
Parigi diventa una “città spugna”. Al cuore della progettualità c’è la necessità di ridurre drasticamente la quantità di acqua piovana che entra nelle fogne

Parigi ha sviluppato il modello di “città spugna” come risposta a una combinazione di problemi climatici, infrastrutturali e urbanistici. La città è una delle più dense e impermeabilizzate d’Europa: gran parte delle superfici è asfaltata o pavimentata e il sistema fognario storico, costruito in larga misura nel XIX secolo durante gli interventi di Haussmann, è basato ancora prevalentemente su reti miste, nelle quali acque reflue e acque piovane scorrono negli stessi condotti. Questo sistema funziona in condizioni ordinarie, ma entra rapidamente in crisi durante gli eventi meteorici intensi, oggi sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico. Le piogge eccezionali provocano sovraccarichi della rete, allagamenti urbani, rigurgiti dai tombini e scarichi non trattati nella Senna. Parallelamente, l’aumento delle ondate di calore e la scarsità di spazi verdi hanno reso evidente la necessità di ripensare il rapporto tra acqua e spazio urbano. Da qui nasce il passaggio da una logica tradizionale di “allontanamento rapido dell’acqua” a una logica di trattenimento, infiltrazione e riuso locale delle acque meteoriche.
La governance del modello parigino è multilivello e coinvolge una pluralità di soggetti pubblici e privati. Il ruolo politico e strategico principale è svolto dal Comune di Parigi. Accanto al Comune opera la Métropole du Grand Paris, che coordina la strategia alla scala metropolitana, poiché i problemi idraulici e climatici superano i confini amministrativi del centro cittadino. La gestione coinvolge anche gli operatori del servizio idrico e fognario: Eau de Paris per il servizio idrico pubblico e soprattutto il SIAAP, il grande ente interdipartimentale che gestisce il trattamento delle acque reflue dell’area metropolitana. Il sovraccarico delle reti miste e degli impianti di depurazione è infatti una delle ragioni principali che hanno spinto questi soggetti a sostenere le strategie città spugna.
La governance si basa quindi su un coordinamento continuo tra urbanistica, servizi idrici e verde pubblico. Quando viene realizzato un progetto urbano — una piazza, una scuola, una strada o un nuovo quartiere — partecipano contemporaneamente uffici tecnici comunali, operatori delle reti, progettisti ambientali, servizi del verde e, spesso, anche cittadini e associazioni locali. Non esiste un unico “masterplan” rigido, ma un quadro strategico complessivo nel quale ogni trasformazione urbana deve contribuire a ridurre il carico sulle fognature.
Il principio guida non è tanto separare completamente le reti fognarie — operazione considerata troppo costosa, complessa e invasiva in una città storica e densamente costruita — quanto ridurre drasticamente la quantità di acqua piovana che entra nelle fogne. Questo rappresenta il vero cambio di paradigma: le fognature non vengono eliminate, ma “alleggerite”, trasformandole da sistema principale di drenaggio a infrastruttura di supporto e sicurezza per gli eventi estremi.
Il rapporto tra fognature e strumenti di “città spugna” è infatti il cuore della trasformazione urbana parigina. Nel modello tradizionale le fognature avevano il compito di raccogliere quasi tutta l’acqua piovana e trasportarla rapidamente fuori dalla città. In una città molto impermeabilizzata come Parigi, l’acqua non riesce a infiltrarsi nel terreno e scorre immediatamente verso tombini e condotte. Questo produce un forte aumento del deflusso superficiale, e genera picchi improvvisi di portata nella rete fognaria.
Il problema è aggravato dal fatto che gran parte di Parigi utilizza ancora un sistema fognario misto, nel quale acque reflue domestiche e acque piovane scorrono negli stessi tubi. Quando le piogge sono intense, la rete si riempie rapidamente e non riesce più a contenere tutta l’acqua. Entrano così in funzione gli scaricatori di piena, che riversano parte del flusso direttamente nella Senna senza trattamento completo. Il rischio, quindi, non riguarda soltanto gli allagamenti urbani, ma anche l’inquinamento del fiume e il sovraccarico degli impianti di depurazione.
La strategia della città spugna interviene proprio su questo meccanismo. L’obiettivo non è separare completamente acque reflue e pioggia, ma impedire che grandi quantità di acqua meteorica arrivino nelle fognature. In altre parole, il problema principale non viene più visto come un problema di “miscela” tra acque, ma come un problema di volume e velocità di ingresso nella rete.
Gli strumenti della città spugna funzionano quindi come un sistema di decompressione delle fognature. Le pavimentazioni permeabili permettono all’acqua di infiltrarsi nel terreno invece di correre verso i tombini. I rain gardens e le aiuole drenanti trattengono temporaneamente l’acqua e ne rallentano il rilascio. I tetti verdi assorbono una parte delle precipitazioni e la restituiscono lentamente attraverso evaporazione ed evapotraspirazione. Gli alberi e il verde urbano intercettano l’acqua e contribuiscono a ridurre il volume complessivo che raggiunge la rete. I bacini di laminazione e le aree allagabili controllate immagazzinano temporaneamente i picchi di pioggia, evitando che il sistema fognario venga colpito simultaneamente da enormi quantità d’acqua.
Il principio tecnico che guida queste soluzioni è il cosiddetto “source control of stormwater”, cioè il controllo dell’acqua meteorica alla fonte. Invece di raccogliere tutta la pioggia e convogliarla nei tubi, si cerca di gestirla localmente nel punto in cui cade. Per questo motivo le infrastrutture “spugna” sono diffuse in tutta la città: non un’unica grande opera, ma migliaia di piccoli dispositivi urbani distribuiti nello spazio pubblico e privato. Di conseguenza cambia anche il ruolo stesso delle fognature. Nel modello tradizionale la rete era il sistema principale di gestione della pioggia urbana; nel modello città spugna la rete diventa invece una infrastruttura residuale e di sicurezza, che interviene solo per il surplus non gestibile localmente o durante gli eventi eccezionali. La logica non è più “costruire tubi sempre più grandi”, ma “ridurre quanta acqua arriva ai tubi”.
Il progetto più importante è il Plan ParisPluie, che mira a gestire l’acqua piovana nel punto in cui cade attraverso strategie diffuse di infiltrazione e ritenzione. Il Plan ParisPluie funziona come quadro strategico generale che orienta tutte le politiche urbane legate all’acqua piovana. Non è soltanto un piano tecnico sulle fognature, ma un principio guida che stabilisce che ogni trasformazione urbana deve contribuire a ridurre la quantità di acqua meteorica che entra nella rete fognaria.
Quando Parigi realizza una nuova piazza, riqualifica una strada, trasforma una scuola o sviluppa un nuovo quartiere, il progetto viene valutato anche in base alla sua capacità di trattenere, infiltrare o rallentare l’acqua piovana. L’obiettivo è gestire l’acqua il più possibile nel punto in cui cade, attraverso superfici permeabili, giardini pluviali, tetti verdi, alberature e bacini di accumulo.
ParisPluie funziona anche come strumento di coordinamento tra diversi settori amministrativi — urbanistica, verde pubblico, servizi stradali, gestione delle acque e adattamento climatico — che devono integrare gli stessi obiettivi nei progetti urbani. Inoltre, il piano introduce regole tecniche e urbanistiche che obbligano i nuovi sviluppi immobiliari a limitare il deflusso verso le fogne, trasferendo parte della responsabilità anche ai soggetti privati.
Gli interventi comprendono pavimentazioni drenanti, giardini pluviali, bacini vegetati, tetti verdi, sistemi di raccolta e riuso dell’acqua meteorica, depavimentazione di spazi urbani e incremento dell’alberatura urbana. Tra i progetti simbolo vi sono le Cours Oasis, cioè la trasformazione dei cortili scolastici da superfici asfaltate in spazi verdi, permeabili e ombreggiati capaci di assorbire l’acqua piovana e ridurre le isole di calore. Le scuole diventano così contemporaneamente rifugi climatici e micro-infrastrutture idrauliche diffuse. Un altro intervento emblematico è la riqualificazione di Place de Catalogne, trasformata in una vera e propria piazza-spugna mediante superfici permeabili, aiuole infiltranti e vegetazione. Parallelamente la città ha avviato un processo di rinaturalizzazione delle rive della Senna, riducendo il traffico automobilistico e creando spazi verdi e aree parzialmente allagabili con funzioni sia ecologiche sia idrauliche. Anche nella periferia metropolitana si stanno sperimentando parchi inondabili, corridoi blu-verdi e sistemi di drenaggio urbano sostenibile.

Le risorse impegnate sono molto elevate, anche se spesso distribuite tra diversi programmi urbani e climatici. Gli investimenti riguardano sia opere fisiche diffuse sia manutenzione, progettazione e adattamento dello spazio pubblico. La trasformazione è progressiva e integrata nei programmi di rigenerazione urbana, nelle scuole, nelle piazze, nelle strade e nei nuovi quartieri. Più che realizzare una singola grande infrastruttura, Parigi sta costruendo una rete capillare di piccoli interventi diffusi, con costi distribuiti nel tempo ma molto consistenti sul lungo periodo.
In questo quadro il contributo dei privati è essenziale, perché una parte enorme delle superfici impermeabili della città — tetti, cortili interni, parcheggi, aree commerciali e lotti edilizi — appartiene a soggetti privati. La strategia parigina cerca quindi di spostare parte della gestione dell’acqua “dal sottosuolo pubblico al lotto urbano”, trasformando anche gli spazi privati in micro-infrastrutture idrauliche. Nei nuovi progetti immobiliari e nelle grandi riqualificazioni viene spesso richiesto di limitare il deflusso verso le fognature mediante sistemi di infiltrazione, ritenzione o recupero delle acque meteoriche. I promotori immobiliari devono integrare tetti verdi, pavimentazioni permeabili, bacini di accumulo, giardini drenanti o sistemi di riuso dell’acqua piovana. In molti casi non basta più collegare semplicemente il lotto alla rete pubblica: bisogna dimostrare che una quota significativa delle precipitazioni verrà trattenuta o rallentata all’interno del sito.
Il contributo privato avviene anche attraverso incentivi economici, cofinanziamenti e obblighi regolativi. La città e gli enti metropolitani sostengono alcuni interventi di depavimentazione e rinaturalizzazione, offrendo consulenze tecniche o sovvenzioni per installare sistemi di raccolta dell’acqua piovana e superfici permeabili. Nei nuovi quartieri e nelle grandi operazioni di rigenerazione urbana, i promotori privati finanziano direttamente parte delle infrastrutture “spugna” come condizione per ottenere autorizzazioni urbanistiche. La governance della città spugna si basa quindi anche su una redistribuzione della responsabilità idraulica tra amministrazione pubblica e proprietari privati.
La partecipazione dei cittadini svolge inoltre un ruolo importante, soprattutto nei progetti di quartiere e nelle trasformazioni degli spazi pubblici. Le Cours Oasis, ad esempio, sono state progettate coinvolgendo scuole, insegnanti, famiglie e residenti. In molti interventi di depavimentazione e rinaturalizzazione vengono attivati percorsi partecipativi e consultazioni locali. La strategia parigina cerca infatti di collegare adattamento climatico, qualità dello spazio pubblico e vivibilità urbana, facendo percepire gli interventi non solo come opere tecniche ma come miglioramenti concreti della vita quotidiana.
Nonostante i progressi, l’esperienza presenta limiti rilevanti. La densità edilizia rende difficile creare grandi superfici permeabili e il sottosuolo parigino è estremamente infrastrutturato, con metropolitane, reti tecniche e fondazioni storiche che limitano gli interventi di infiltrazione profonda. I costi della depavimentazione sono elevati e la trasformazione procede lentamente rispetto alla scala del problema climatico. Inoltre, il rischio di grandi piene della Senna rimane elevato, perché le soluzioni “spugna” funzionano soprattutto per gestire le piogge urbane intense e frequenti, ma non possono eliminare il rischio di alluvioni fluviali maggiori. Rimane quindi una strategia di adattamento parziale, che non sostituisce le infrastrutture tradizionali ma le integra. Parigi rappresenta comunque oggi uno dei casi europei più avanzati di transizione da un modello basato sul drenaggio rapido a un modello fondato sulla gestione diffusa, lenta e locale dell’acqua piovana. Cioè un esempio nella realizzazione di una città spugna. e Amsterdam
Mauro Grassi accompagna i lettori di greenreport alla scoperta delle principali iniziative sulle città spugna in corso in Europa. Leggi anche il focus su Londra, Copenaghen e Amsterdam





