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Che cosa si dovrebbe fare? Piombino: «Vietare l’insediamento di nuovi residenti e mettere in agenda una delocalizzazione»

Cosa sappiamo dopo il terremoto record ai Campi Flegrei, e cosa potrà succedere adesso

Cnr: «Il singolo terremoto non indica, di per sé, l’imminenza di un’eruzione. È quindi essenziale attenersi alle comunicazioni della Protezione Civile e degli enti preposti al monitoraggio»
 |  Prevenzione rischi naturali

Alle 19:46 del 31 luglio un terremoto di magnitudo 4.7 ha colpito l’area dei Campi Flegrei, con epicentro tra Pozzuoli e Quarto. L’ipocentro, situato a circa tre chilometri di profondità, ha contribuito al forte risentimento della scossa, avvertita nell’area flegrea, a Napoli, a Ischia e nella penisola sorrentina. Nelle ore successive il fenomeno è proseguito con uno sciame sismico.

Sulla base dei dati disponibili, si tratta del terremoto strumentale più forte registrato ai Campi Flegrei durante l’attuale crisi bradisismica, dunque da diversi decenni. I due eventi più energetici delle crisi precedenti, avvenuti il 4 ottobre 1983 e il 14 marzo 1984, avevano raggiunto entrambi una magnitudo Md 4.01.

Lo sciame potrebbe proseguire nelle prossime ore o nei prossimi giorni, ma non è possibile prevedere la sua durata, il numero delle scosse né la loro magnitudo. Allo stato delle conoscenze non si può neppure escludere in modo assoluto un evento capace di superare il record appena registrato.

«Il terremoto di magnitudo 4.7 rappresenta il più elevato registrato nell’attuale fase di bradisismo dei Campi Flegrei – spiega Fabio Florindo, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) – Si tratta di un evento significativo che testimonia come il processo di deformazione del suolo in atto possa produrre terremoti anche di energia rilevante. Tuttavia, un singolo terremoto, anche se di questa magnitudo, non è sufficiente a indicare un cambiamento dello stato del sistema vulcanico».

Il bradisismo, letteralmente “movimento lento del suolo”, caratterizza da secoli la caldera flegrea attraverso fasi alterne di abbassamento e sollevamento del terreno. Le tracce di questi movimenti sono visibili anche sulle colonne del Serapeo di Pozzuoli, perforate dai molluschi durante gli antichi periodi di sommersione.

Dopo circa vent’anni di subsidenza, nel 2005 è cominciata una nuova fase di sollevamento, tuttora in corso, nella quale rientra anche il sisma del 31 luglio. Le crisi del 1970-1972 e del 1982-1984 determinarono complessivamente nell’area di Pozzuoli un innalzamento massimo del suolo di circa 3,5 metri, accompagnato da migliaia di terremoti, alcuni dei quali provocarono danni.

Andrea Billi, ricercatore dell’Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), spiega che il bradisismo è legato alle variazioni di pressione e temperatura nel sottosuolo, all’interno di un sistema vulcanico e idrotermale particolarmente complesso. Il sollevamento può riflettere la pressurizzazione del sistema idrotermale dovuta alla migrazione e all’accumulo di acqua, vapore, anidride carbonica e altri gas, con possibili contributi magmatici profondi. Questi processi deformano le rocce e provocano il rigonfiamento del terreno. Quando le sollecitazioni superano la resistenza delle rocce, le fratture liberano energia che si propaga sotto forma di onde sismiche.

Per valutare l’evoluzione della crisi non basta dunque osservare i terremoti. La sala operativa dell’Osservatorio vesuviano sta analizzando in tempo reale i dati provenienti dalle reti sismiche, geodetiche e geochimiche, mentre il presidente dell’Ingv ha convocato l’Unità di crisi dell’Istituto.

«Le valutazioni scientifiche non si basano sull’osservazione di un solo parametro, ma sull’analisi integrata dell’intera rete di monitoraggio: sismicità, deformazione del suolo, emissioni di gas e tutti gli altri indicatori geofisici e geochimici – precisa Florindo – È l’evoluzione complessiva di questi dati che consente di valutare se vi siano variazioni significative del fenomeno».

Accanto alla gestione immediata della crisi resta aperto il problema di un territorio densamente urbanizzato sopra una caldera attiva. Per il geologo Aldo Piombino, il «grande equivoco» dei Campi Flegrei nasce dall’assenza della caratteristica che nell’immaginario collettivo rende riconoscibile un vulcano: una montagna. L’area è stata così urbanizzata per secoli, mentre la consapevolezza della natura vulcanica del territorio è rimasta a lungo limitata agli esperti e agli abitanti del luogo.

Intervenire oggi con urgenza sull’intero patrimonio edilizio sarebbe, secondo Piombino, impraticabile per i costi e la complessità logistica. Il problema era però noto almeno dalle crisi bradisismiche dei primi anni Ottanta e avrebbe richiesto una pianificazione territoriale capace di ridurre progressivamente l’esposizione della popolazione.

«Che cosa si dovrebbe fare? Innanzitutto vietare l’insediamento di nuovi residenti, a parte le nascite – propone Piombino – Detto questo, una delocalizzazione di funzioni primarie e degli abitanti, a partire da persone che volontariamente accettino la soluzione in aree specificamente considerate come quelle messe peggio, potrebbe essere messa in agenda».

Il geologo raccomanda inoltre di evitare una soluzione analoga al trasferimento degli abitanti del Rione Terra nel troppo vicino insediamento di Monteruscello e di demolire immediatamente gli edifici lasciati vuoti, così da impedire nuovi insediamenti abusivi.

Sul piano dell’emergenza, le indicazioni restano quelle fornite dagli organismi scientifici e dalle autorità competenti. «Il singolo terremoto non indica, di per sé, l’imminenza di un’eruzione – conclude Billi – È quindi essenziale attenersi alle comunicazioni della Protezione Civile e degli enti preposti al monitoraggio».

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.