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Amsterdam e il rapporto storico tra città e acqua: dall’ingegneria idraulica alla città spugna

 |  Territorio e smart city

Amsterdam rappresenta uno dei casi più emblematici al mondo di coevoluzione tra città e acqua. La sua storia urbana non può essere letta come una semplice sequenza di interventi idraulici, ma come un processo continuo in cui l’acqua è al tempo stesso minaccia, infrastruttura e risorsa economica. La città nasce infatti in un contesto geografico estremamente fragile: suoli paludosi, prossimità del mare, presenza di lagune e corsi d’acqua soggetti a variazioni stagionali. Fin dalle origini medievali, la sopravvivenza dell’insediamento dipende dalla capacità di gestire l’acqua come infrastruttura e di trasformare il rischio idraulico in un fattore produttivo. La costruzione di dighe, argini e sistemi di drenaggio non è un’azione episodica, ma la base stessa dell’urbanizzazione. Amsterdam non cresce “contro l’acqua”, ma insieme all’acqua, attraverso un equilibrio dinamico tra ingegneria, governance e uso del territorio.

Il sistema dei canali, sviluppato nel XVII secolo durante l’età d’oro olandese, è l’espressione più compiuta di questa logica. L’anello dei canali non è un elemento estetico, ma una infrastruttura idro‑urbana multilivello. Da un lato, sostiene la funzione logistica della città, collegando porto, magazzini e quartieri mercantili; dall’altro, struttura lo spazio urbano attraverso anelli concentrici che regolano la crescita e la distribuzione delle funzioni. Ma soprattutto, i canali svolgono un ruolo idraulico essenziale: drenano le acque interne, controllano il livello freatico e raccolgono l’acqua piovana, costituendo un sistema di regolazione che permette alla città di esistere in un territorio naturalmente instabile. La loro funzione è quindi tripla: economica, urbana e idraulica.

Questo sistema è inserito in un modello di governance unico nel suo genere. La gestione dell’acqua nei Paesi Bassi è storicamente affidata a enti specializzati, le water authorities, che operano come istituzioni autonome con competenze tecniche e fiscali.  Amsterdam funziona grazie a una governance unica al mondo, fondata sulla cooperazione tra tre attori distinti ma complementari. Il Comune di Amsterdam definisce la visione urbana, pianifica lo sviluppo e stabilisce gli standard di resilienza, integrando acqua, verde e infrastrutture nella progettazione della città. Il Waterschap Amstel, Gooi en Vecht garantisce la sicurezza idraulica territoriale: controlla argini, livelli idrici e qualità delle acque, operando come un’autorità autonoma con potere fiscale.

Waternet, infine, è il braccio tecnico‑operativo che gestisce l’intero ciclo idrico, dall’acqua potabile alle fognature, fino al controllo dei canali urbani. Questo modello multilivello permette di affrontare un territorio fragile con una governance stabile e altamente specializzata. Negli ultimi anni, tuttavia, sono emerse criticità legate alla complessità gestionale che ha reso più difficile coordinare le funzioni comunali e quelle del Waterschap. Per questo è in corso una riforma che porterà alla creazione di Stichting Amsterdam Water, con una separazione più chiara delle responsabilità istituzionali ma mantenendo nella prima fase Waternet come operatore tecnico integrato, così da rafforzare efficienza, trasparenza e capacità di risposta climatica.

Negli ultimi decenni, tuttavia, questo “modello storico” è entrato in tensione. Il cambiamento climatico ha introdotto nuove pressioni: precipitazioni più intense e concentrate, eventi di cloudburst, alternanza tra piogge estreme e periodi di siccità. L’impermeabilizzazione urbana riduce la capacità naturale di infiltrazione, mentre il sistema tradizionale di drenaggio – basato su canali, pompe e fognature – mostra limiti strutturali. La logica “espellere rapidamente l’acqua” non è più sufficiente in un contesto in cui i picchi meteorologici superano la capacità delle infrastrutture esistenti.

È in questo scenario che Amsterdam avvia la transizione verso il paradigma della sponge city. Il principio è semplice ma rivoluzionario: non eliminare l’acqua il più velocemente possibile, ma rallentarla, trattenerla, distribuirla e riutilizzarla. La città spugna non sostituisce il sistema storico dei canali, ma lo integra in una rete più ampia di soluzioni diffuse. Tetti verdi e blue‑green roofs accumulano acqua in quota; water squares trasformano piazze e spazi pubblici in bacini temporanei; suoli permeabili e rain gardens favoriscono l’infiltrazione locale; i canali diventano un buffer finale, una rete di equilibrio che riceve l’acqua solo dopo che il sistema diffuso ha svolto la sua funzione.

I blue-green roofs sono una delle innovazioni più caratteristiche della transizione di Amsterdam verso la “città spugna”. Si tratta di tetti che uniscono la funzione vegetale tipica dei tetti verdi con una componente idraulica attiva: sotto lo strato di vegetazione non c’è solo substrato e drenaggio, ma anche una capacità di accumulo temporaneo dell’acqua piovana.

Il principio è quello di trasformare ogni edificio in una piccola infrastruttura climatica. Quando piove, l’acqua non viene immediatamente scaricata nelle fognature, ma viene trattenuta sul tetto, immagazzinata in moduli o strati tecnici e rilasciata gradualmente nel tempo. Questo rallenta il deflusso complessivo e riduce i picchi di carico sul sistema urbano, che è uno degli elementi più critici durante eventi meteorologici intensi.

Nei sistemi più avanzati sperimentati nella città, i tetti sono anche “intelligenti”: sensori e dispositivi di controllo permettono di svuotare parzialmente la capacità di accumulo prima di una pioggia prevista, in modo da massimizzare lo spazio disponibile per il nuovo evento. In questo modo il tetto diventa un elemento dinamico, che reagisce alle condizioni meteo invece di subirle passivamente.

Oltre alla funzione idraulica, i blue-green roofs contribuiscono anche alla riduzione delle temperature urbane, al miglioramento del comfort termico degli edifici e alla biodiversità, creando micro-habitat vegetali in un contesto densamente costruito. In una città come Amsterdam, questo li rende parte integrante della strategia di adattamento climatico: non semplici coperture ecologiche, ma veri e propri dispositivi distribuiti di gestione dell’acqua.

Le water squares sono una delle soluzioni più riconoscibili della strategia di “città spugna” nei Paesi Bassi e rappresentano un modo molto diretto per integrare la gestione dell’acqua nello spazio pubblico. L’idea nasce soprattutto nel contesto urbano di Rotterdam e viene adottata successivamente anche in Amsterdam.

Si tratta, in sostanza, di piazze progettate con una doppia funzione. In condizioni normali sono spazi urbani completamente fruibili: luoghi di socialità, gioco, sport o attraversamento pedonale. Durante eventi di pioggia intensa, invece, si trasformano in bacini temporanei di raccolta dell’acqua meteorica.

Il principio è quello di sfruttare la geometria dello spazio urbano: le piazze vengono progettate con depressioni, pendenze e livelli differenziati che permettono all’acqua di defluire e accumularsi in aree dedicate. In questo modo, quando il sistema fognario è sotto stress, la piazza assorbe temporaneamente il surplus idrico, riducendo il rischio di allagamenti nelle strade circostanti.

L’acqua non viene semplicemente “trattenuta”, ma gestita in modo controllato. Una volta terminato l’evento piovoso, viene rilasciata gradualmente nel sistema di drenaggio urbano o nei canali, evitando sovraccarichi improvvisi. In alcune configurazioni, i bacini permettono anche una prima sedimentazione delle particelle trasportate dalla cosiddetta “prima pioggia”, migliorando la qualità dell’acqua.

Un aspetto centrale delle water squares è la loro natura multifunzionale: non sono infrastrutture nascoste o puramente tecniche, ma spazi pubblici pienamente integrati nella vita urbana. Questo rende visibile il funzionamento della città idraulica e contribuisce a una maggiore consapevolezza collettiva del rischio climatico.

I rain gardens sono una delle componenti più semplici e al tempo stesso più efficaci della strategia di città spugna adottata ad Amsterdam. Si tratta di aree verdi progettate appositamente per intercettare e gestire l’acqua piovana che defluisce da strade, marciapiedi e superfici impermeabili, trasformando un normale spazio verde in una piccola infrastruttura idraulica diffusa.

Il loro funzionamento si basa su un principio molto lineare: l’acqua viene convogliata verso una depressione del terreno, dove può temporaneamente accumularsi invece di scorrere rapidamente verso le fognature. All’interno del rain garden, l’acqua attraversa diversi strati di suolo e vegetazione che ne rallentano il deflusso e ne migliorano la qualità. Durante questo passaggio, una parte degli inquinanti tipici della cosiddetta “prima pioggia” viene trattenuta o filtrata naturalmente dal terreno e dalle piante.

Una quota dell’acqua si infiltra nel sottosuolo, contribuendo alla ricarica delle falde, mentre un’altra parte evapora o viene rilasciata gradualmente nel sistema urbano. In questo modo, i rain gardens svolgono contemporaneamente una funzione idraulica, ambientale e climatica.

Nel contesto della sponge city di Amsterdam, questi dispositivi rappresentano il livello più capillare e diffuso della gestione dell’acqua. Sono infatti integrati direttamente nello spazio stradale e nei quartieri residenziali, e lavorano in sinergia con altri elementi del sistema, come tetti verdi, water squares e canali. La loro funzione principale è quella di ridurre il carico immediato sulle infrastrutture idriche, rallentando e distribuendo il deflusso delle precipitazioni.

Oltre al ruolo tecnico, i rain gardens contribuiscono anche alla qualità dello spazio urbano, introducendo vegetazione, biodiversità e microclimi più favorevoli in contesti fortemente urbanizzati.

Il sistema dei canali di Amsterdam rappresenta uno degli esempi più emblematici di come un’infrastruttura storica possa cambiare funzione nel tempo senza perdere centralità.

Con il tempo, e soprattutto con la modernizzazione delle reti fognarie e idriche del Novecento, il loro ruolo idraulico è stato in parte considerato secondario rispetto alle infrastrutture sotterranee. I canali hanno mantenuto una forte funzione paesaggistica, turistica e urbana, ma la gestione delle acque meteoriche è progressivamente passata a sistemi tecnici più moderni e centralizzati.

Negli ultimi decenni, tuttavia, con l’emergere dei rischi climatici legati a piogge intense e al cambiamento climatico, il sistema dei canali è stato reintegrato all’interno della strategia della cosiddetta città spugna. In questo nuovo paradigma, i canali non sono più solo un’eredità storica o un’infrastruttura di supporto, ma tornano a svolgere una funzione attiva come elementi di regolazione idraulica.

Nel modello sponge city, i canali agiscono come bacini lineari di accumulo e ridistribuzione dell’acqua. Ricevono il deflusso proveniente da tetti, strade, rain gardens e water squares, e funzionano come un livello intermedio di buffering tra la città e i sistemi di pompaggio e scarico verso l’esterno. In questo senso, non sono più il primo strumento di gestione dell’acqua, ma diventano una componente di equilibrio del sistema idrico urbano complessivo.

La loro funzione contemporanea è quindi diversa ma complementare rispetto al passato: da infrastruttura primaria della città mercantile a infrastruttura di regolazione adattiva della città climatica. Il valore dei canali non risiede più solo nella loro capacità di trasporto o drenaggio diretto, ma nella loro integrazione all’interno di un sistema più ampio e distribuito, in cui l’acqua viene rallentata, accumulata e gestita su più livelli.

Le risorse impegnate per la trasformazione di Amsterdam in direzione “città spugna” non si concentrano in un unico grande progetto, ma sono distribuite nel tempo e tra molte linee di intervento: infrastrutture idriche, rigenerazione urbana, adattamento climatico, verde urbano e riqualificazione degli edifici. Si tratta quindi di una strategia finanziaria diffusa, in cui la resilienza climatica viene incorporata dentro politiche già esistenti piuttosto che finanziata come programma isolato.

Un primo riferimento utile è dato dai progetti pilota più innovativi, come RESILIO, che ha mobilitato circa 6 milioni di euro tra fondi europei e cofinanziamenti locali. Tuttavia, questi interventi rappresentano solo la parte sperimentale del sistema: servono a testare soluzioni come i tetti blu-verdi intelligenti e a sviluppare modelli replicabili, non a coprire l’intera trasformazione urbana.

Il quadro complessivo è molto più ampio. Le stime elaborate dal Comune di Amsterdam e da studi tecnici indicano che l’adeguamento della città agli scenari climatici futuri richiederà investimenti nell’ordine di oltre 1 miliardo di euro entro il 2050, a cui si aggiungono costi di manutenzione annuali nell’ordine di alcune decine di milioni di euro. Questa cifra non riguarda un singolo progetto, ma l’insieme delle misure necessarie per rendere la città resiliente agli eventi meteorologici estremi.

Le risorse includono una vasta gamma di interventi: la gestione delle piogge intense, il rafforzamento del sistema di drenaggio urbano, la riqualificazione dei canali, la diffusione di tetti verdi e blu-verdi, la realizzazione di rain gardens e water squares, e la de-impermeabilizzazione progressiva del suolo urbano. Una parte significativa degli investimenti è integrata nei normali cicli di manutenzione e sviluppo urbano, come il rifacimento delle strade o la ristrutturazione edilizia, il che rende il costo complessivo meno visibile ma più strutturale.

Un elemento chiave del modello finanziario è la distribuzione delle risorse tra più attori: il Comune, le autorità idriche come Waternet, i fondi europei, le housing corporations e gli investitori privati coinvolti nei progetti immobiliari. Questo approccio riflette la natura stessa della città spugna, che non è un singolo progetto infrastrutturale, ma una trasformazione sistemica del modo in cui la città investe e costruisce.

In questo senso, il dato più rilevante non è solo l’ammontare complessivo delle risorse, ma la loro logica di impiego: la resilienza climatica non è finanziata come un settore separato, ma viene incorporata in modo trasversale dentro tutte le politiche urbane. La città spugna di Amsterdam è quindi meno un programma di spesa e più una riallocazione progressiva degli investimenti urbani verso obiettivi di adattamento climatico.

La partecipazione della popolazione nella trasformazione di Amsterdam verso la “città spugna” non è marginale, ma è una componente strutturale del modello. Non si tratta solo di consultazione pubblica, ma di un coinvolgimento operativo diffuso, coerente con la tradizione olandese di governance condivisa dell’acqua.

Un primo livello di partecipazione è quello individuale e domestico. I cittadini vengono incentivati, anche attraverso sussidi comunali, a intervenire sugli edifici privati: installazione di tetti verdi o blu-verdi, rimozione di superfici impermeabili nei cortili, creazione di piccoli rain gardens privati. In questo modo, una parte della gestione dell’acqua viene trasferita dal sistema pubblico a una moltitudine di micro-interventi diffusi.

Un secondo livello riguarda il comportamento quotidiano e la gestione dello spazio urbano. I residenti sono coinvolti nella riduzione dell’impermeabilizzazione dei suoli, ad esempio sostituendo pavimentazioni rigide con materiali drenanti nei giardini privati o negli spazi condominiali. In molti casi, la città promuove attivamente la “de-paving”, cioè la rimozione di asfalto superfluo per favorire infiltrazione e vegetazione.

Un terzo livello è quello comunitario e condominiale. Le housing corporations e i condomini svolgono un ruolo importante nella realizzazione di interventi collettivi: tetti verdi condivisi, sistemi di raccolta dell’acqua piovana, riqualificazione degli spazi comuni. Qui la partecipazione è mediata da soggetti collettivi più che individuali, ma resta comunque diffusa e capillare.

Accanto a questo, esiste un forte elemento educativo e culturale. Programmi pubblici e iniziative locali mirano a rendere visibile il funzionamento della città idraulica: le water squares, i canali e i sistemi di drenaggio diventano strumenti anche didattici, che aiutano i cittadini a comprendere il ruolo dell’acqua nella città e la necessità di adattamento climatico.

Infine, la partecipazione si estende anche alla pianificazione urbana attraverso processi consultivi e collaborativi. I residenti sono coinvolti nella progettazione di quartieri resilienti e nelle decisioni relative alla riqualificazione degli spazi pubblici, contribuendo a definire dove e come integrare soluzioni come rain gardens, superfici permeabili o aree di accumulo temporaneo.

Nel complesso, il modello olandese non considera la popolazione come semplice beneficiaria delle politiche climatiche, ma come parte attiva del sistema idrico urbano. La logica della città spugna si basa proprio su questa idea: la resilienza non è concentrata nelle infrastrutture, ma distribuita tra edifici, spazi pubblici e comportamenti quotidiani.

Questa evoluzione può essere letta come una sequenza di tre fasi. La prima è quella della città idraulica storica, basata su dighe, canali e drenaggi, in cui l’obiettivo è convivere con l’acqua controllandola. La seconda è la città infrastrutturale moderna, caratterizzata da reti fognarie centralizzate e da una gestione tecnica separata dell’acqua. La terza, attuale, è la città spugna, in cui la gestione del rischio idrico è diffusa, integrata con urbanistica e verde, e orientata alla resilienza climatica.

Il caso di Amsterdam mostra quindi una continuità più che una rottura. La città non abbandona il proprio modello idraulico, ma lo riattualizza. I canali, che erano già il cuore del sistema urbano, diventano oggi parte di una infrastruttura climatica distribuita, in cui edifici, strade, spazi pubblici e suoli permeabili operano insieme. La sponge city non è un’idea astratta importata dall’esterno, ma l’evoluzione coerente di una città che, fin dalla sua origine, ha costruito la propria identità sul principio fondamentale della sua storia: vivere con l’acqua, non contro l’acqua.

Mauro Grassi accompagna i lettori di greenreport alla scoperta delle principali iniziative sulle città spugna in corso in Europa. Leggi anche il focus su Londra e Copenaghen

Mauro Grassi

Mauro Grassi, economista, ha lavorato come ricercatore capo nell’Istituto di ricerca per la programmazione economica della Toscana (Irpet), ha lavorato a Roma come dirigente caposegreteria del Sottosegretario ai Trasporti Erasmo D’Angelis (Ministero delle Infrastrutture) e quindi come direttore di Italiasicura (Presidenza del Consiglio) con i Governi Renzi e Gentiloni. Attualmente è consulente e direttore della Fondazione earth and water agenda.