

In Italia il tema delle città spugna è in rapida evoluzione sul piano concettuale, ma resta lontano da un’attuazione sistemica. La riflessione su questo modello di adattamento urbano si sviluppa in un contesto segnato da una maggiore consapevolezza dei rischi climatici, dall’aumento degli eventi meteorologici estremi e dalla necessità di ripensare la gestione delle acque in ambito urbano. Tuttavia, nonostante il crescente interesse e i richiami presenti nelle strategie locali e nei piani di adattamento climatico — che oggi riguardano solo il 40% delle città — l’Italia è ancora in una fase iniziale, dominata da progettualità e sperimentazioni non coordinate.
Nel senso più avanzato del termine, le città spugna rappresentano un modello di trasformazione urbana che integra infrastrutture verdi e blu, sistemi di drenaggio sostenibile, superfici permeabili, aree di infiltrazione e dispositivi diffusi di ritenzione delle acque meteoriche. L’obiettivo è duplice: ridurre il rischio di allagamenti e il sovraccarico delle reti fognarie durante gli eventi estremi, e al tempo stesso aumentare la capacità delle città di trattenere, infiltrare e riutilizzare l’acqua piovana, contribuendo a mitigare la siccità e a migliorare il microclima urbano. Questo approccio si inserisce in un più ampio processo di rigenerazione urbana, fatto non solo di interventi strutturali, ma anche di reti e relazioni tecnologiche, sociali, economiche e culturali orientate a una migliore qualità della vita urbana. Per essere efficace, richiede però una visione strategica di lungo periodo, una governance multilivello e un quadro finanziario stabile, elementi che oggi mancano nel contesto italiano.
Le esperienze oggi presenti nel Paese si limitano per lo più a progetti pilota promossi da singoli Comuni, spesso grazie a fondi europei o a iniziative locali di innovazione urbana. Città come Milano, Bologna, Torino, Firenze, Genova e Roma hanno realizzato interventi puntuali, tra cui giardini della pioggia, tetti verdi, piazze drenanti, sistemi di ritenzione diffusa e opere di de-impermeabilizzazione. Pur rappresentando esempi positivi, questi progetti restano isolati sia all’interno delle singole città sia a livello nazionale, dove manca un quadro capace di assicurarne replicabilità e scalabilità. La loro efficacia, inoltre, è spesso ridotta dall’assenza di standard tecnici condivisi, da una normativa frammentata e dalla mancanza di coordinamento tra urbanistica, difesa del suolo, gestione delle acque e pianificazione del verde.
Per trasformare le città spugna da concetto progettuale a politica pubblica operativa, l’Italia deve seguire un percorso strutturato in tre fasi. La prima consiste nella definizione di un piano strategico nazionale, con un orizzonte di lungo periodo, che fissi obiettivi chiari e misurabili, individui le aree urbane più vulnerabili, definisca standard tecnici minimi e istituisca un fondo pluriennale dedicato. Servono inoltre norme e strumenti tecnici capaci di mobilitare, accanto alle risorse pubbliche, anche capitali privati e finanza di progetto e di scopo. In questa prospettiva sarebbe essenziale coinvolgere, come avviene in molte esperienze internazionali avanzate, i gestori del servizio idrico integrato, sia per il rapporto tra acque piovane e reti fognarie sia per gli aspetti ambientali più ampi legati alla corretta gestione del ciclo dell’acqua. Questa fase dovrebbe essere guidata dal Governo, in collaborazione con Regioni, Autorità di bacino, integrando le politiche urbane con il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici e con i piani di bacino. Oggi, però, questa fase non è ancora partita: esistono linee guida e documenti di indirizzo, ma manca un vero piano nazionale di riferimento.
La seconda fase riguarda la traduzione della strategia in piani operativi regionali e comunali. Regioni, Comuni e Consorzi di Bonifica, dovrebbero predisporre progetti esecutivi, cronoprogrammi, capitolati e priorità di intervento, integrando le soluzioni blu-verdi nei piani urbanistici, nei piani del verde e nei piani di protezione civile. In Italia questa fase è presente solo in modo parziale e disomogeneo: alcuni Comuni hanno avviato percorsi avanzati, altri non hanno ancora sviluppato una progettazione specifica. L’assenza di standard nazionali e di un quadro finanziario stabile rende difficile garantire continuità e coerenza tra i territori.
La terza fase riguarda l’esecuzione degli interventi: realizzazione delle opere, cantierizzazione, monitoraggio, collaudo e manutenzione. È il passaggio che permette di trasformare le città in sistemi realmente capaci di assorbire e gestire le acque meteoriche. In Italia questa fase è quasi assente: gli interventi realizzati sono pochi, puntuali e privi di un inquadramento sistemico. Manca ancora la massa critica necessaria per produrre benefici rilevanti nella riduzione del rischio idraulico e nel rafforzamento della resilienza e della qualità urbana.
L’Italia si trova oggi in una fase di pre-attuazione: dispone di competenze tecniche, casi pilota e una crescente sensibilità istituzionale, ma non ancora della governance, del finanziamento pluriennale e della visione strategica necessari per trasformare le città spugna in una politica pubblica operativa. Il passaggio dalla progettazione alla realizzazione richiede un impegno coordinato e multilivello, capace di integrare urbanistica, gestione delle acque, difesa del suolo, verde urbano e adattamento climatico, seguendo i modelli europei più avanzati.
Negli ultimi anni diverse città italiane hanno avviato interventi per la gestione sostenibile delle acque meteoriche e la riduzione della vulnerabilità climatica, spesso grazie alle opportunità offerte dal PNRR. Milano, Firenze, Genova, Roma e Bologna sono i casi più significativi di questa fase, ancora caratterizzata da un approccio prevalentemente sperimentale. Pur rilevanti per scala, innovazione e diffusione territoriale, gli interventi realizzati non segnano ancora l’avvio di un Piano Clima strutturato, ma costituiscono piuttosto un insieme di azioni pilota utili a testare soluzioni tecniche, modelli operativi e capacità amministrative.
Nel caso di Milano, il progetto “Città metropolitana Spugna”, finanziato con circa 50 milioni di euro e articolato in quasi novanta interventi distribuiti in trentadue comuni, rappresenta la sperimentazione più ampia a livello nazionale. La sua estensione non nasce da una strategia climatica metropolitana già consolidata, ma dalla possibilità di usare il PNRR come leva per introdurre tecniche innovative di drenaggio urbano sostenibile. Il progetto si configura quindi come un laboratorio territoriale diffuso, più che come la prima fase attuativa di un piano organico.
Anche Firenze, pur avendo adottato di recente strumenti di pianificazione orientati all’adattamento climatico, utilizza gli interventi finanziati dal PNRR come azioni dimostrative. Scuole drenanti, piazze permeabili e rinaturalizzazioni urbane sono tasselli importanti, ma non ancora inseriti in un quadro attuativo sistemico. La città sta costruendo progressivamente competenze, metodi e strumenti, ma la fase attuale resta ancora sperimentale.
Genova concentra i propri interventi su aree di laminazione, rii urbani e piazze drenanti, in risposta a esigenze idrauliche particolarmente urgenti. Anche in questo caso, però, si tratta di risposte puntuali, non ancora integrate in una strategia climatica complessiva. La città interviene dove il rischio è maggiore, ma non ha ancora avviato un percorso strutturato di trasformazione urbana orientato all’adattamento.
Roma, con un PUI di dimensioni molto rilevanti, distribuisce gli interventi in diversi municipi, privilegiando parchi drenanti, retrofit verde e sistemi locali di gestione delle acque. La scala è ampia, ma la logica resta quella di una pluralità di progetti pilota, utili a verificare l’efficacia delle soluzioni in contesti urbani molto diversi. Anche qui non si è ancora all’avvio di un Piano Clima, ma a una fase preparatoria.
Bologna, pur essendo tra le città più avanzate nella pianificazione climatica, usa gli interventi del PNRR come estensione sperimentale del proprio percorso. Trincee drenanti, corridoi verdi e piazze permeabili rafforzano la strategia esistente, ma non rappresentano ancora un salto di scala verso un’attuazione sistemica.
Nel complesso, gli interventi realizzati nelle cinque città non segnano ancora l’avvio di politiche climatiche strutturate, ma rappresentano una fase preliminare necessaria per testare soluzioni tecniche, consolidare competenze e rafforzare le capacità amministrative. È un passaggio fondamentale, ma ancora lontano dalla definizione di piani climatici pienamente operativi. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare queste sperimentazioni in strategie urbane integrate, capaci di incidere in modo stabile sulla forma e sul funzionamento delle città. Per farlo sarà necessario migliorare la pianificazione e la governance, ma anche aumentare in modo significativo le risorse disponibili. In questo quadro si inserisce il recente documento sull’area Firenze–Prato–Pistoia, redatto con il sostegno di Plures, la multiutility metropolitana, che propone un percorso coordinato per sperimentare interventi di “città spugna” su scala intercomunale. Si tratta di un’idea-programma che richiederebbe, di massima, oltre un miliardo di euro per il prossimo quindicennio, cioè una dimensione tipica dei grandi progetti delle città europee. È questa la scala a cui ha un senso parlare di strategia per la realizzazione della città spugna nel nostro paese.
Mauro Grassi accompagna i lettori di greenreport alla scoperta delle principali iniziative sulle città spugna in corso in Europa. Leggi anche il focus su Londra, Copenaghen, Amsterdam e Parigi





