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Intervista a Lorenzo Noè, segretario dell’Ordine degli Architetti di Milano

Il paesaggio come infrastruttura di sicurezza, in un clima che è già cambiato

«Il ripristino della natura è una condizione per consentire ai territori di sostenere la vita, ridurre i rischi e adattarsi. La risposta non può limitarsi a consumare meno suolo: bisogna anche migliorare il suolo già urbanizzato, de-impermeabilizzando dove possibile e restituendo funzioni ecologiche al territorio»
 |  Territorio e smart city

L’Ordine e la Fondazione degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di Milano stanno avviando un’iniziativa formativa e culturale di stampo quadriennale – la prima data è il 3 giugno 2026 – battezzata Paesaggio e clima 2026-2029, un programma che nasce per rafforzare la consapevolezza professionale, favorire il dialogo interdisciplinare e promuovere un approccio integrato fra ecologia, tecnica e società. Abbiamo intervistato Lorenzo Noè, segretario dell’Ordine degli Architetti di Milano, per capire di cosa si tratta e quali sono gli orizzonti della professione in tempo di crisi climatica.

Intervista

Perché avete deciso di lanciare il programma Paesaggio e clima 2026-2029, e come si articolerà nel quadriennio?

Il programma nasce dalla lettura del paesaggio come infrastruttura attraverso la quale ripensare la città e il territorio. Non soltanto una dimensione percettiva o culturale, ma un sistema in cui si intrecciano suolo, acqua, vegetazione, spazio pubblico, insediamenti, mobilità, usi sociali e qualità dell’abitare.

In questa prospettiva, il cambiamento climatico rende urgente una riflessione su come progettare territori capaci di migliorare il benessere delle persone e mantenere la funzionalità ecologica dei luoghi, riducendo i rischi per le popolazioni. Il ruolo dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori e della sua Fondazione è mettere queste conoscenze in relazione con la cultura del progetto. Architetti, paesaggisti, urbanisti e pianificatori hanno infatti la responsabilità di tradurre dati, rischi e scenari in scelte spaziali, qualità dello spazio pubblico e cura del territorio.

Il programma Paesaggio e clima si svilupperà nel quadriennio 2026-2029 con incontri pubblici, sessioni tecnico-scientifiche, analisi di casi studio, podcast e viaggi studio. Nel 2026 il tema sarà il rapporto tra paesaggio, benessere e adattamento; nel 2027 le reti di mobilità attiva, gli spazi pubblici e le infrastrutture verdi e blu; nel 2028 la cura dei paesaggi storici, rurali e periurbani; nel 2029 il paesaggio come bene comune e spazio di cittadinanza.

L’obiettivo è costruire un percorso progressivo di formazione e confronto, capace di rafforzare la cultura professionale e di valorizzare il progetto di paesaggio come strumento indispensabile per affrontare le trasformazioni ambientali, climatiche e sociali già in corso.

Sull’urbanistica milanese è oggi in corso un’inchiesta, che riguarda anche l'utilizzo della SCIA per ristrutturare capannoni e trasformarli in edifici molto più grandi. Al di là delle singole responsabilità da accertare è chiaro che sul fronte della sostenibilità del comparto resta molto da migliorare: come?

La SCIA non è un truccoè la conseguenza di una norma nazionale che non sta al passo con il modo in cui oggi si trasforma la città. Il Testo unico dell'edilizia non riconosce la sostituzione edilizia - demolire e ricostruire con sagome, altezze e destinazioni diverse - come categoria autonoma. Così un intervento che cambia profondamente un pezzo di città può finire, a seconda dell'interpretazione, nella qualifica di ristrutturazione. Il problema non è lo strumento procedurale: è la zona grigia normativa che lo precede.

E qui c'è un paradosso che la domanda non coglie. La pratica più diffusa oggi non è costruire su terreni vergini: è sostituire l'esistente. È, in sé, la scelta più sostenibile - non consuma suolo, rimpiazza edifici energivori con edifici efficienti. Ma è anche la pratica che la legge tratta con maggiore ambiguità. Finché non diamo alla sostituzione edilizia una qualifica chiara, l'attività più virtuosa del comparto resta anche la più esposta: per i cittadini, per i professionisti, per le amministrazioni.

Quindi, su come si migliora la sostenibilità del comparto, rispondo su tre piani. Primo, la chiarezza normativa: serve una riforma nazionale che riconosca la sostituzione edilizia e dica con precisione quando il piano attuativo è obbligatorio. Lasciare l'interpretazione alla magistratura non è una soluzione. Secondo, il confronto istituzionale: a Milano va riattivato l'Osservatorio Edilizio previsto dal Regolamento, perché le criticità emergano mentre le trasformazioni sono in corso, non anni dopo. Terzo, la responsabilità della politica: un comparto è sostenibile anche quando le sue regole sono prevedibili - e le regole le decide la politica, prima, non un'inchiesta, dopo.

Sulle singole responsabilità sarà la magistratura a pronunciarsi. Ma la città non è cambiata per una svista: è cambiata per scelte, indirizzi, norme. Discutere quelle scelte è il vero modo di rendere il comparto più sostenibile.

La lotta ambientalista per concludere le casse d’espansione lungo il Seveso, portata avanti anche dal compianto Carlo Monguzzi, ancora non ha portato ai risultati sperati, tant’è che il fiume ha invaso Milano per 122 volte dal 1975. Come se ne esce?

La vicenda delle esondazioni del Seveso aiuta a comprendere come il paesaggio sia una componente strutturale del territorio e non soltanto una dimensione percettiva. Le esondazioni non sono solo un problema idraulico puntuale: riguardano la gestione dell’intero bacino, il consumo di suolo, l’impermeabilizzazione, la regimazione delle acque, la qualità e l’uso dello spazio pubblico.

È necessario completare le opere programmate, ma anche considerare la questione alla scala adeguata. Le vasche servono, ma devono essere parte di una strategia più ampia, fatta di suoli permeabili, parchi capaci di trattenere acqua, infrastrutture verdi e blu e manutenzione del territorio. Il paesaggio, in questo senso, è anche infrastruttura di sicurezza.

Una delle grandi sfide per la transizione ecologica italiana è quella di concludere in modo proattivo la stesura del Piano nazionale per il ripristino della natura, la cui prima bozza è attesa a Bruxelles entro settembre. Quali sono le priorità d’investimento e dove è possibile ricavare le risorse necessarie?

Il Piano nazionale per il ripristino della natura dovrebbe essere letto come una politica di ricostruzione della funzionalità ecologica dei territori. Significa riconoscere che suoli, acque, biodiversità e processi ecologici sono un patrimonio dotato di limiti e capacità rigenerative proprie.

Ripristinare significa proteggere e ricostituire le condizioni che permettono agli ecosistemi di generare nel tempo funzioni essenziali: regolazione delle acque, fertilità dei suoli, assorbimento del carbonio, mitigazione del calore urbano, impollinazione, continuità degli habitat, salute e benessere. Le priorità dovrebbero concentrarsi dove la perdita di funzionalità ecologica produce i costi maggiori: bacini fluviali, suoli impermeabilizzati, aree urbane fragili, territori agricoli periurbani, corridoi ecologici e margini infrastrutturali.

Il ripristino della natura è una condizione per consentire ai territori di sostenere la vita, ridurre i rischi e adattarsi al cambiamento climatico. Per questo le risorse dovrebbero venire soprattutto dalla fiscalità generale: si tratta di benefici pubblici, diffusi e di lungo periodo.

Alla scala del Piano nazionale serve una politica pubblica stabile. Secondo la riclassificazione ambientale del bilancio dello Stato elaborata dalla Ragioneria Generale dello Stato, le spese ambientali previste per il 2026 ammontano complessivamente a circa 6,8 miliardi di euro, pari allo 0,9% della spesa primaria complessiva. È un ordine di grandezza che mostra come il tema non possa restare marginale: il ripristino della natura va trattato come manutenzione essenziale del territorio, non come voce accessoria o riparativa.

In Italia consumiamo ancora 2,7 mq di suolo al secondo, un dato paradossalmente in crescita anche nelle aree a rischio frana. Qual è la situazione nel milanese, e come migliorarla?

Il trend del consumo di suolo resta negativo. Secondo ISPRA-SNPA, nel 2024 in Italia sono stati trasformati in aree artificiali 83,7 km² di territorio, con un incremento del 15,6% rispetto al 2023. Il consumo netto è pari a 78,5 km², il valore più alto degli ultimi dodici anni.

La Lombardia è la regione con la quota più alta di suolo consumato, pari al 12,22% del territorio regionale, e nel 2024 ha registrato altri 834 ettari di consumo lordo, 768 ettari al netto dei ripristini. Nell’area metropolitana milanese il dato è storicamente più critico: circa un terzo del territorio risulta già consumato, con valori molto più elevati nel capoluogo e in diversi comuni della cintura urbana.

Il riferimento alle aree a rischio frana è importante a scala nazionale; nel milanese, tuttavia, non è il più rappresentativo. Qui il consumo di suolo si traduce soprattutto in impermeabilizzazione, perdita di suoli agricoli e naturali, aumento del deflusso superficiale, maggiore vulnerabilità agli allagamenti, aggravamento delle isole di calore e frammentazione delle reti ecologiche.

Per questo la risposta non può limitarsi a consumare meno suolo: bisogna anche migliorare il suolo già urbanizzato, de-impermeabilizzando dove possibile e restituendo funzioni ecologiche al territorio.

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.