
Le polizze catastrofali obbligatorie partono oggi, ma il sistema intorno non è ancora pronto

Da oggi, 31 marzo 2026, per migliaia di albergatori, ristoratori e piccoli imprenditori del turismo non è più una scelta: la polizza contro i rischi catastrofali è diventata obbligatoria. Una norma che, nelle intenzioni ufficiali, dovrebbe rendere il sistema economico più resiliente. Ma che, nella realtà quotidiana di chi lavora nel settore, viene vissuta con frustrazione, confusione e soprattutto con un senso crescente di ingiustizia.
Perché qui non si tratta solo di un nuovo adempimento. Si tratta di un cambio di paradigma: il rischio, che storicamente era condiviso e gestito anche dallo Stato, oggi viene spostato direttamente sulle spalle delle imprese.
Eppure i numeri raccontano una storia diversa. L’Italia è uno dei Paesi più fragili d’Europa: negli ultimi cinquant’anni i danni da eventi naturali hanno superato i 250 miliardi di euro, e negli ultimi decenni il conto climatico è arrivato a pesare fino allo 0,9% del Pil annuo negli anni peggiori. Il problema esiste, ed è enorme. Ma proprio per questo la domanda che molti operatori si pongono è semplice: se il rischio è sistemico, perché deve essere gestito individualmente?
Oggi solo il 20% delle perdite è coperto da assicurazioni, mentre l’80% resta scoperto. È il cosiddetto protection gap, usato come principale giustificazione della riforma. Ma nel racconto di albergatori e ristoratori, questo dato viene letto in modo opposto: non come una colpa delle imprese, ma come la prova che il sistema assicurativo non è mai stato realmente accessibile o conveniente.
Il risultato è che, invece di costruire un modello pubblico-privato equilibrato, si è scelto di introdurre un obbligo. Un obbligo che arriva in un momento già complesso, con costi energetici elevati, margini ridotti e una domanda ancora incerta. E che si traduce, nei fatti, in un’ulteriore voce di spesa, spesso imprevedibile: si va da poche centinaia di euro a oltre duemila l’anno, a seconda del territorio.
Ma il nodo vero non è nemmeno questo. È politico. La percezione diffusa è che lo Stato non stia “riformando” il sistema, ma stia semplicemente arretrando. Che stia dicendo, in sostanza: non abbiamo più le risorse per intervenire dopo le calamità, arrangiatevi.
Ed è qui che la critica diventa più dura. Perché mentre si chiede a bar, ristoranti e hotel di sostenere nuovi costi obbligatori, lo stesso Stato continua a destinare decine di miliardi a grandi opere infrastrutturali. Il riferimento che molti fanno, senza troppi giri di parole, è quello al Ponte sullo Stretto di Messina: un progetto da oltre 10 miliardi di euro, finanziato con risorse pubbliche.
La domanda, che rimbalza tra imprenditori e associazioni, è diretta: davvero non ci sono fondi per gestire i rischi naturali, oppure si è scelto di investirli altrove? Perché se il rischio climatico è così grave da giustificare un obbligo nazionale, allora dovrebbe essere altrettanto prioritario nella destinazione delle risorse pubbliche. Invece, la sensazione è che si stia chiedendo alle imprese di coprire un vuoto lasciato dalla politica.
A questo si aggiungono problemi concreti: strumenti non ancora pienamente operativi, come il comparatore pubblico delle polizze; regole percepite come poco chiare; difficoltà nel capire cosa assicurare davvero. L’obbligo è partito, ma il sistema intorno non è pronto.
E poi c’è la questione delle “non sanzioni”. Nessuna multa diretta, ma chi non si adegua rischia di perdere accesso a contributi, incentivi e agevolazioni. Una pressione indiretta che molti definiscono apertamente un ricatto: non ti punisco, ma ti escludo.
In questo quadro, parlare di “tassa mascherata” non è solo una provocazione. È la traduzione di un sentimento reale. Perché quando una spesa diventa obbligatoria, non negoziabile e scollegata dalla reale capacità economica di chi la deve sostenere, la differenza con un’imposta si assottiglia fino a scomparire.
E mentre tutto questo accade, resta sullo sfondo un altro interrogativo: a chi giova davvero questo sistema? Milioni di imprese obbligate a stipulare polizze creano inevitabilmente un mercato enorme per il settore assicurativo. Un mercato garantito per legge.
Intanto, però, chi ogni giorno apre una struttura ricettiva o un ristorante si trova davanti a un problema molto concreto: un costo in più, regole poco chiare e la sensazione di essere stato lasciato solo. Il paradosso è tutto qui. I dati scientifici dicono che il rischio aumenta, che i danni cresceranno, che serve una strategia. Ma la risposta adottata sembra scaricare il peso proprio su chi ha meno margine per sostenerlo.
E allora il punto non è più solo se la misura sia giusta o sbagliata, ma forse non sono state valutate altre scelte. Perché esiste un’alternativa. Ed è quella che tutti gli studi economici e scientifici indicano da anni: investire prima, non pagare dopo.
In Europa i disastri naturali generano circa 12 miliardi di euro di danni ogni anno, destinati ad aumentare. Tra il 1980 e il 2024, le perdite hanno superato 822 miliardi di euro. Gli studi dimostrano che ogni euro investito in prevenzione può evitare molti più euro di danni futuri. In alcuni casi, 1 miliardo investito in protezione può evitare fino a 14 miliardi di danni. È un rapporto che non lascia spazio a dubbi.
Il fabbisogno di investimenti per l’adattamento climatico in Europa è stimato tra 35 e 56 miliardi l’anno. Una cifra importante, certo. Ma comunque inferiore al costo crescente dei disastri. Il principio economico è semplice: il costo dell’inazione cresce molto più rapidamente degli investimenti preventivi. E allora la domanda diventa inevitabile: perché lo Stato non investe davvero a monte, invece di scaricare il costo a valle? Argini, manutenzione del territorio, gestione del rischio idrogeologico, infrastrutture resilienti: queste sono le vere polizze collettive. Quelle che proteggono tutti, non solo chi può permettersi una copertura assicurativa. Perché una polizza paga il danno. La prevenzione lo evita. E oggi la sensazione, tra albergatori e ristoratori, è che si sia scelta la strada più semplice per lo Stato – ma la più costosa per chi lavora. Non prevenire. Non proteggere. Ma far pagare dopo. E questa, più che una riforma, assomiglia a una resa.





