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Terrae Motus. Che cosa fa la differenza in un sisma? La resistenza delle costruzioni. Qual è la lezione per l’Italia del massacro sismico in Venezuela con 1500 morti e altri 70.000 “dispersi”? Ecco le tecniche per battere i terremoti

 |  Prevenzione rischi naturali

Partiamo da una domanda: cosa fa la differenza in un terremoto? L’ennesima risposta è arrivata nelle stesse ore del doublet earthquake venezuelano, delle due micidiali scosse in sequenza di magnitudo 7.2 e 7.5 che hanno lasciato circa 1500 morti e almeno altri 70.000 dichiarati ufficialmente “dispersi” dopo aver ridotto in macerie ogni edificio in un amen. Ma, in quello stesso giorno, in Giappone, un’altra delle aree tra le più sismiche del mondo, una forte scossa di magnitudo 7.2 ha colpito il nord-est al largo della prefettura di Iwate nella regione del Tohoku, e le autorità hanno annunciato poco dopo che è passata senza danni apprezzabili, e con zero morti e zero feriti. Merito della dea Fortuna o di una toccatina al cornetto di corallo o di una supplica a Namazu, il mitologico gigantesco pesce gatto della mitologia shintoista guardiano dei movimenti tellurici? No, dell’edilizia antisismica nipponica, con anche la mano e la tecnica di aziende italiane dall’inizio del secolo scorso!

E sempre nello stesso giorno, un altro terremoto di magnitudo 5.6 ha colpito anche la contea di Mendocino, nel nord della California, presso la Redwood Valley esattamente alle 8.10 del mattino, ma ha provocato solo un breve black out di energia elettrica e danni minori ma nessuna vittima e nessun crollo. Anche in questo caso, fortuna o California Dream dove per scosse di forte entità c’è lo spavento ma oggi almeno non muore nessuno. Questa è la cruda e tanto scomoda verità.

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I 39 secondi nel mercoledì 24 giugno di festa nazionale nel ricordo della vittoriosa battaglia del Carabobo che nel 1821 segnò l’indipendenza dai Conquistadores di Spagna, invece, hanno segnato per sempre con una scia di sangue il Venezuela. In 39 secondi le due micidiali scosse di magnitudo 7,2 delle 18.04 e 31 secondi e di magnitudo 7,5 alle 18.05 e 10 secondi, Caracas e gli stati di Mérida, Aragua, Carabobo e La Guaria. L’intera edilizia stata abbattuta dal doppio sisma e ciò che era rimasto in piedi è stato buttato giù e sbriciolato da 138 forti repliche. Si sono accartocciati grattacieli uno sull’altro e le case basse costruiti negli anni Cinquanta in un amen, meno di un minuto, con un conteggio di cadaveri che porterà alla luce l’ecatombe per Magnitudo più potenti da oltre un secolo.

Il Venezuela poggia sul confine tra le placche caraibica e sudamericana e le due botte sismiche sono state più distruttive dei più forti terremoti venezuelani come quello del 1967 con 236 vittime, di Caracas del 29 luglio 1967 di Magnitudo 6,5–6,7 e con 200 morti e migliaia di feriti, di Cariaco del 9 luglio 1997 con Magnitudo 6,9 con 80 vittime e gravi danni nelle regioni orientali del Paese, di Yaguaraparo del 21 agosto 2018 con Magnitudo 7,3.

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Come possiamo notare dal modello di sorgente sismica o faglia realizzato dall’INGV con immagini radar da satellite SAR elaborate con la tecnica interferometrica che permette di ottenere in tempi rapidi una mappa dell’ipocentro, della rottura della crosta terrestre lungo un piano di scorrimento, la faglia è estesa per molti chilometri in larghezza e in profondità, arrivando talvolta ad affiorare in superficie creando deformazioni permanenti del suolo con un picco massimo in prossimità dell’epicentro. Il modello preliminare INGV consente ai sismologi una prima interpretazione del processo di rottura iniziato nella porzione occidentale della faglia con il principale rilascio di energia, associato probabilmente al primo evento nell’area presso Morón, a una profondità di circa 20 km. Da qui la rottura avrebbe continuato a propagarsi lungo la faglia, in direzione Caracas, con una velocità di 3-3.5 km/s. Dopo circa 30-40 secondi, il processo avrebbe coinvolto anche una seconda area, più vicina alla capitale, a circa 10 km di profondità, dove si sarebbe verificato il massimo rilascio di energia dell’intera sequenza, con uno scorrimento stimato fino a 3.6 metri. Per INGV “La sequenza di due fenomeni non completamente indipendenti, ma come un unico processo di rottura complesso, caratterizzato da due principali zone di rilascio di energia lungo la stessa struttura tettonica”.

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Il campo di deformazione generato dal terremoto nell’immagine InSAR generata dai satelliti Sentinel-1 di Copernicus Program con l'Interferometria Synthetic Aperture Radar che permette di ottenere immagini radar bidimensionali dello scenario irradiato con elevate risoluzioni. Nelle zone più vicine alla costa INGV stima uno spostamento del terreno fino a 80 cm. Dal 2025 l’INGV, nell’ambito delle attività del GeoSAR Lab, ha realizzato una piattaforma per la visualizzazione di eventi sismici significativi in Italia e nel mondo. È il Portale della Sorgente Estesa, caratterizzato da un visualizzatore interattivo 3D, corredato da spiegazioni accessibili a tutti e link utili per download dei dati per analisi tecnico-scientifiche, frutto di una preziosa collaborazione tra due enti di ricerca pubblici italiani come l’IREA-CNR e l’INGV che fornisce dati a poche ore dagli eventi e a scala globale.

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Sono giorni di emergenza totale tra distese immense di macerie di città rase al suolo, con ancora migliaia di intrappolati e una brutale conta dei morti, decine di migliaia di sfollati, mancanza di tutto e anche la disperazione dei soccorritori, e tra questi anche le task force della nostra Protezione Civile, di fronte all’ennesima strage sismica.

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L’ennesima lezione del sisma è che se c’è una cosa fa la differenza nel dopo-sisma questa è solo l’anti-sismica! E la sta facendo in diversi paesi ad alta sismicità garantendo una buona capacità di resistenza e convivenza con il pericolo terremoto, grazie a normative antisismiche estremamente rigorose e rigorosamente applicate o fatte applicare anche con incentivi e con la forza della legge. Gli edifici possono ormai incorporare materiali flessibili, isolatori e smorzatori di potenza sismica, tecnologie che consentono di poter oscillare ma senza collassare, meccanismi in grado di assorbire l’energia della scossa riducendo gli impatti sulle strutture. La preparazione nel saper reagire durante l’evento sismico è frutto di allenamento alla gestione degli attimi di terrore nel sapere cosa fare e come difendersi. Il Venezuela ha certo una normativa antisismica ma ha anche un’edilizia scadente, parecchio rimaneggiata, edificata anche con materiali diversi da quelli indicati nei capitolati di appalto con elusioni di regole e grandi speculazioni che permettono abusi su terreni rischiosi e instabili senza controlli.

C’è una lezione per l’Italia? Viviamo anche noi su suoli a diversa sismicità dove si può ancora morire per scosse che in altri paesi con la nostra stessa sismicità ma con una edilizia molto più resistente farebbero pochi danni, e soprattutto nessuna vittima. Continuiamo a vivere nella terribile contraddizione di essere stati i primi al mondo ad inventare e ad adottare tecniche antisismiche, ma non siamo oggi nel gruppo di testa dei Paesi che le hanno applicate e fatte rispettare, piuttosto in coda, incapaci di affrontare a viso aperto la catastrofe che però si distingue da tutte le altre per la sua inesorabile rapidità.

Eppure il terremoto da sempre scandisce in modo tragico la nostra storia nazionale. Come rilevano nei loro studi due grandi studiosi di sismica e geofisica, Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise, il sisma è la sciagura che ha colpito maggiormente per il livello delle sue distruzioni e un numero di vittime da massacro, con inneschi di crisi sociali ed economiche, emigrazioni di massa, e il ridisegno di paesaggi naturali, deviazioni di falde e sorgenti e corsi d’acqua.

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Bisognerebbe ci ricordassimo ogni giorno di vivere in una Italia che poggia su una delle aree più sismicamente rischiose del Pianeta, quella che subisce l’80% dei terremoti terrestri, con il 15% che partono da profondità mediterranee, innescando anche tsunami. Nella nostra Penisola, collocata sul margine di convergenza tra le due grandi placche africana ed euroasiatica, la pericolosità sismica è classificata medio-alta, e la nostra dorsale appenninica presenta la più alta concentrazione di linee di faglia lungo i 1.350 km dal Colle di Cadibona in Liguria allo Stretto di Messina.

Metà dei nostri terremoti hanno colpito il Sud, circa un terzo il Centro Italia, il 20% il Nord. Dal Medioevo a oggi sono stati abbattuti oltre 4.800 centri abitati, molti dei quali più volte. Nel solo Novecento, 9 terremoti di Magnitudo uguale o superiore a 6,5 hanno avuto effetti tra il X e l’XI grado della scala Mercalli, con un impressionante numero di vittime.

Magnitudo 4 è la nostra soglia-limite in grado di provocare già crolli e vittime, e ogni terremoto fa inesorabilmente sempre riemergere la fragilità estrema del nostro patrimonio edilizio. Del solo Novecento sono infinite le distese di croci piantate dopo i grandi terremoti del 1905 in Calabria con Magnitudo 7,1, del 1908 nello Stretto di Messina con Magnitudo 7,2, del 1915 ad Avezzano con Magnitudo 7,0, del 1920 in Lunigiana e Garfagnana con Magnitudo 6,8, del 1930 in Irpinia con Magnitudo 6,7, del 1968 nella valle del Belice con Magnitudo 6,8, del 1976 in Friuli con Magnitudo 6,0, del 1980 in Irpinia-Basilicata con Magnitudo 6,9, del 2016 nel Centro Italia con Magnitudo 6,5.

Rileva sempre l’INGV che appena sei italiani su cento hanno una qualche percezione della pericolosità sismica. E la nostra storia insegna che, nonostante le promesse - dal dopo carneficina del sisma nello Stretto del 1908 Giolitti Presidente del Consiglio del Regno d’Italia annunciava che sarebbe stata promossa ovunque “l’attività di educazione alla prevenzione nelle scuole e nei luoghi di lavoro e di svago” -, la verità è che siamo sempre fermi lì, tra i meno educati a prevenire, a gestire e a battere il rischio sismico.

Nella prossima puntata il check-up aggiornato dell’edilizia italiana e tutti i sistemi e dispositivi tecnici e tecnologici per rafforzarla

Erasmo D'Angelis e Mauro Grassi