
Blocco di Hormuz? Intanto Trump fa un maxi accordo per il controllo delle riserve petrolifere venezuelane

Sono ripresi i bombardamenti in Medio Oriente? I flussi di gas e greggio attraverso lo Stretto di Hormuz non possono tornare ai livelli antecedenti l’avvio dei bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran? Per gli Stati Uniti la situazione potrebbe non essere così tragica. Donald Trump ha ufficialmente annunciato un maxi accordo per il controllo delle riserve petrolifere venezuelane. Il presidente americano lo ha definito «il più grande accordo petrolifero della storia mondiale», e c’è da credergli: l’intesa assegna agli Stati Uniti il controllo della maggioranza dei 65 miliardi di barili di riserve petrolifere venezuelane comprovate, dando il via a un piano di investimenti privati stimato in quasi 100 miliardi di dollari.
L’accordo arriva dopo mesi di profonda ristrutturazione politica del Paese sudamericano, segnata dalla cattura e dall’estromissione di Nicolas Maduro lo scorso gennaio, seguita dalla permanenza al potere della presidente ad interim Delcy Rodriguez. Secondo quanto dichiarato da Trump su Truth Social e ripreso dalle principali agenzie giornaliste d’Oltreoceano, l’operazione permetterà di raddoppiare le riserve petrolifere strategiche degli Stati Uniti, rispondendo alla necessità di garantire forniture stabili e calmierare i prezzi della benzina per i consumatori americani, messi a dura prova dalle tensioni energetiche globali.
Dal canto suo, anche la presidente ad interim Rodriguez ha salutato l’accordo come un momento «storico» per la rinascita economica della nazione, evidenziando l’arrivo di oltre 100 miliardi di dollari di investimenti e prospettive fiscali per più di 209 miliardi di dollari a favore dello Stato venezuelano.
L’accordo è stato negoziato in prima persona dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario alla Difesa Pete Hegseth. Nonostante l’entusiasmo sbandierato dalla Casa Bianca, gli analisti del settore energetico invitano alla cautela. Jorge Piñon, ricercatore senior presso l’Energy Institute dell’Università del Texas, ha evidenziato la natura insolita dell'intesa, sottolineando che restano molti interrogativi su come avverrà concretamente il trasferimento delle risorse e dei titoli di proprietà a un governo estero anziché a singole imprese. Sul fronte economico, il principale ostacolo per le società private resta la sicurezza degli investimenti e le condizioni critiche delle infrastrutture locali, segnate da anni di incuria e nazionalizzazioni. Tuttavia, esperti come John Kilduff di Again Capital fanno notare che la presenza diretta di Washington potrebbe fungere da scudo politico, creando una sorta di zona protetta per facilitare il ritorno in sicurezza dei colossi energetici statunitensi — sulla scia di quanto già fatto da Chevron nei mesi scorsi.
E ora l’agenzia Reuters scrive che le americane Chevron e GE Vernova, l’indiana Ongc, la colombiana GeoPark e l’italiana Eni sarebbero in procinto di firmare accordi definitivi in Venezuela al termine di mesi di trattative.





