
Terrae Motus 3. Si possono prevedere i terremoti? I sismologi rispondono con un’altra domanda: Dove si possono prevedere i terremoti?. Il dove, infatti, a differenza del quando, oggi si può indicare in anticipo e con precisione. Tutti i sistemi di allerta

Si può prevedere se e quando arriverà una scossa? Alla domanda, i sismologi, giustamente, preferiscono rispondere con un’altra domanda: “Dove si può prevedere?”. Il dove, infatti, a differenza del quando, si può indicare in anticipo, e non è cosa da poco per salvarsi la vita. L’attività tellurica del passato remoto e recente, infatti, sul piano della localizzazione della scossa, presenta caratteristiche non troppo dissimili da quelle attuali e da quella che avrà luogo in futuro. I terremoti, insomma, tendono a riprodursi nei medesimi luoghi, come già spiegava verso la metà del Settecento, il matematico e astrofisico francese Georges-Louis Leclerc de Buffon: “Là où il a tremblé, il tremblera”. Il quando, ahinoi!, non è ancora prevedibile.
E le anomalie registrate o raccontate prima di ogni scossa? Ci sono, sono segnalate. Ma se prima di un’eruzione vulcanica si notano segnali come deformazioni nel terreno e scosse locali con fumarole gassose e boati, se di un uragano ormai si segue la traiettoria calcolandola al millimetro, se una frana può essere monitorata in largo anticipo, se uno tsunami può essere individuato con reti di sensori sismici e di pressione posati sui fondali in corrispondenza delle faglie sotto marine, se le piene di un fiume possono essere annunciate con ore di anticipo, purtroppo il tempo per salvarci da un sisma, al momento, è minimo, sono pochi secondi che però possono salvarci la vita.
Nonostante il gran lavoro dei sismologici e dei ricercatori, ancora la sismologia non è in grado di vedere la faglia attivarsi e seguirne l’evoluzione. Per quanto gli scienziati ci mettano l’anima, la scienza e le tecnologie, la sismogenesi, ovvero l’inizio del processo che produce il movimento delle faglie attive e di quelle circostanti, resta alquanto oscura.
La ricerca tuttavia non molla. Nel 2017 un team di ricercatori dell’Istituto ricerche marine del CNR di Bologna, dell’Università di Parma, dell’INGV e di Geomar, riuscì a individuare sul fondale dello Ionio un sistema di profonde spaccature e faglie diffuse. Era la prima finestra aperta sul terremoto sotto il mare tra Sicilia e Calabria, e installarono sui fondali 8 geofoni Ocean Bottom Seismometers with Hydrophone e sismometri per acquisizioni dati. Ha consentito passi in avanti nello studio del sottosuolo della nostra Penisola, ma, al momento, purtroppo non a prevedere i fenomeni sismici.

Non esistono parametri scientifici, oggettivi e universali che ci mettano in condizione di battere sul tempo una scossa. Non è possibile determinare se dopo la prima arriverà la seconda o la terza e se queste faranno più danni della prima, se l’aftershock sarà una lunga sequenza di intensità ridotta o sfocerà in un nuovo terremoto importante. I segnali indiretti e precursori sono infatti ancora troppo deboli e imprecisi. I messaggi dal sottosuolo, dallo sprigionarsi di gas come il radon alle alterazioni di livello delle falde acquifere, dalle emissioni elettromagnetiche e acustiche alle deformazioni del suolo e alle variazioni di temperatura, restano tuttora indecifrabili ai fini della previsione.
La caccia di possibili spie che possano anticipare un evento è un campo di ricerca antichissimo. Già qualche millennio fa impegnava i primi filosofi, astronomi e naturalisti. Nel libro II della Naturalis historia, Plinio il Vecchio narra la “gloriosa e immortale capacità divinatoria” del greco presocratico Anassimandro di Mileto, allievo di Talete, vissuto intorno al 600 a.C., che fu il primo, scrive Plinio, ad aver lanciato un allarme sisma. Ma il povero Anassimandro non finì nemmeno di annunciare il disastro imminente che si scatenò l’inferno: “[...] avvertì gli Spartani di controllare la città e le case, perché stava per verificarsi un terremoto; quand’ecco crollò tutta la città e una grande parete del monte Taigeto, che sporgeva come una poppa, staccatasi schiacciò con il suo crollo quella rovina”.
Nel 1691 il marchese napoletano Marcello Bonito, archivista del Regno, nel suo “Terra tremante: overo, continuatione de’ terremoti dalla creatione del mondo sino al tempo presente”, catalogò segni, segnali, cause ed effetti precedenti e concomitanti dei terremoti, riprendendo dall’antichità dodici strabilianti teorie, dalla prima “se senza alcuna causa l’acqua delle fonti si intorbidiscono, e diventano di cattivo odore… bolle nelle fonti, e venga spinta ad uscire fuori....” all’ultima “se gli uccelli vanno con tremore volando” Autori greci e romani hanno raccontato i comportamenti bizzarri di animali domestici e selvatici con agitazione, panico, scatti nervosi, interruzioni del letargo. Anche ai giorni nostri non mancano osservazioni di concitazione animalesca poiché le facoltà sensoriali degli animali sono decisamente superiori alle nostre nell’avvertire perturbazioni e variazioni del campo elettromagnetico. Lo sanno i sismologi cinesi, che continuano a studiare il comportamento animale tra i fenomeni potenzialmente precursori di una scossa, ma senza aver raggiunto certezze.

Ai fini della prevenzione, però, si torna sempre alle sagge parole del grande Giuseppe Mercalli, geologo, sismologo, vulcanologo e sacerdote, ideatore della Scala Mercalli che misura l'intensità macrosismica di un terremoto attraverso l'osservazione dei danni e delle modificazioni ambientali prodotte: “La sismologia non sa dire quando, ma sa dire dove avverranno terremoti rovinosi, e sa pure graduare la sismicità delle diverse province italiane, quindi saprebbe indicare al governo dove sarebbero necessari regolamenti edilizi più e dove meno rigorosi, senza aspettare che prima il terremoto distrugga quei paesi che si vogliono salvare”.

Quel che è certo è che viviamo su una delle aree più sismicamente rischiose del pianeta, sul margine di convergenza tra le due grandi placche africana ed euroasiatica con pericolosità sismica classificata a livello medio-alto, che subisce l’80% dei terremoti terrestri, con circa il 15% delle scosse che partono dalle profondità mediterranee e potrebbero innescare anche tsunami, come accadde nel 1908 dopo il sisma dello Stretto tra Messina e Reggio Calabria.
Lungo la dorsale appenninica abbiamo la più alta concentrazione di linee di faglia, e l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) censisce all’anno tra 16.000 e 17.000 scosse, 46 al giorno, circa 2 all’ora, quasi tutte fortunatamente percepite solo dai potenti sensori della Rete Sismica Nazionale che oggi dispone di circa 500 stazioni installate lungo la Penisola e sulle isole, con trasmissione in tempo reale dei dati alla Sala Sismica dell’Osservatorio Nazionale Terremoti INGV, dove è in funzione un servizio h24 di localizzazione e valutazione della loro magnitudo, e a supporto ci sono anche stazioni di rilevazione di altri Paesi o gestite da enti pubblici e università. I dati raccolti vengono inviati al Dipartimento Nazionale della Protezione Civile e, in caso di terremoto importante, con la posizione dell’ipocentro, la magnitudo, l’elenco delle località più vicine all’epicentro, una prima stima dei possibili effetti per gestire eventuali emergenze, e con analisi quasi in tempo reale.

Sistemi di allerta precoce di terremoti come l’Earthquake Early Warning-EEW permettono oggi di rilevare in automatico con accelerometri e sismometri le iniziali onde sismiche generate da un terremoto, e di attivare sistemi di comunicazione che possono allertare le popolazioni dell'arrivo di onde sismiche. In un tempo flash, in media dai 5 ai 60 secondi prima dell'arrivo della scossa - poiché i dati fluiscono con le tecnologie di trasmissione più velocemente delle onde sismiche - il sistema può inviare un allarme azionando in automatico sirene, allertando con messaggi su smartphone, interrompendo programmi radio e TV e allertando reti di emergenza. Sono comunque pochi secondi preziosi per chi si è “allenato” a gestire il rischio, prima dell’arrivo delle onde più distruttive, soprattutto se la distanza dall'epicentro è abbastanza grande da lasciare il tempo per mettersi in salvo.

Sistemi avanzati ShakeAlert sono oggi installati in Giappone e lungo la costa ovest degli Stati Uniti e si basano su due condizioni fondamentali: reti sismiche estremamente dense e distanze sufficientemente grandi tra le faglie attive e centri abitati.
Il sisma di magnitudo 7.1 che il 19 settembre 2017 colpì Città del Messico se non ha provocato migliaia di vittime è per i numerosi edifici antisismici costruiti dopo il catastrofico terremoto del 1985 di magnitudo 8.9, e perché il sistema ShakeAlert ha rilevato le onde primarie di compressione e lanciato l'allarme a reti di telefonia cellulare via sms e sirene in città, interrompendo programmi radio e tv con il Pop-Up o finestra a comparsa televisiva, inondando di SOS internet prima dell'arrivo delle onde secondarie ondulatorie, le più distruttive. L'intervallo tra il primo e il secondo treno di onde è stato il tempo utile per mettersi al sicuro. Anche pochi secondi possono fare la differenza, e consentono anche di fermare ferrovie e treni, bloccare impianti industriali, e soprattutto avvisare la popolazione.
Il sistema di allerta Cell Broadcast, con modalità di comunicazione unidirezionale e generalizzata con brevi messaggi di testo raggiunge in tempi brevissimi un numero elevatissimo di utenti senza generare carichi aggiuntivi sulla rete in quanto trasmessi soprattutto su canali di emergenza indipendenti dal traffico. È operativo in Messico, Giappone e Stati Uniti, Canada, Taiwan, Israele, Corea del Sud, Cina e anche in Venezuela dove ha funzionato in aree situate a molte decine di chilometri dall'epicentro, le meno colpite. La distanza dall'epicentro è, infatti, determinante.
In Italia esistono sperimentazioni a livello di studio. Non aiuta certo la nostra configurazione geografica, con una sismicità dovuta alle molte faglie attive distribuite lungo l’Appennino e nel Nord-Est e in aree del Sud, e con epicentri spesso a pochissima distanza dai centri abitati. Ma se il terremoto si distingue da tutte le altre catastrofi per non lanciare visibili segnali premotori, anche pochi attimi possono permettere una reazione di difesa, anche una tempistica al minimo tra generazione del sisma e arrivo delle onde distruttive può salvarci la vita. Soprattutto sapendo che la prima frontiera della prevenzione sismica è strutturale, è l’edilizia a salvarci la pelle.




