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Sepolti sotto la neve. Come difendersi dalle valanghe, che in Italia uccidono venti persone l’anno

Fazzini: «Nel 95% dei casi, il distacco della valanga è provocato direttamente dall'azione umana»
 |  Prevenzione rischi naturali

Dopo l’ennesimo fine settimana caratterizzato da numerosi incidenti in alta montagna innevata, con distacco naturale o provocato di numerose valanghe di magnitudo più o meno significativa e purtroppo con ben cinque vittime, occorre necessariamente richiamare alcuni numeri ma soprattutto riproporre appelli fondamentali per la frequentazione degli ambienti innevati.

A dire il vero, se si allarga il range temporale “short” ad appena otto giorni, le vittime salgono inesorabilmente e drammaticamente ad undici, esattamente il valore osservato nelle recenti stagioni invernali 2023-2024 e 2024-25. Ma andiamo per ordine. Dagli anni ‘80 ad oggi, l'Italia ha registrato una media storica di circa 20 decessi per stagione causati da episodi valanghivi; più in particolare. Il totale complessivo delle vittime registrate tra le stagioni invernali - 1984 e quella 2024-2025 - è di 844 decessi.

La media delle vittime nell’intero arco alpino è di circa 100 persone l'anno, con l'Italia che rappresenta mediamente il 20% del totale. Occorre altresì rammentare che purtroppo nel territorio italiano una buona parte delle vittime, ed in particolare l’evento più gravoso da questo punto di vista, si è verificato sulla catena appenninica, a causa dell’evento di Rigopiano che provocò ben 29 vittime, su un totale stagionale nazionale di 49.

Sebbene il numero di incidenti segnalati sia aumentato nel tempo grazie a un monitoraggio più capillare, il numero di vittime è rimasto relativamente stabile grazie ai progressi nella prevenzione e nei materiali di autosoccorso. Negli ultimi anni la media annuale dell'intero arco alpino è scesa da 96 (periodo 1991-2020) a circa 76 decessi. Tutto ciò senza che vi sia una relazione scientificamente comprovata o statisticamente valida tra “innevamento” s.l. e fenomenologie specifiche.

Necessita ed è fondamentale una maggiore informazione mediatica su una problematica che – numeri alla mano – a livello di rischio per l’uomo, risulta essere più drammatica degli eventi idrogeologici messi insieme. Dal 2000 a oggi, sono infatti morte circa 430 persone a causa dell'instabilità idrogeologica. 

Tale evidenza è palese se, considerando le situazioni di pericolo quantificate dai bollettini dedicati puntualmente emessi dal Servizio Meteomont dei Carabinieri forestali e comando truppe alpine e dall’AINEVA, la maggior parte degli incidenti mortali avviene con grado di pericolo 2-Moderato o 3-Marcato, secondo la scala europea uniformata del pericolo (non rischio!) valanghe. In tale abaco si riporta che nel pericolo 2 – Moderato (giallo) il manto nevoso è moderatamente consolidato. Il distacco è possibile con forte sovraccarico (es. gruppo di sciatori) su pendii ripidi con sporadici distacchi spontanei di piccole dimensioni. In presenza di pericolo 3 – Marcato (arancione), il manto nevoso è da debole a moderatamente consolidato. Il distacco è possibile già con debole sovraccarico (singolo escursionista o sciatore) su molti pendii ripidi. Possibili valanghe spontanee medie/grandi.

Evidentemente, quindi, occorrerebbe una maggiore sensibilizzazione dell’utente della montagna innevata a conoscere meglio tale documento e a comprenderne il reale messaggio. Ma, analizzando il profilo delle vittime si evince che oltre l'80% dei decessi coinvolge scialpinisti, sciatori fuori pista e alpinisti, categorie di utenti della montagna considerabili tali; nel 95% dei casi, il distacco della valanga è provocato direttamente dall'azione umana (sovraccarico sul pendio).

Stante questi ultimi dati, dunque, la problematica va ad estendersi dalla semplice scarsa comunicazione all’atteggiamento “di sfida” verso un ambiente fisico di estrema complessità, caratterizzato da scenari di nivometeorologici che cambiano a brevissime distanze in funzione della morfologia. A conferma di ciò occorre sottolineare che negli ultimi giorni, la nevosità sul settore meridionale dell’arco alpino è stata significativa, ma non statisticamente eccezionale, né si sono verificati eventi di vento tempestoso o ancor più sbalzi termici degni di nota, con temperature sostanzialmente intorno alle medie climatiche recenti o appena al di sopra di esse. Dunque, di fronte a tale estrema complessità multidisciplinare, occorre ricordare una sola cosa, che un esimio maestro della neve rammentava a tutti ai corsi valanghe da esperti; “esperto, ricorda che la neve non sa che tu sei esperto!”.

Massimiliano Fazzini

Climatologo, geologo, componente dei Consigli scientifici del Comitato One Water e della Fondazione Earth and water agenda (Ewa) e coordinatore del team sul Rischio climatico della Società italiana di geologia ambientale, Massimiliano Fazzini è docente di geologia applicata, geografia fisica, fisica dell’atmosfera, geomorfologia, meteorologia applicata e rischio climatico alle università di Camerino, Roma Tre, Siena, Ferrara, Perugia, Parigi 7 e Liegi