Stretti come, ad esempio, quello di Malacca – attraverso il quali transita una rilevante parte di prodotti energetici fossili – il valore di potenziali punti di strozzatura in caso cui si volessero strangolare le forniture energetiche di Pechino; in fondo, anche se non è Malacca ma Hormuz resta pur sempre uno Stretto.
Non a caso, la Cina si è sempre preparata ad "attenersi al pensiero del peggiore scenario": così ripete spesso il leader massimo, Xi, ai suoi quadri dirigenti; infatti, Pechino ha intensificato la spinta sia per aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili, sia per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, aumentando il sostegno governativo per le energie rinnovabili e la produzione di veicoli elettrici.
Siamo a conoscenza del fatto che la Cina si è molto impegnata a realizzare vasti parchi solari ed eolici, che continuano ad essere installati a ritmo frenetico nelle zone interne della Cina e lungo le proprie aree costiere; anche le fabbriche di automobili nazionali hanno decuplicato la produzione di batterie per auto elettriche, che stanno rapidamente sostituendo le auto coi tradizionali motori endotermici, in modo da ridurre significativamente il consumo dei carburanti di origine fossile nelle strade cinesi. Senza dimenticare il fatto che la Cina già gestisce un terzo della capacità idroelettrica mondiale, aggiungiamo che ambiziosi progetti di dighe si stanno realizzando nell’area montuosa dell’Ovest del Paese, senza contare che il governo cinese sta già sperimentando tecnologie pionieristiche di nuova generazione come la fusione nucleare e l'idrogeno verde.
Secondo l’autorevole “Global Energy Monitor”, la Cina risulta oggi essere di gran lunga leader mondiale nella produzione di energia rinnovabile, operando tre volte più di eolico e solare rispetto alla somma di Stati Uniti e India, i due Paesi più grandi messi insieme.
Nonostante la pianificazione del "scenario peggiore possibile" di Pechino, quando l'Iran ha bloccato il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz all'inizio di marzo, l'esposizione della Cina è stata notevole; non possiamo trascurare il fatto che circa il 38% del petrolio e il 23% del gas naturale liquefatto che attraversano lo Stretto di Hormuz per arrivare ai porti cinesi costituiscono un peso non indifferente all’approvvigionamento (metà del petrolio e il 20% del gas naturale) di un grande e densamente popolato Paese come è, appunto, la Cina.
La comparazione tra i due modelli, Pechino rivolto ad elettrificare la propria economia mentre Washinton continua a preferire l’utilizzo dei fossili per finalità energetiche, appare palesemente stridente e marca una divergenza industriale ed economica la cui portata è sotto gli occhi di tutti: il modello degli Stati Uniti, che alcuni economisti hanno definito di "petrostato" a causa della sua dipendenza dai combustibili fossili, è in antitesi col modello cinese, tutto proteso a sviluppare sistemi di produzione energetica centrati sulle fonti rinnovabili.
In definitiva, l’attuale crisi dello Stretto di Hormuz costringerà ogni Paese a ripensare la propria “sicurezza energetica” e a orientarsi verso un sistema di produzione di energia ricavate al proprio interno, nel proprio spazio naturale in cui il sole e il vento sono i signori incontrastati. Il nostro Paese, fortunatamente, gode ampiamente della ricchezza di questi elementi naturali: sarebbe davvero giunta l’ora di sfruttarli al massimo.





