
Il Pratomagno e la strada contesa: due visioni opposte dello sviluppo della montagna

Dodici chilometri di strada bianca panoramica che corrono appena sotto il crinale oscillante tra i 1400 e i 1600 metri di quota. È una montagna lunga e compatta, distesa come l’enorme schiena di un dinosauro tra il Casentino e il Valdarno Superiore. In mezzo, uno dei paesaggi montani più integri e simbolici della Toscana: il Pratomagno.
Non ha l’imponenza delle Alpi né l’asprezza spettacolare delle Dolomiti, ma possiede qualcosa di più raro: un senso di continuità, un respiro largo, un silenzio ancora integro e una dimensione storica che si perde nell’abisso dei secoli.
Dal sentiero del crinale lo sguardo scivola lontano: boschi, pascoli sommitali, vasti orizzonti, il vento che spinge le nuvole. Memoria, spiritualità, cammini lenti. Una sera di tanti anni fa, al tramonto, rimasi incantato nel riconoscere con il binocolo la luce del sole riflessa nel Tirreno.
La stessa Regione Toscana ha candidato nel 2022-2023 il progetto paesaggistico “I Territori del Pratomagno” al Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa- il Piano Paesaggistico per il Valdarno Superiore redatto dalla stessa Regione nel 2015 è un bellissimo documento pieno di mappe, grafici e dettagli tecnici (realizzato con fondi dell’Unione Europea, UE).
La sterrata che corre appena sotto al crinale non è una strada che invita alla fretta. Costringe a rallentare. Oggi quella strada sterrata è al centro di una controversia che intreccia tutela ambientale, politiche regionali, gestione del turismo e partecipazione democratica. La Regione Toscana, insieme ai Comuni di Castel San Niccolò e Montemignaio, ha approvato nel 2022 un progetto per asfaltarne una parte, con una spesa prevista di circa due milioni di euro. Una decisione che ha acceso un vasto movimento di opposizione formato da studiosi, associazioni e cittadini.
Una montagna preziosa — e già ferita
Il Pratomagno non è soltanto un bel panorama. È un mosaico di ecosistemi ancora integri, fragili e preziosi. Il crinale attraversa due Zone Speciali di Conservazione della rete UE Natura 2000 istituite nel 2021: “Vallombrosa – Bosco di S. Antonio” (IT5140012) e “Pascoli montani e cespuglieti del Pratomagno” (IT5180011). Quest’ultima è anche Zona di Protezione Speciale della stessa Rete Natura 2000 e “Area Importante per l’Avifauna” (IBA-081) dal 2000, secondo Birdlife International. Una parte del versante nord-occidentale del comprensorio coincide con la Riserva Naturale Statale Biogenetica di Vallombrosa, gestita dal Corpo dei Carabinieri Forestali dal 1977.
Qui, grazie alla presenza di numerosi habitat naturali di rilievo comunitario, trovano rifugio oltre quaranta specie vegetali di grande valore e quattordici specie animali rare e di interesse conservazionistico: nei cieli aperti volteggiano l’aquila reale e il biancone, sui pascoli sommitali si può avvistare in periodo migratorio il piviere tortolino, nei boschi tambureggia il picchio nero e si aggirano l’astore, la puzzola ed il gatto selvatico; nei torrenti si trova ancora il gambero di fiume e nelle pozze d’acqua sopravvive il rarissimo ululone appenninico.
Per questo motivo l’Unione Europea negli ultimi venticinque anni ha co-finanziato in quest’area cinque progetti LIFE per la tutela degli habitat montani e forestali per un totale di quasi 7 milioni di euro (gli altri 4 milioni sono stati stanziati tramite fondi pubblici).
Il Pratomagno, spartiacque naturale, fornisce benefici ecologici, spesso dimenticati o dati per scontati, agli abitanti dei fondovalle. Tra questi: una riserva idrica preziosa, regolazione climatica e refrigerio estivo grazie ai suoi boschi, arginamento del cambiamento climatico grazie alla fissazione dell’anidride carbonica, una preziosa connessione ecologica con gli ecosistemi del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e della dorsale appenninica.
Eppure questo antico paesaggio - non si deve aguzzare gli occhi per vederlo - non è intatto. Nel passato è stato segnato da vari interventi edilizi molto discutibili e soprattutto dall’installazione di una selva di ripetitori di vario tipo (la maggior parte oggi in disuso ma mai rimossi). È anche per questo che l’idea di un nuovo intervento strutturale sul crinale viene percepita come una soglia delicata da non oltrepassare.
L’asfalto e la coerenza mancata
La motivazione ufficiale del progetto sarebbe la sicurezza e riqualificazione della strada. Il Sindaco di Castel S. Niccolò lascia intendere che per ora non si asfalta l’intero tracciato solo perché i fondi non bastano. Il resto arriverà dopo. Secondo un gruppo di studiosi e professionisti, però, il nodo è un altro.
Nel 2023 41 esperti — biologi, naturalisti, geologi, forestali — hanno firmato un documento tecnico di opposizione, poi sostenuto da 22 associazioni. A loro avviso il progetto di asfaltatura risulta incoerente, se non apertamente in contrasto, con gli obiettivi e le indicazioni del Piano Paesaggistico regionale e con le misure di conservazione previste nei piani di gestione delle due ZSC; e con gli ingenti fondi statali e comunitari investiti finora per la tutela.
Quei piani identificano infatti nel flusso incontrollato di visitatori la principale minaccia per biodiversità ed ecosistemi del crinale. Rendere la strada più accessibile e scorrevole significherebbe, secondo i firmatari, favorire un aumento imprevedibile del traffico e della pressione antropica, aggravando proprio il problema che gli strumenti di tutela dichiarano prioritario.
Dal 2023 questo gruppo ha redatto diversi documenti tecnici e osservazioni puntuali alle due Valutazioni di Incidenza Ambientale (VINCA) presentate nel tempo, evidenziando le contraddizioni tra gli obiettivi dell’opera e gli impegni di tutela assunti dalla Regione per il comprensorio.
Le domande dietro il progetto
Accanto alle critiche tecniche, circolano interrogativi più ampi.
Una parte del movimento ritiene, sulla base di elementi documentati, che dietro l’idea di asfaltare il crinale possano esserci interessi legati alla filiera del legno.
Ad alimentare i sospetti è anche una decisione recente: nel 2025, a fine legislatura, la Regione ha approvato un allentamento della legge forestale che facilita il disboscamento, contrastato dal WWF Toscana. Un passaggio giudicato da molti poco trasparente e privo di un reale dibattito pubblico (approvata il 20 Agosto), proprio in un momento storico in cui i boschi vengono indicati come strumenti fondamentali per contrastare l’aggravarsi del cambiamento climatico.
Purtroppo sono ancora molti i rappresentanti politici che sventolano polverose teorie sulla gestione forestale ormai superate dalle conoscenze più recenti di ecologia degli ecosistemi forestali. Antiche convinzioni antropocentriche, basate su un passato di sfruttamento intensivo della montagna, secondo le quali il bosco ha bisogno dell’intervento umano per poter prosperare in salute - memorabile e tristemente eloquente fu la seduta del Consiglio Regionale del Dicembre 2020 quando consiglieri di Fratelli d’Italia, Lega e PD evidenziarono una convergenza di vedute nel paragonare il taglio del bosco a quello della lattuga e del radicchio.
Pareri critici e mobilitazione civile
Il progetto ha ricevuto pareri negativi o fortemente critici da parte di ISPRA, della Soprintendenza per i Beni culturali di Arezzo e dei Carabinieri Forestali responsabili della Riserva di Vallombrosa. ISPRA in particolare ha segnalato che il disturbo antropico e il flusso di visitatori incontrollato ha già prodotto una significativa estinzione locale sui pascoli del Pratomagno: da vari anni infatti, nel periodo di passo a Settembre, il piviere tortolino non è stato più avvistato. Troppi visitatori e nessuna regola sul crinale, specialmente nei fine settimana.
Nel frattempo è nato un movimento civico tra Valdarno e Casentino. Tra il 2023 e il 2025 sono state organizzate assemblee pubbliche, marce sul crinale, sit-in, iniziative culturali che sono state coperte da media locali e regionali, e sui social. Una petizione online ha raggiunto le 5000 firme. Una lettera aperta al presidente della Regione, pubblicata su Il Fatto Quotidiano nel 2023 e sottoscritta da oltre cinquanta professionisti, non ha ricevuto risposta.
Chi si oppone al progetto non nega la necessità di intervenire sulla strada. La manutenzione e la messa in sicurezza di alcuni tratti della strada bianca che sono in pendenza (per un totale di circa 1 km) vengono considerate legittime e necessarie.
La proposta alternativa è diversa: destinare i quasi due milioni di euro stanziati per l’asfaltatura a un piano pluridecennale di manutenzione ordinaria della strada bianca. Secondo le stime del movimento, quelle risorse potrebbero coprire i costi per circa trentasei anni, con il coinvolgimento di manodopera locale.
Non un rifiuto dell’intervento, dunque, ma una scelta diversa di gestione.
Una valutazione ambientale discutibile
Il 21 Ottobre 2025 la Regione ha espresso parere positivo sulla VINCA. Un passaggio che dovrebbe costituire il via libera all’opera.
Secondo i critici, il procedimento nel suo insieme risulta difficile considerare pienamente indipendente: la Regione infatti valuta l’impatto ambientale di un progetto che essa stessa promuove. Inoltre lo studio di incidenza, commissionato dagli stessi Comuni committenti, è stato valutato dagli esperti del movimento come estremamente lacunoso nel non individuare il principale impatto atteso dell’opera — l’aumento esponenziale del numero di visitatori, già oggi ritenuto troppo elevato e poco controllato — cioè proprio la minaccia indicata come prioritaria nei piani di gestione delle aree protette.
Il percorso amministrativo è apparso scarsamente trasparente e democratico. Il movimento ha dovuto faticare non poco per ottenere l’accesso ai documenti e non è stato ammesso a tavoli di confronto. Le reiterate richieste di incontro con rappresentanti istituzionali regionali non hanno avuto alcun esito.
Si asfalteranno per ora solo 3 dei 12 chilometri e la VINCA approvata esclude che si asfalterà in futuro la parte restante della strada; inoltre il documento prescrive misure di mitigazione che, se applicate in modo rigoroso, potrebbero realmente ridurre l’impatto dell’opera. Ma la fiducia, in una parte della cittadinanza, si è incrinata: del resto gli impegni precedenti di tutela da parte della Regione in relazione alle 2 ZSC del Pratomagno, alla prova dei fatti, non sono stati né attuati né rispettati sufficientemente negli anni.
Il movimento non ha potuto presentare il ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale entro i 60 giorni concessi dalla pubblicazione della VINCA. Essenzialmente perché si tratta di un periodo troppo breve perché cittadini e associazioni possano organizzarsi sul piano tecnico e finanziario. E’ stato stimato che servono almeno 10-15 mila euro per poter far fronte ai rischi di un procedimento del genere. Per questo il movimento ha scelto di rivolgersi direttamente alle istituzioni europee, segnalando il caso come questione ambientale di rilevanza comunitaria.
Due idee di montagna
Camminando sul crinale, nelle giornate limpide, si ha la sensazione che tutto sia sospeso: il vento che attraversa i pascoli, il canto delle allodole, il volo lento dei rapaci, il rumore attutito dei passi sul sentiero. La strada bianca non è solo un’infrastruttura. È parte dell’esperienza del luogo. È la sua misura. Così la vicenda locale ha assunto un significato più ampio.
La controversia del Pratomagno non riguarda soltanto dodici chilometri di tracciato. Riguarda due idee diverse di montagna. Una che vede nell’asfalto un miglioramento funzionale, un accesso più semplice, una modernizzazione. L’altra che teme una soglia oltre la quale il paesaggio perde qualcosa di irripetibile.
Da una parte un’idea di sviluppo ancora legata al cemento e all’asfalto, all’estrattivismo e al turismo motorizzato mordi e fuggi dei fine settimana. Dall’altra un’idea di turismo verde ed ecologicamente attento e sostenibile di cui la Toscana è già leader mondiale. Le strade bianche e la mobilità lenta sono già un elemento identitario da tempo nella regione — basti pensare alla Via Francigena o alla cicloturistica “Eroica”.
Che cosa significa “valorizzare” una montagna? Renderla più accessibile o preservarne la fragilità? Portare più persone possibile o proteggere il silenzio che la rende unica? L’idea di trasformare un crinale in asse asfaltato appare a molti una scelta simbolicamente potente e irreversibile.
Il Pratomagno resta lì, tra due valli, già segnato da interventi del passato e oggi al centro di una nuova scelta. La decisione finale dirà molto non solo sul destino di un crinale, ma sul modo in cui intendiamo custodire — o trasformare — i paesaggi più fragili e preziosi del nostro tempo.




