Skip to main content

Il premio Nobel Krugman spiega perché la guerra in Iran scatenata da Trump tira la volata alla transizione green

Per l’economista americano, l’accelerazione di rinnovabili ed elettrificazione non deriva solo dall’impennata dei costi di petrolio e gas ma è anche il risultato della presa di coscienza a livello mondiale che, con la fine della Pax americana, dipendere dagli idrocarburi importati è un rischio che non vale la pena correre
 |  Nuove energie

La guerra in Iran si sta trasformando in una disfatta strategica ed economica per l’amministrazione Trump. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto impennare i prezzi del petrolio mettendo a dura prova l’economia globale e provocando un rischio recessione proprio quando manca una manciata di mesi alle elezioni di metà mandato in America. I consensi per il presidente Usa sono ai minimi e, ironia della sorte, se il tycoon ha fondato questo suo secondo mandato alla Casa bianca sulla centralità dei combustibili fossili e contro le energie rinnovabili, la crisi del Golfo persico sta invece tirando la volata alla transizione green.

A tutto ciò dedica un’approfondita riflessione il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, che parte dagli ultimi dati sulle vendite di auto elettriche. «Il mese scorso, su oltre 11.000 autovetture nuove immatricolate in Norvegia, solo circa 150 erano dotate di motori a combustione interna. Le altre erano completamente elettriche. Nell’Europa continentale nel suo complesso, le vendite di veicoli elettrici sono aumentate del 51% rispetto a un anno fa». Esempi che mostrano come la transizione energetica globale stia accelerando. Scrive il premio Nobel: «È ormai chiaro che la chiusura dello Stretto di Hormuz segna un punto di svolta: la curva globale dell’energia verde, che era già su una traiettoria in rapida ascesa, è improvvisamente diventata ancora più ripida». Anche il Financial Times riporta che «gli investitori si stanno riversando nei fondi per l’energia pulita».

Questa accelerazione verso le rinnovabili, scrive Krugman, non è solo una conseguenza dell’impennata dei prezzi dei combustibili fossili: «È anche il risultato della presa di coscienza a livello mondiale che, con la fine della Pax Americana, dipendere dagli idrocarburi importati è un rischio che non vale la pena correre. Non si può fare affidamento sugli Stati Uniti per mantenere aperte le rotte marittime quando droni a basso costo possono abbattere una petroliera o un importante oleodotto. Anche fare affidamento sul petrolio e sul gas provenienti dagli stessi Stati Uniti è pericoloso, poiché non si sa mai quando un governo statunitense imprevedibile – ora sotto il controllo di un narcisista maligno eletto due volte – cercherà di utilizzare l’energia come strumento di coercizione».

Insomma, nonostante i gravi problemi innescati dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, la crisi del Golfo sta aiutando l’accelerazione dell’elettrificazione e ciò è straordinariamente positivo per il mondo nel suo complesso. Come scrive Krugman, «rallenterà il cambiamento climatico e ridurrà l’inquinamento, ridurrà il potere degli Stati petroliferi antidemocratici e limiterà la vulnerabilità dell’economia mondiale alle interruzioni in punti nevralgici come lo Stretto di Hormuz, democratizzerà l’accesso a fonti energetiche a basso costo in luoghi come l’Africa».

C’è poi un’altra conseguenza positiva del boom dell’energia pulita, sottolinea il premio Nobel: «l’indebolimento della coalizione del carbonio, ovvero quei gruppi di interesse e ideologi che odiano l'energia rinnovabile e vogliono che il mondo continui a bruciare combustibili fossili. Quella coalizione controlla attualmente la politica energetica dell’amministrazione Trump. Ma questa è solo l’ultima fase della corruzione della politica statunitense da parte degli interessi dei combustibili fossili. Quando denunciamo la distruzione del Voting Rights Act da parte della Corte Suprema, dovremmo sempre ricordare che i fratelli Koch e altri oligarchi dei combustibili fossili  hanno essenzialmente creato la corte di Roberts».

Krugman ricorda tutte le battaglie dell’amministrazione Trump contro le rinnovabili, tutte le farneticazioni del tycoon sulle pale eoliche che fanno impazzire le balene e sulle turbine che monta la Cina senza metterle in funzione (altra cosa non vera), ma conclude così la sua riflessione: «Fortunatamente, l’America non è il mondo. Rappresentiamo meno del 20% della produzione mondiale di energia elettrica. Quindi le politiche di Trump non possono fermare la transizione energetica globale. Anzi, a seguito del fallimento dell’accordo con l’Iran, la presidenza di Trump ha avuto un effetto complessivamente positivo sulla rivoluzione globale dell’energia verde. Trump e la cricca dei combustibili fossili potrebbero riuscire a ricavare qualche miliardo di dollari di profitti mantenendo l’America ancorata a un passato di energia sporca. Ma così facendo garantiranno anche che gli Stati Uniti rimangano indietro e che il futuro appartenga alla Cina».

Redazione Greenreport

Greenreport conta, oltre che su una propria redazione giornalistica formata sulle tematiche ambientali, anche su collaboratori specializzati nei singoli specifici settori (acqua, aria, rifiuti, energia, trasporti e mobilità parchi e aree protette, ecc….), nonché su una rete capillare di fornitori di notizie, ovvero di vere e proprie «antenne» sul territorio.