
A Niscemi decenni di inazione: per la frana sono 13 gli indagati, tra cui i presidenti della Regione Sicilia

Il territorio italiano sta letteralmente franando – delle 750.000 frane censite in Ue, 620.808 sono nostre – sotto il peso della crisi climatica e del consumo di suolo, una tendenza tornata immediatamente visibile a tutti a gennaio, mese segnato dal passaggio del ciclone Harry nel sud Italia (che ha lasciato dietro di sé una scia di danni stimata in oltre 1,5 mld di euro in Sicilia e in almeno 500 mln di euro sia in Sardegna sia in Calabria) e dall’apertura di un’enorme frana a Niscemi (CL), che sta crollando sulla piana di Gela in Sicilia.
La frana si colloca nella porzione meridionale del costone su cui sorge l’abitato – composto da circa 24mila persone in totale, di cui 1.500 già evacuate –, riattivando un vecchio fronte che già nel 1997 aveva portato all’evacuazione di 400 persone (una precedente, enorme frana nell’area risale addirittura al 1790).
Già a gennaio il procuratore capo di Gela Salvatore Vella aveva aperto un’inchiesta, inizialmente a carico di ignoti, per disastro colposo (art. 449 c.p.) e danneggiamento seguito da frana (art. 427 c.p.). Oggi nel registro degli indagati sono stati invece inseriti 13 nomi, per provare a fare chiarezza dopo trent’anni di inazione e mancata prevenzione.
Tra gli indagati spiccano i presidenti della Regione siciliana in carica dal 2010 al 2026: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani, attualmente in carica. Ad oggi Musumeci ricopre invece il ruolo di ministro per la Protezione civile nel Governo Meloni. Tra gli altri indagati ci sono anche i capi della Protezione civile regionale dal 2010 al 2026.
Ma l’elenco degli indagati appare destinato a crescere, dato che i primi 13 nomi sono riferiti al primo di tre filoni dell’inchiesta in corso. Come sintetizza l’Ansa a valle della conferenza stampa del procuratore Vella, il primo filone dell’indagine è sulla mancata realizzazione delle opere di mitigazione che avrebbero potuto impedire o ridurre le conseguenze della frana e che furono stabilite dopo il primo grosso evento franoso del 1997 e il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio a tutela degli abitanti, dato che nel 1999 fu sottoscritto il contratto di appalto per la realizzazione degli interventi per 12 milioni di euro ma nulla fu fatto. Il secondo filone d’indagine riguarderà i mancati interventi sulla raccolta e la regimentazione delle acque bianche e nere, in merito al loro ruolo come innesco del fronte di frana. Il terzo filone infine è sulle zone rosse – circa i mancati sgomberi, le demolizioni non effettuate e sullo stop a nuove costruzioni –, sia quella interessata dalla frana del '97 che quelle prossime al ciglio, già individuate come a rischio molto elevato già nella relazione della commissione nominata con ordinanza della Presidenza del Consiglio.
Nel frattempo restano le risposte da dare al territorio. Da mesi gli ambientalisti e le opposizioni politiche chiedono che vengano dirottate sulla lotta al dissesto idrogeologico – a partire proprio dalla frana di Niscemi – i 14 miliardi di euro che il Governo Meloni vorrebbe invece destinare al ponte sullo Stretto di Messina, opera che ha già incassato lo stop della Corte dei Conti e la richiesta di (eventuale) nuova gara pubblica da parte dell’Anac.





