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Drill baby, drill. Eni raddoppia gli utili mentre la nuova ondata di calore fossile s’abbatte sull’Italia

La multinazionale controllata di fatto dal ministero dell’Economia ha visto crescere dell’8% la produzione di petrolio e gas, che alimenta la crisi climatica in corso
 |  Nuove energie

Il Cane a sei zampe continua a macinare utili, nella crisi energetica e climatica in corso. I risultati economici annunciati oggi da Eni mostrano infatti come nel secondo trimestre del 2026 l’utile operativo pro forma adjusted della società sia raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2025, raggiungendo circa 5,4 miliardi di euro. Allo stesso tempo, nel primo semestre dell’anno, la produzione di petrolio e gas è cresciuta dell’8% rispetto al 2025, con il segmento “Exploration & Research” (che riguarda i combustibili fossili) che vale il 91,2% del totale in termini di utile operativo pro forma adjusted nel primo semestre del 2026, in crescita rispetto allo scorso anno.

Nel primo semestre del 2026 sono cresciuti anche gli investimenti tecnici in esplorazione e produzione di idrocarburi, passando da 2,77 a 3,1 miliardi di euro (+13%), mentre sono scesi di circa il 23% gli investimenti nei cosiddetti “transition business” (come Plenitude ed Enilive), da 441 a 338 milioni di euro. Questo segmento, che non comprende sole rinnovabili ma anche attività retail di gas ed elettricità e servizi per la mobilità, rappresenta appena l’8,4% del totale degli investimenti, contro il 78,4% destinato a esplorazione e produzione.

Ma se le performance della multinazionale controllata di fatto dal ministero dell’Economia volano – e le emissioni climalteranti attribuibili a Enel superano da sole quelle dell’Italia intera –, i conti della crisi climatica, alimentata proprio dall’uso dei combustibili fossili, ricadono su tutti noi. «Mentre milioni di persone subiscono caldo estremo, incendi e pagano costi altissimi per l’energia, Eni e le altre grandi compagnie fossili continuano a guadagnare dall’estrazione di petrolio e gas e a distribuire miliardi ai propri azionisti – commenta Federico Spadini della campagna Clima di Greenpeace Italia – Per questo chiediamo al governo Meloni di introdurre una tassazione permanente dei profitti delle aziende fossili, applicando il principio “chi inquina paga”, e di destinare le risorse alla protezione delle persone, alla riparazione dei danni climatici e alla transizione verso le fonti rinnovabili».

La richiesta dell’associazione ambientalista gode di un ampio consenso: l’87% degli italiani è favorevole a nuove imposte sulle aziende del petrolio, del gas e del carbone per contribuire a ripagare i danni causati dalla crisi climatica. Secondo una proposta elaborata da Eurodad e dalla Global Alliance for Tax Justice, nel solo 2024 un’imposta del 20% sui profitti delle cento maggiori aziende petrolifere e del gas avrebbe generato 147 miliardi di dollari. Greenpeace Italia chiede quindi al governo Meloni di introdurre la tassazione dei profitti fossili nel nostro Paese e di sostenerla a livello internazionale, a partire dalla nuova sessione dei negoziati Onu per un trattato globale sulla tassazione, in programma a New York dal 3 al 13 agosto. Del resto lo stesso segretario generale Antonio Guterres parla degli extraprofitti petroliferi in questo modo: «Sono guadagni inaspettati nati dal dolore, dall’instabilità, dalle difficoltà e dalla dipendenza. Esorto i governi a tassarli».

Anche perché di Eni non è un caso isolato. Anche le compagnie petrolifere Equinor, Repsol e TotalEnergies hanno appena annunciato profitti enormi nel secondo trimestre del 2026. Sebbene con dinamiche differenti, questi risultati sono stati favoriti dall’aumento dei prezzi del petrolio, dai maggiori margini della raffinazione e dalla volatilità dei mercati legata al conflitto in Iran e alle interruzioni delle forniture. È la “fossilflation”: l’inflazione dovuta all’instabilità di un sistema dipendente dai combustibili fossili che si traduce in un maggiore costo della vita.

Per venirne a capo, oltre a tassare chi inquina, occorre aumentare anche la progressività fiscale in modo che siano i più ricchi – i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra – a pagare i costi della crisi climatica. Se ad esempio fosse applicata in Italia una patrimoniale anche solo all’1% più ricco – cioè a chi possiede almeno 1,7 milioni di euro di patrimonio – si otterrebbe un gettito addizionale di circa 30 miliardi di euro, per finanziare il green deal e migliorare la coesione sociale. 

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.