
In Europa i costi di gestione del sistema elettrico possono scendere entro il 2030 di 55 miliardi (-49%) all'anno grazie al solare

Gli italiani, come gran parte degli europei, sono alle prese con un consistente aumento delle bollette e delle spese per il rifornimento di carburante a causa dell’impennata dei prezzi di petrolio e gas innescata dalla guerra in Iran. Si è detto «gran parte» perché, come ha sottolineato la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde partecipando a una conferenza sul clima a Francoforte, «dalle analisi della Bce sull’attuale shock energetico emerge che i paesi in cui una quota maggiore di energia elettrica è prodotta da fonti non fossili, come la Spagna e il Portogallo, sono stati meno colpiti dall’aumento dei prezzi del gas». Ma secondo quanto emerge da un altro studio, in questo caso realizzato dalla principale associazione europea del settore fotovoltaico, SolarPower Europe, grazie all’energia solare e ai sistemi di stoccaggio tutti i pesi del Vecchio continente possono tagliare entro il 2030 di ben 55 miliardi di euro all'anno – praticamente dimezzandoli – i costi di gestione del sistema elettrico.
Nel documento “Solar+: un percorso dell’Ue per raggiungere gli obiettivi in materia di energie rinnovabili, garantire prezzi accessibili e assicurare la sicurezza energetica”, viene dimostrato che potenziare l’energia solare e lo stoccaggio in batterie, in quanto forme di produzione energetica più economiche e versatili, rappresenta la via più efficace e immediata per soddisfare tutti e tre i pilastri del trilemma energetico evidenziato nel titolo del report, ovvero sostenibilità, accessibilità economica e sicurezza.
Rispetto al 2025, il nuovo rapporto rileva che, nell’ambito dello scenario più ambizioso denominato «Solar+», i costi operativi annuali del sistema elettrico diminuiranno appunto di 55 miliardi di euro (−49%) entro il 2030, grazie alla riduzione dell’uso e delle importazioni di combustibili fossili. In uno scenario di status quo, che riflette l’attuale ritmo di diffusione del solare, i costi operativi diminuiranno comunque di 33 miliardi di euro (−29%) entro i prossimi quattro anni.
I ricercatori sottolineano che è fondamentale il contributo che una strategia centrata su fotovoltaico e batterie può offrire alla riduzione della dipendenza energetica dell’Europa in un contesto geopolitico sempre più incerto. Sostituendo i combustibili fossili importati con energia elettrica rinnovabile prodotta internamente, il solare garantisce già risparmi sostanziali: nei due mesi trascorsi dall’inizio della guerra in Medio Oriente, ha consentito di risparmiare 8,5 miliardi di euro sulle importazioni di gas. Seguendo il percorso più ambizioso, tali risparmi potrebbero superare i 50 miliardi di euro all’anno in una manciata di anni e dunque non siamo solo di fronte a una soluzione per il clima, ma a un imperativo economico e strategico per l’Ue. Nello scenario per così dire di status quo, l’energia solare ed eolica genera oltre 1.400 TWh, coprendo il 46% della domanda e portando la quota complessiva delle energie rinnovabili al 62%. Nello scenario Solar+, hanno calcolato i ricercatori, le energie rinnovabili raggiungono quasi il 70% della domanda di elettricità, riducendo la dipendenza dell’Ue dalla produzione di energia da combustibili fossili. In questo scenario, il solare fornisce la maggiore quantità di energia, grazie alla sua competitività in termini di costi, alla sua versatilità e alla sua impareggiabile velocità di implementazione, soddisfacendo oltre il 26% della domanda di elettricità dell’Ue nel 2030. Si legge nel report: «Con le giuste condizioni quadro e in combinazione con un’adeguata flessibilità del sistema, il solare offre di gran lunga il maggiore potenziale di crescita per accelerare la decarbonizzazione del settore energetico dell’Ue in questo decennio. La rapida espansione della capacità di stoccaggio in batterie va di pari passo con l’implementazione del solare, raggiungendo 170 GW e 600 GWh entro il 2030 nello scenario più avanzato Solar+».
Alla strategia Solar+ ha dedicato un intervento anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ricordando la forte crescita del solare registrata in questi dieci anni, considerando che siamo passati dai 4 GW di installazioni nel 2016 agli oltre 65 GW dell’ultimo anno (un incremento di 16 volte), ricordando anche che dall’inizio della crisi nel Golfo persico, il solare europeo ha permesso di risparmiare 110 milioni di euro ogni singolo giorno in mancati import di gas, ma ricordando anche che in alcuni periodi la produzione di energia rinnovabile è sei volte superiore rispetto alla capacità di assorbimento della rete elettrica. «Abbiamo bisogno di reti più robuste e intelligenti, di una maggiore capacità di stoccaggio e di una maggiore flessibilità», è l’appunto fatto dalla presidente della Commissione Ue, aggiungendo che non a caso Bruxelles ha messo a punto un pacchetto di misure a sostegno del settore dello stoccaggio e ha deciso di investire 1,5 miliardi di euro nella produzione europea di batterie. «Inoltre, grazie al nostro pacchetto sulle reti e alle nuove autostrade energetiche, stiamo affrontando le strozzature e accelerando le interconnessioni transfrontaliere. Stiamo lavorando per costruire un sistema in grado di fornire energia pulita quando e dove serve. L’energia pulita prodotta localmente e l’elettrificazione sono la via verso l’indipendenza».
Perché ci sia vera indipendenza, però, manca un tassello, che von der Leyen mette sul tavolo: le tecnologie per le rinnovabili e per lo stoccaggio devono essere sviluppate e prodotte in Europa. «La buona notizia è che assistiamo a una forte innovazione in tutto il settore solare: dagli inverter di nuova generazione in Spagna, che ottimizzano i flussi energetici, ai nuovi impianti in Germania che sviluppano celle in perovskite ad alta efficienza. L’Europa ha il talento, la base di ricerca e la capacità industriale per assumere un ruolo di guida».
Non è però un segreto che il settore delle rinnovabili deve affrontare una concorrenza globale intensa, soprattutto da parte delle aziende cinesi, e talvolta, aggiunge von derl Leyen, «sleale». Ecco perché l’Ue ha introdotto la cosiddetta legge sull’acceleratore industriale (Industrial Accelerator Act, pubblicata proprio pochi giorni dopo l’inizio della guerra in Iran). L’obiettivo di Bruxelles è quello di semplificare le norme, accelerare il rilascio delle autorizzazioni e introdurre criteri “Made in Eu” e a basse emissioni di carbonio negli appalti pubblici. Una strategia che ha irritato non poco la Cina, tant’è vero che Pechino, puntando il dito contro le clausole di «resilience and sustainability» previste dal testo europeo, parla di norme «discriminatorie» e minaccia ritorsioni commerciali contro l’export del Vecchio continente. Segno che davvero la partita che si sta giocando tra i vari continenti (America compresa, che spinge per vendere al di qua dell’Atlantico le sue riserve di gas naturale liquefatto) riguarda il futuro del settore energetico e la conquista o meno della sicurezza e dell’indipendenza energetica da parte dell’Europa.





