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Il tramonto del carbone. In Europa impieghi ai minimi per l’elettricità, mentre l’Italia ci punta fino al 2038

Nel 1990 rappresentava oltre un terzo della produzione Ue, adesso è sceso al 9,2% e continua a calare. Eppure il Governo Meloni ha esteso la vita utile delle centrali nazionali
 |  Nuove energie

Il primo sorpasso è arrivato nel 2024, quando anche il fotovoltaico ha prodotto nell’Unione europea più elettricità sia del carbone fossile sia della lignite, con le due fonti fossili più inquinanti che erano già state superate da idroelettrico e eolico nel 2023. Ma la lunga ritirata è proseguita nel 2025, quando – secondo i dati comunicati oggi da Eurostat – il carbone ha coperto appena il 9,2% della produzione elettrica lorda dell’Ue, la quota più bassa mai registrata. Già nel 2024 il suo contributo era sceso per la prima volta sotto il 10%.

Nel dettaglio, il carbone fossile – l’hard coal nella classificazione Eurostat – ha generato 105.601 GWh, pari al 3,7% della produzione elettrica europea. La lignite si è fermata a 154.186 GWh, con una quota del 5,5%.

Nel 1990 il quadro era radicalmente diverso: carbone fossile e lignite costituivano rispettivamente la seconda e la terza fonte elettrica dell’Unione, con quote del 19,8% e del 15,3%. Insieme fornivano dunque il 35,1% dell’elettricità prodotta. Nel 2000 il contributo complessivo era già diminuito al 30,4%, per poi continuare a scendere quasi ininterrottamente, fatta eccezione per alcuni lievi rimbalzi nel 2011-2012 e nel 2021-2022.

Nel 2025 la lignite è scivolata al sesto posto tra le fonti di generazione elettrica dell’Ue, mentre il carbone fossile è arrivato al settimo. Al ridimensionamento nel mix elettrico si accompagnano nuovi minimi storici per i consumi: 107 milioni di tonnellate per il carbone fossile e 184 milioni per la lignite.

Diversi Stati membri hanno intanto completato o avviato l’uscita da questa fonte. Nel 2021 il Portogallo ha smesso di impiegare carbone fossile per produrre elettricità; nel 2024 la Slovacchia ha cessato la produzione di lignite, lasciando nell’Ue soltanto otto Paesi ancora attivi nella sua estrazione.

L’Italia invece ha scelto il passo del gambero. Quest’anno ha rafforzato l’idea del Governo di mantenere in vita le quattro centrali a carbone ancora presenti lungo lo Stivale, comprese quelle di Brindisi e Civitavecchia che avrebbero dovuto essere dismesse a fine 2025, nonostante costi prospettati per evitare la dismissione pari a circa 100 mln di euro l’anno – risorse che non è ancora dato sapere dove verranno reperite. Di fatto, grazie a un emendamento al decreto Bollette a prima firma Lega, l’addio al carbone è stato adesso posticipato al 2038.

Ad oggi l’Italia dispone di quattro centrali a carbone, con una capacità complessiva di circa 1.200 megawatt (MW), rispetto agli oltre 13.000 MW di due decenni fa — una riduzione di oltre il 90% della capacità dal 2000. Due si trovano in Sardegna (Sulcis/Portovesme, gestita da Enel, e Fiume Santo/Porto Torres, gestita da EP Produzione); due sulla terraferma (Brindisi Sud e Torrevaldaliga Nord/Civitavecchia, entrambe di Enel). Le centrali sulla terraferma sono già di fatto inattive: Brindisi è ferma dal 2024, mentre Civitavecchia ha prodotto un trascurabile 0,3 TWh nel dicembre 2024 e nulla nel 2025. Entrambe hanno perso l’autorizzazione ambientale a utilizzare carbone il 1° gennaio 2026; riattivarle richiederebbe nuove autorizzazioni integrate ambientali (Aia), un processo che richiede anni ed è soggetto a significative opposizioni legali e territoriali. Le uniche centrali attualmente operative sono quelle in Sardegna, che funzionano in base a un regime regolatorio speciale di “servizio essenziale” definito da Arera – non perché siano economicamente competitive, ma perché la Sardegna è ancora elettricamente isolata dalla terraferma in attesa del completamento del cavo sottomarino Tyrrhenian Link (previsto tra il 2028 e il 2029).

Redazione Greenreport

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