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Gli investimenti contro il rischio idrogeologico sono lo 0,05% del Pil e solo il 46% degli importi riguarda opere finite

È quanto evidenzia uno studio relativo agli anni 1999-2025 realizzato dall’Osservatorio conti pubblici italiani, nel quale si sottolinea anche che soltanto il 7% delle abitazioni è assicurato, contro il 75% in Spagna, l’80% in Francia e oltre il 90% in Germania
 |  Prevenzione rischi naturali

Il problema non è solo la mancanza di fondi. A questo, che pure è reale e di portata tutt’altro che indifferente, si aggiunge l’incapacità di trasformare i finanziamenti in opere finite. Parliamo di come l’Italia affronta la questione del rischio idrogeologico. Sappiamo per registri storici e per esperienze anche recenti, purtroppo, quanto il nostro sia un Paese ad alto rischio da questo punto di vista: il 94,5% dei comuni italiani  ha aree a rischio frane, alluvioni o erosione costiera, ma già nei mesi sorsi abbiamo segnalato che il governo ha tagliato 6,5 miliardi di euro alla prevenzione. Sappiamo anche, e anche questo il nostro giornale lo ha segnalato, che dei 19,2 miliardi stanziati in opere e misure contro il dissesto idrogeologico in 25 anni solo il 27% è stato speso.

Ora una nuova analisi condotta dall’Osservatorio conti pubblici italiani mette in evidenza non solo le impietose cifre con cui abbiamo a che fare, ma anche tutte le difficoltà incontrate in questi anni dai diversi governi nel completare gli interventi programmati. Il dato che maggiormente salta agli occhi è questo: al 1999 al 2025 gli investimenti per ridurre il rischio idrogeologico in Italia sono stati in media lo 0,05% del Pil. E ad apparire eclatante non è solo questo zero virgola, anzi questo zero virgola zero e rotti, è che questi sono investimenti con cui sono stati finanziati circa 28 mila interventi, con un “però” grande come una casa: la percentuale degli interventi rimasti alla fase di progetto o non terminati non è affatto della portata di uno zero virgola. «Nonostante l’urgenza di intervenire, solo il 46% degli importi riguarda opere concluse o in esecuzione, con forti differenze territoriali – scrivono gli autori dell’indagine – al Sud, dove il costo medio per progetto è maggiore, la quota di investimenti in opere avviate o concluse è inferiore alla media». Parole che assumono ancor più significato, alla luce di quanto avvenuto recentemente a Niscemi e nel resto della Sicilia, oltre che in Calabria e Sardegna.

Nel documento si riconosce che nel corso di tutti questi anni i governi sono intervenuti con numerosi programmi per la mitigazione del dissesto, «ma rimangono difficoltà nel completare gli interventi programmati»: «Gli interventi non hanno inoltre ridotto l’esposizione al rischio della popolazione: nel 2024 il 2,2% viveva ancora in zone a elevato rischio frana (nel 2015 il 2,1%) e nel 2021 il 4,1% viveva in zone a elevato rischio alluvione (nel 2015 il 3,2%)», viene spiegato nella sintesi del report, che sottolinea anche un altro dato con cui dobbiamo fare i conti: solo il 7% delle abitazioni è assicurato, contro il 75% in Spagna, l’80% in Francia e oltre il 90% in Germania. In questa prospettiva, scrivono gli autori dello studio, «è opportuno valutare l’estensione dell’obbligo, oggi valido per le sole imprese, di assicurarsi contro i rischi di eventi catastrofali anche alle abitazioni private o, almeno, l’introduzione di adeguati meccanismi di incentivazione. Un più ampio ricorso alle coperture assicurative porterebbe a un risparmio di spesa pubblica significativo: basti pensare che le stime dei danni provocati dalle alluvioni di maggio 2023 in Emilia-Romagna ammontano a 8,5 miliardi di euro».

Andando a leggere nel dettaglio il documento pubblicato dall’Osservatorio Cpi emerge una singola buona, si fa per dire, notizia: dal 2019 in poi, gli investimenti per mitigare il dissesto idrogeologico sono stati in media lo 0,11% del Pil. Entrando ancor più nel dettaglio si apprende che la quota del ministero dell’Ambiente è stata in media lo 0,02% del Pil nel periodo 1999-2025, con dei picchi nei periodi successivi a eventi calamitosi: «Dopo il terremoto in Abruzzo del 2009, è emersa la necessità di velocizzare l’attuazione degli interventi per la messa in sicurezza dei territori più a rischio. L’individuazione delle priorità passa dalla competenza del Ministero dell’Ambiente alle Regioni, che assumono così un ruolo più centrale nella pianificazione degli interventi. Nel 2010 vengono assegnati alle regioni 1,9 miliardi (0,12% del Pil) per gli interventi più urgenti». Altro dato interessante che emerge dallo studio: le regioni che dal 1999 hanno ricevuto più finanziamenti in termini assoluti sono Lombardia (2,2 miliardi), Campania (2,1 miliardi) e Calabria (1,8 miliardi). «In termini pro capite, le risorse per la mitigazione del dissesto idrogeologico sono state distribuite maggiormente nelle regioni in cui è più alta la percentuale di popolazione che vive in zone a pericolosità da frana “elevata” o “molto elevata”. Ma la correlazione tra le due variabili non è perfetta: a parità di popolazione a rischio, Calabria e Molise (come Abruzzo e Basilicata) registrano una spesa pro capite più alta rispetto alle altre regioni, mentre in Campania e Toscana la spesa è più bassa».

Ma oltre a quello dell’ammontare dei finanziamenti è soprattutto il modo in cui sono stati impiegati a emergere con nettezza, e in particolare se siano serviti o meno per completare le opere a cui erano destinati. Scrivono gli autori dell’analisi realizzata dall’Osservatorio Cpi: «L’ammontare di investimenti per la mitigazione del dissesto idrogeologico riguardanti opere concluse o in esecuzione è del 46% per l’intero Paese. Nel confronto tra le regioni emergono però significative differenze. La regione con la più alta percentuale di lavori completati o avviati è la Liguria (68%), mentre all’ultimo posto c’è la Campania (solo il 30%). In generale, nelle prime dieci posizioni della classifica c’è solo una regione meridionale, la Sicilia, con il 50% degli investimenti per opere concluse o in esecuzione». I ricercatori sottolineano che la media nazionale è di 750mila euro a progetto, ma in Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia supera il milione, e che se gli interventi sono mediamente più costosi e complessi, i tempi delle fasi di progettazione ed esecuzione tendono ad essere più lunghi.

Un altro aspetto che emerge dal report dell’Osservatorio Cpi è che i finanziamenti hanno prevalentemente riguardato interventi per la mitigazione del rischio di alluvione (nel 40% dei casi) e frana (25%), mentre gli importi per le altre tipologie di dissesto (costiero, incendi e valanghe) sono stati marginali (il 7% del totale, voce “Altro”). Ma poi viene anche segnalato che nel 28% dei casi non è specificata la tipologia del dissesto.

La conclusione a cui giungono i ricercatori è che non sono quindi mancate tanto le risorse finanziarie per ridurre il rischio idrogeologico, quanto la capacità di superare le difficoltà che possono essersi presentate nel trasformare i finanziamenti in progetti realizzabili. La cosa è ancor più grave se si presta attenzione al fatto, sottolineato nel report, che gli interventi attuati non hanno ridotto l’esposizione al rischio della popolazione: «La percentuale di popolazione che vive in aree a rischio frana “elevato” o “molto elevato” è infatti cresciuta leggermente (dal 2,1% al 2,2%) tra il 2015 e il 2024, sebbene dieci regioni su venti abbiano registrato dei miglioramenti. Ancora meno incoraggiante è il quadro relativo al rischio di alluvione “elevato”: la percentuale di popolazione esposta è aumentata dal 3,2% nel 2015 al 4,1% nel 2021 (ultimo anno per cui i dati sono disponibili), con solo Emilia-Romagna, Piemonte e Trentino che sono riuscite a ridurla. Molto ancora resta da fare in termini di prevenzione».

Redazione Greenreport

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