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Mentre il mondo corre su sole e vento, l’Italia tiene aperta la porta al carbone

L’Abbate: «Arrivare alla conferenza di Santa Marta senza una posizione chiara significherebbe presentarsi con una doppia debolezza, climatica e industriale»
 |  Nuove energie

La conferenza internazionale di Santa Marta, in Colombia, in programma il 28 e 29 aprile 2026, nasce con un obiettivo preciso: costruire una coalizione di Paesi pronti ad accelerare l’uscita da carbone, petrolio e gas in modo “giusto, ordinato ed equo”, sulla base della migliore evidenza scientifica disponibile. L’iniziativa è promossa da Colombia e Paesi Bassi e si propone come uno spazio politico orientato all’azione, non all’ennesimo rinvio.

La premessa è semplice: il tempo climatico si sta esaurendo. L’UNEP, nel suo Emissions Gap Report 2025, avverte che gli impegni oggi sul tavolo portano ancora il mondo verso un riscaldamento di 2,3-2,5°C se pienamente attuati, e di 2,8°C con le politiche correnti. Per restare su una traiettoria compatibile con 1,5°C servirebbe tagliare le emissioni globali del 55% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019; inoltre, secondo lo stesso rapporto, il superamento di 1,5°C è ormai molto probabile già nel prossimo decennio.

Eppure, mentre la scienza chiede accelerazione, il mondo energetico reale sta già cambiando direzione: nel 2025 la capacità rinnovabile globale è aumentata di 692 GW, con il solare da solo a quota 511 GW e l’eolico a 159 GW; insieme, sole e vento hanno rappresentato il 96,8% di tutte le nuove installazioni rinnovabili. Nello stesso anno, secondo Ember, la crescita della produzione elettrica pulita ha coperto tutta la nuova domanda mondiale di elettricità e le rinnovabili hanno superato il carbone nella generazione globale.

È qui che si apre la contraddizione italiana. Perché il quadro internazionale, pur con molte ambiguità, si muove verso sole, vento, accumuli ed efficienza. L’Italia, invece, mentre partecipa a Santa Marta, continua a mandare un segnale opposto: il rinvio della chiusura delle centrali a carbone fino al 2038, cioè tredici anni oltre il traguardo originario del 2025. Reuters ha ricordato che questa scelta contraddice sia il PNIEC 2024, che prevedeva l’uscita dal carbone entro fine 2025, sia l’intesa G7 del 2024 sulla dismissione del carbone nella generazione elettrica entro il 2035.

Il punto politico è tutto qui: mentre altri Stati investono nella nuova infrastruttura energetica del XXI secolo, l’Italia continua a tenere in vita la vecchia economia fossile. È una scelta che appare ancora più difficile da giustificare se si guardano i numeri del sistema elettrico nazionale. A fine 2025 l’Italia aveva già raggiunto 43,5 GW di capacità solare installata e 13,6 GW di eolico; a fine marzo 2026 il solare era salito a quasi 45 GW e l’eolico a 13,8 GW. Dunque la direzione tecnologica esiste già: il problema non è la mancanza di alternative, ma la lentezza e l’incertezza della politica nel trasformarle in strategia industriale stabile.

Il paradosso è che questa esitazione arriva proprio mentre le crisi geopolitiche dimostrano la fragilità della dipendenza dalle fonti fossili. La stessa ministra dell’Ambiente colombiana ha collegato l’urgenza della transizione alla destabilizzazione dei mercati energetici causata dalle tensioni in Medio Oriente, sostenendo che conflitti e shock sui prezzi dovrebbero accelerare, non rallentare, il passaggio alle rinnovabili. In altre parole: la transizione non è solo una politica climatica, è anche una politica di sicurezza, di sovranità energetica e di pace.

Anche per questo la conferenza di Santa Marta ha un valore che va oltre la diplomazia climatica. Nei documenti dell’evento compaiono temi centrali come la dipendenza fiscale dai fossili, la riconversione produttiva, la sicurezza energetica, lo spostamento degli incentivi dai sussidi alle fonti fossili agli investimenti puliti, e la chiusura pianificata dell’estrazione. Non si tratta dunque solo di ridurre emissioni: si tratta di decidere quale economia costruire e quali interessi continuare a proteggere.

Per l’Italia, arrivare a Santa Marta senza una posizione chiara significherebbe presentarsi con una doppia debolezza: climatica e industriale. Climatica, perché il Paese rischia di perdere credibilità internazionale proprio mentre il mondo chiede obiettivi più ambiziosi. Industriale, perché continuare a scommettere su carbone e nuove dipendenze fossili significa sottrarre risorse, tempo e certezza regolatoria agli investimenti in rinnovabili, reti, accumuli, efficienza e filiere tecnologiche nazionali. Questa è l’accusa politica di fondo: mentre gli altri corrono verso il sole e il vento, noi restiamo fermi a difendere il carbone. È una scelta che non guarda al futuro, ma al passato.

Sul piano scientifico, il messaggio è netto: ogni anno perso rende più difficile e più costosa la transizione. Sul piano politico, il messaggio dovrebbe essere altrettanto semplice: non si può partecipare a una conferenza mondiale sull’uscita dai fossili e, nello stesso tempo, prorogare in casa propria la vita del carbone. Perché la vera linea di demarcazione oggi è questa: o si sceglie di stare con l’energia del futuro, o si continua a restare prigionieri delle crisi del passato.

Patty L'Abbate

Patty L'Abbate è attualmente Vicepresidente della Commissione permanente, Ambiente, Territorio e lavori Pubblici della Camera dei Deputati (XIX). Nella scorsa legislatura (XVIII) è stata Senatrice della Repubblica, membro della Commissione Ambiente. È professore di Economia Ecologica e Management alla Magistrale di Economia presso il Dipartimento di Management, Finanza e Tecnologia dell’Università LUM Jean Monnet, Bari e possiede l’abilitazione Scientifica Nazionale di Professore di Fascia II S.S.D. SECS-P/13 in Scienze merceologiche.