
Mentre famiglie e aziende pagano il caro bollette, le compagnie del settore fossile guadagnano 3000 dollari al secondo

C’è chi guadagna parecchio grazie alla guerra. E non sono solo le aziende produttrici di armi. Le sei principali compagnie che estraggono, raffinano, vendono combustibili fossili guadagnano circa tremila dollari al secondo: 2.967 dollari, per l’esattezza. Nel 2026 Chevron, Shell, BP, ConocoPhillips, ExxonMobil e TotalEnergies vedranno aumentati i loro utili di quasi 37 milioni di dollari al giorno rispetto a quelli del 2025. I ricavi complessivi previsti per l’anno in corso derivanti dalle vendite di petrolio e gas ammontano a 94 miliardi di dollari. Una cifra sufficiente, volendo fare un paragone e allargare lo sguardo ad altre fonti energetiche, a fornire energia solare per soddisfare il fabbisogno energetico di quasi 50 milioni di persone in Africa.
A segnalare tutto ciò è un’analisi effettuata da Oxfam e diffusa in queste giornate in cui a Santa Marta, in Colombia, si sta tracciando una road map per dire addio ai combustibili fossili. Giornate tra l’altro, non solo queste ma quelle dal 28 febbraio in poi, in cui famiglie e aziende pagano il caro bollette e il caro carburanti innescati dalla guerra in Iran. Restringendo lo sguardo al solo nostro Paese, in Italia già prima della crisi in Medio Oriente c’erano 5 milioni di italiani in povertà energetica, ovvero una situazione di estrema difficoltà o anche impossibilità di usufruire di servizi essenziali come il riscaldamento o il raffrescamento degli ambienti, l’illuminazione, la disponibilità di acqua calda, a causa di un reddito basso unito a spese energetiche elevate. Ora il conflitto nel Golfo persico ha peggiorato la situazione e anche il cosiddetto ceto medio fatica a star dietro agli aumenti delle bollette e dei rifornimenti alla pompa. Aumenti che stanno ulteriormente gonfiando i portafogli delle aziende petrolifere.
Non a caso in queste settimane caratterizzate dalla crisi energetica, l’associazione ha commissionato un nuovo sondaggio in sette paesi (Regno Unito, Francia, Brasile, Turchia, Australia, Paesi Bassi e Colombia) e dai risultati è emerso che il numero di cittadini favorevoli a maggiori investimenti pubblici nelle energie rinnovabili è tre volte superiore a quello di chi approva un aumento dell’estrazione di combustibili fossili e che circa due terzi degli intervistati (per l’esattezza, il 68%) sono favorevoli a un aumento delle tasse sui profitti delle grandi società petrolifere e del gas per contribuire a finanziare la transizione verso le energie rinnovabili. Come sottolinea Oxfam, «una percentuale enorme dei profitti derivanti dai combustibili fossili finisce direttamente nelle tasche dell’1% più ricco, concentrato principalmente nel Nord del mondo, che trae profitto dalla conseguente distruzione del clima causata da queste società, mentre lavora per mantenere la dipendenza globale dai combustibili fossili monopolizzando ricchezza e influenza politica».
Il problema è che le aziende petrolifere hanno tutto l’interesse a frenare la transizione energetica e, al di là di slogan a effetto e campagne pubblicitarie dominate dai toni del verde, stanno attuando una serie di pratiche per frenare il passaggio alle energie rinnovabili. «Le multinazionali dei combustibili fossili e i super ricchi che ne traggono profitto stanno aggravando le disuguaglianze e voltando le spalle alle persone più colpite dalla crisi climatica causata dai combustibili fossili», scrive Oxfam ricordando che proprio il mese scorso, ExxonMobil ha annunciato una significativa riduzione di un terzo dei propri investimenti previsti in progetti di energia a basse emissioni di carbonio. «La strategia di ExxonMobil riflette un approccio prudente alla transizione energetica, ponendo l’accento sulla sicurezza energetica, sull’efficienza operativa e sui rendimenti per gli azionisti, parallelamente a progressivi sforzi di decarbonizzazione», è la giustificazione avanzata dalla compagnia petrolifera.
Sempre a marzo un’altra delle sei società citate tra quelle che guadagnano 3000 dollari al secondo, TotalEnergies, si è rifiutata di adottare un piano di transizione verso l’azzeramento delle emissioni nette in linea con l’obiettivo di 1,5 gradi: «Le nostre società e le nostre economie hanno avviato una transizione energetica, ma l’economia globale non sta ancora raggiungendo il ritmo di cambiamento necessario per soddisfare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi – si legge a pagina 4 del Sustainability & Climate 2026 Progress Report di TotalEnergies – In questo contesto, l’attuale consenso scientifico sottolinea che l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C è ormai irraggiungibile» (frase ribadita più avanti nel documento, a pagina 21). In pratica, il colosso energetico francese utilizza quel che dice la scienza al fine di incentivare un’accelerazione verso le rinnovabili, per fare l’opposto e dichiarare di non poter definire obiettivi “Net Zero”. Si legge sempre nel Sustainability & Climate 2026 Progress Report (pagina 22): «L’azienda non è in grado di adottare un piano di transizione come definito dagli standard di rendicontazione europei e, di conseguenza, non può formulare obiettivi “Net Zero” nel senso di tali standard».
Ci vanno caute con la transizione, le compagnie petrolifere. Lo fanno per garantire a tutti noi la sicurezza energetica, dice ExxonMobil. Lo fanno perché tanto la scienza dice che limitare il riscaldamento a 1.5°C ormai è difficile, dice TotalEnergies. I 3000 dollari al secondo che stanno guadagnando vendendo a caro prezzo petrolio e gas non c’entrano nulla.





