
Carrara, le cave del marmo vincono ancora: prorogato di 2 anni l’obbligo di lavorazione locale

Due anni fa, le imprese del marmo di Carrara sottoscrissero convenzioni col Comune impegnandosi a lavorare in loco almeno il 50% del materiale estratto, ottenendo così la proroga delle concessioni fino al 2042. Oggi, quelle stesse imprese hanno chiesto e ottenuto due anni aggiuntivi per adempiere all’obbligo, nonostante le costanti denunce di associazioni ambientaliste come Legambiente.
Il Consiglio comunale di Carrara ha infatti approvato ieri la proroga biennale, nonostante di fatto le imprese sapessero da oltre un decennio (con la legge regionale cave del 2015) la necessità di traguardare l’obiettivo del 50%. «Le aziende hanno chiesto una proroga per raggiungere quel risultato che non hanno saputo realizzare in 11 anni: o credono nei miracoli o pensano, più realisticamente, di ottenere una modifica alla legge 35, che elimini o riduca l’obbligo di filiera – commenta con amaro sarcasmo il circolo di Legambiente Carrara – Oltretutto, seguendo la tradizione italica dei condoni edilizi, la logica della proroga rappresenta uno “schiaffo” per chi si è messo in regola e un potente incentivo per chi non intende invece farlo».
Per il Cigno verde si può accettare di mantenere l’escavazione a Carrara, nonostante i pesanti danni paesaggistici e ambientali, solo riducendone i volumi e razionalizzandola e solo se i cittadini ne traggono un reale beneficio. Da tutti gli studi si evince che la lavorazione in filiera, soprattutto se di qualità e ad alto valore aggiunto, porta molta più occupazione rispetto all’attività di estrazione e alla commercializzazione dei blocchi. Dunque è alla filiera che si deve puntare, senza accettare deroghe o proroghe a quanto stabilito dalla legge 35.
C’è anche un altro aspetto grave che vogliamo evidenziare: la mancanza di trasparenza sui dati. Quelli che ha fornito la sindaca in commissione marmo infatti sono estremamente generici. Si dice che a oggi solo 19 cave sarebbero in regola e a 4 manca solo un 1% per diventarlo al 30 aprile, data in cui sarebbero dovuti scattare i controlli sulla filiera. Le altre 25 cave si attestano su valori variabili tra il 48% di filiera e meno del 20%. Proseguendo nella discutibile scelta di nascondere i dati ai cittadini, non è stato detto se queste cave inadempienti sono grandi o piccole, che utili hanno e quanto personale occupano.
«Pur contrari alla proroga – concludono da Legambiente – avevamo proposto all’Amministrazione di valutare caso per caso se concederla o meno: una cosa infatti è essere oltre il 40% di filiera, una cosa è essere ben sotto tale soglia, soprattutto se si tratta di aziende grosse con utili sostanziosi che avrebbero consentito di fare gli investimenti necessari. E se tra due anni ci saranno ancora aziende non in regola che cosa succederà? Si proporrà un’altra proroga, tanto “le regole ci sono, ma non sempre valgono”? Se poi l’obiettivo è quello di vanificare la filiera, modificando la legge 35, diciamo subito che siamo nettamente contrari e disposti alle barricate per impedirlo».





