
Rinnovabili e territorio: due proposte per aumentare l’accettabilità dei grandi impianti

È il momento per tutti di iniziare a mettere in campo proposte concrete per aumentare l'accettabilità dei grandi impianti Fer sui territori.
Facendo due premesse.
La prima, che non c'è il diritto di veto di chi abita un territorio a impedire che un'opera di interesse generale venga realizzata.
Altrimenti ognuno di noi potrebbe dire che non vuole vicino casa un pronto soccorso, perché le sirene delle ambulanze lo disturbano, o un liceo artistico, perché i ragazzini fumano marijuana e sgommano coi motorini, per non parlare di uno svincolo autostradale, un inceneritore, un'area industriale, qualsiasi altra cosa.
I territori vanno ascoltati e coinvolti, ma non decidono: dovrebbe decidere lo Stato, come succede in tutti i Paesi seri, nell'interesse generale, e secondo una programmazione trasparente.
La seconda, che esistono già tantissimi vantaggi che le rinnovabili portano: l'Imu, l'Irap, gli oneri di urbanizzazione, il 4% del fatturato lordo da corrispondere in opere di compensazione concordate col comune, posti di lavoro, soprattutto nella manutenzione, spessissimo a beneficio di aziende e di manovalanza locale, possibili attività didattiche e turistiche, addirittura protocolli per servizi antiincendio, nel caso dell'eolico.
Fossimo un Paese serio e avessimo amministratori locali più all'altezza ci sarebbero già abbondantemente le basi per vivere positivamente e proficuamente gli insediamenti rinnovabili, con soddisfazione per tutti.
Ma non abbiamo né uno Stato serio, né amministratori locali all'altezza, diciamocelo chiaro e tondo.
E allora vogliamo mettere sul piatto altre due proposte.
Con la chiarezza che con queste si deve chiudere la partita, e fare terminare una stagione di veti isterici e antiscientifici che disonorano il nostro Paese, i nostri esponenti politici di tutti gli orientamenti e di tutti i livelli, nazionali, regionali e locali, le corporazioni irresponsabili che ancora li agitano, e, mi sia consentito, anche gli operatori dell'informazione, che non risparmiano iperboli talvolta onestamente imbarazzanti.
LA PRIMA PROPOSTA è fare compartecipare Comuni e Regioni del gettito Iva che lo Stato incassa sull'attività di vendita di energia elettrica da parte dei grandi impianti rinnovabili.
L'Iva sull'energia è circa il 10%.
Lo Stato potrebbe trattenerne il 4%, e girare il 3% al Comune e il 3% alla Regione nel cui territorio è situato quel determinato impianto.
Si potrebbe applicare questa clausola solo per gli impianti ancora da realizzare, così da non prevedere impatti sul bilancio dello Stato (lo stato verrebbe a perdere una quota di Iva che ancora non sta incassando, quindi non avrebbe da dover prevedere una copertura).
E, soprattutto, solo per gli impianti che ricevono il parere favorevole del Comune e della Regione.
Insomma, cari enti locali, prima vi assumete la responsabilità di sostenere e non boicottare l'iter dell'impianto, poi comparteciperete dell'introito Iva.
Una norma così potrebbe addirittura prevedere un beneficio di bilancio per lo Stato, perchè, oltre a non causare ammanchi, accelererebbe la realizzazione delle opere e dei relativi introiti fiscali.
Quanto potrebbe introitare un Comune o una Regione dalla compartecipazione all'Iva secondo queste percentuali per un impianto utility scale?
Pensiamo ad un impianto controverso come quello di Villore in Mugello.
Se immaginiamo che produca 80 GWh di energia l'anno, e la venda al prezzo medio di 120 euro/Mwh, il suo incasso sarebbe di 9,6 mln di euro/anno.
L'incasso Iva (10%), sarebbe di 960 mila euro/anno.
Di cui 384 mila andrebbero allo Stato, 288 mila alla Regione, 288 mila al Comune che lo ospita, ogni anno.
Per Comuni piccoli come quelli montani sono cifre assolutamente decisive, che si sommerebbero ai benefici del 4% già riservato per le compensazioni, all'Imu, agli oneri di urbanizzazione.
LA SECONDA PROPOSTA, è che si incentivino le imprese proponenti a prevedere che una quota del capitale investito sia emessa in forma di obbligazioni da riservare ai cittadini del territorio, o anche al Comune o a sue aziende partecipate pubbliche.
Si potrebbe prevedere per esempio la possibilità per le imprese di scaricare dall'Ires il 10% di quanto messo in vendita sotto forma di obbligazioni: farebbero la corsa, anche soltanto con un piccolo incentivo di questo tipo, a proporre offerte di compartecipazione ai cittadini.
È il momento di sanare questa follia tutta italiana del rifiuto delle energie pulite da parte delle popolazioni residenti: è uno spettacolo indecoroso, umiliante, inaccettabile, che ci rende un Paese ridicolo e oscurantista.
Ora basta, per davvero: si richiamino tutti gli attori ad un doveroso senso di responsabilità, rafforzando adeguatamente i vantaggi e le ricadute, e chiudendo una stagione di autolesionismo che abbiamo già pagato fin troppo cara.





