
Price cap su benzina e gasolio? L’Italia si accontenta delle mance mentre continua a pagare la dipendenza fossile

Eni ha deciso di fissare per trenta giorni un tetto massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il gasolio, circa 17 centesimi in meno rispetto ai livelli medi indicati al momento dell’annuncio. Una misura che può certamente dare sollievo alle famiglie e alle imprese e che arriva in una fase di nuove tensioni sui mercati energetici internazionali.
Ben venga. Ma se trasformiamo il price cap nella grande conquista nazionale rischiamo di guardare il dito invece della luna.
Perché, dopo cinquant’anni di crisi energetiche, siamo ancora così vulnerabili ogni volta che qualcosa succede nei mercati dei combustibili fossili?
Negli anni Settanta abbiamo avuto lo shock dell’OPEC. Pochi anni fa la guerra in Ucraina ha fatto esplodere il prezzo del gas e delle bollette europee. Oggi le tensioni geopolitiche e i rischi sulle rotte strategiche del petrolio ci ricordano ancora una volta quanto costa dipendere da materie prime che non controlliamo.
Cambiano i protagonisti e cambiano le crisi. Il meccanismo è sempre lo stesso. E noi continuiamo a curare i sintomi. Tagliamo le accise, introduciamo bonus, discutiamo di extraprofitti, chiediamo alle compagnie di contenere i prezzi, fissiamo temporaneamente un tetto alla pompa.
Misure che possono essere necessarie quando la febbre sale. Ma nessun medico confonderebbe l’aspirina con la cura della malattia.
Il vero problema si chiama dipendenza
L’Italia è storicamente uno dei grandi Paesi europei maggiormente dipendenti dalle importazioni energetiche. Nel 2022 il tasso italiano aveva raggiunto circa l’81%, contro il 62,5% dell’Unione europea. Negli anni successivi la dipendenza europea è diminuita, ma il dato strutturale resta: gran parte dell’energia che consumiamo dipende ancora da approvvigionamenti esterni e dai mercati internazionali dei combustibili fossili.
Questa dipendenza ha almeno tre costi.
Il primo è geopolitico. Quando il petrolio o il gas attraversano aree di crisi, ogni conflitto diventa immediatamente anche un nostro problema economico.
Il secondo è distributivo. Gli aumenti dell’energia sono una tassa particolarmente pesante sulle famiglie con redditi bassi, che destinano una quota maggiore del proprio bilancio alle spese essenziali e hanno meno possibilità di investire in efficienza energetica, isolamento degli edifici, pompe di calore o mobilità alternativa.
Il terzo è industriale. L’energia cara riduce la competitività delle nostre imprese. Una recente analisi di Confartigianato calcola per le piccole imprese italiane un prezzo dell’elettricità di 25,99 centesimi per kWh, il 17,9% sopra la media europea, con un extracosto complessivo stimato in 3,7 miliardi.
La migliore politica contro il caro-petrolio non è soltanto abbassare temporaneamente il prezzo del petrolio. È avere bisogno di meno petrolio. La migliore assicurazione contro una nuova crisi del gas non è soltanto trovare rapidamente un altro fornitore. È ridurre progressivamente la quantità di gas necessaria per produrre la nostra energia.
Nel frattempo il mondo corre
La cosa sorprendente è che mentre noi discutiamo spesso della transizione energetica come se fosse un costo imposto dall’alto, nel mondo sta avvenendo una trasformazione tecnologica impressionante.
La capacità solare installata globale ha superato i 3 terawatt. Circa un terzo dell’intera capacità fotovoltaica oggi esistente è stato installato negli ultimi diciannove mesi. Il primo terawatt ha richiesto decenni; l’ultimo poco più di un anno e mezzo.
La transizione non è più soltanto una questione ambientale. È una gigantesca competizione industriale tra Paesi per conquistare le tecnologie, le filiere e i mercati dell’energia del futuro.
E qui nasce un paradosso italiano. Abbiamo sole, vento, competenze industriali, capacità imprenditoriale, una delle migliori reti elettriche europee e un’enorme quantità di capitale privato disponibile a investire.
Eppure una parte rilevante dei progetti resta impigliata in autorizzazioni, connessioni, procedure e tempi amministrativi. Non avendo un limite di scarsità naturale nelle rinnovabili ci siamo creati un limite di scarsità burocratica.
Il vero price cap
Naturalmente le rinnovabili non risolvono da sole tutti i problemi. Una quota crescente di produzione non programmabile richiede reti più robuste, accumuli, interconnessioni, capacità di gestire domanda e offerta e un mix energetico capace di garantire sicurezza e continuità.
Ma proprio questo dovrebbe essere il centro della politica energetica: non una guerra ideologica tra tecnologie, bensì la costruzione del sistema che minimizza contemporaneamente costo dell’energia, dipendenza dall’estero, emissioni e vulnerabilità geopolitica.
Più produzione rinnovabile significa anche più ore nelle quali tecnologie con costo marginale molto basso entrano nel mercato elettrico, esercitando pressione al ribasso sui prezzi all’ingrosso. Naturalmente l’effetto finale sulle bollette dipende anche da reti, fiscalità, capacità di accumulo e struttura del mercato. Ma la direzione economica è chiara: aumentare l’offerta domestica a basso costo riduce l’esposizione alle oscillazioni internazionali dei combustibili fossili.
Per questo la questione decisiva non è scegliere tra aiutare oggi chi deve fare benzina e costruire il sistema energetico di domani. Bisogna fare entrambe le cose, distinguendo però l’emergenza dalla strategia. Il price cap può servire oggi. Ma il vero price cap che ci serve è un altro: mettere un tetto alla nostra dipendenza dai combustibili fossili importati.
Significa accelerare autorizzazioni e connessioni, rafforzare gli organici delle amministrazioni che valutano i progetti, potenziare reti e accumuli, sbloccare le comunità energetiche e creare condizioni nelle quali gli investimenti già disponibili possano finalmente trasformarsi in impianti.
Non perché qualcuno ci impone una transizione, ma perché continuare a comprare all’estero una parte enorme dell’energia di cui abbiamo bisogno significa trasferire ogni anno ricchezza fuori dal Paese e importare, assieme a petrolio e gas, anche volatilità, inflazione e rischio geopolitico.
Dopo cinquant’anni di OPEC, Ucraina e nuove crisi sulle rotte dell’energia dovremmo aver imparato almeno una cosa. Quando scoppia una crisi possiamo discutere su chi deve pagare lo sconto alla pompa. Oppure possiamo costruire un Paese molto più indipendente dagli shock sui prezzi dell’energia.




