
Barcellona, città spugna in stile mediterraneo: una trasformazione urbana in tre pilastri, per cambiare la relazione tra cittadini e ciclo dell’acqua

Barcellona rappresenta oggi uno dei casi più avanzati e coerenti di città spugna nel Mediterraneo, non perché replichi il modello nord‑europeo, ma perché lo reinterpreta in chiave mediterranea, adattandolo a un contesto urbano denso, a un clima caratterizzato da piogge brevi e intense e a una struttura idrica segnata da scarsità cronica. La città spugna barcellonese non nasce come progetto isolato, ma come parte di una strategia urbana integrata che combina drenaggio sostenibile, gestione della domanda idrica, infrastrutture verdi, riuso delle acque e rigenerazione dello spazio pubblico.
Barcellona è oggi una delle grandi città europee maggiormente esposte al rischio di alluvioni e inondazioni nel contesto mediterraneo. La vulnerabilità della capitale catalana non dipende da un singolo fattore, ma dalla combinazione di condizioni climatiche, caratteristiche geomorfologiche e trasformazioni urbanistiche che, nel corso del tempo, hanno aumentato l’esposizione della città agli eventi estremi.
Il primo elemento da considerare è il clima mediterraneo, caratterizzato da precipitazioni irregolari ma spesso molto intense. A Barcellona le piogge non sono distribuite uniformemente durante l’anno: lunghi periodi secchi possono essere interrotti da episodi violenti concentrati in poche ore, soprattutto in autunno, quando il Mediterraneo conserva ancora temperature elevate. In queste condizioni si sviluppano sistemi temporaleschi particolarmente energetici, alimentati dall’umidità marina e dalle correnti fredde in quota. È il meccanismo alla base delle cosiddette “gocce fredde” o DANA (Depresión Aislada en Niveles Altos), depressioni fredde in quota che, incontrando aria calda e umida proveniente dal mare, generano temporali molto energetici e piogge improvvise e violente che negli ultimi anni hanno colpito ripetutamente la Spagna mediterranea producendo precipitazioni eccezionali e improvvise.
A rendere il fenomeno ancora più pericoloso contribuisce la conformazione geografica della città. Barcellona si sviluppa infatti tra il mare e la catena della Serra de Collserola, in uno spazio relativamente ristretto dove i bacini idrografici sono brevi e ripidi. Questo significa che l’acqua piovana scende molto rapidamente verso valle, riducendo drasticamente il tempo di risposta del territorio. In presenza di precipitazioni intense, i torrenti urbani possono trasformarsi in pochi minuti in flussi violenti capaci di mettere sotto pressione il sistema di drenaggio cittadino.
Storicamente il territorio era attraversato da numerose “rieres”, corsi d’acqua stagionali tipici delle aree mediterranee. Con l’espansione urbana molti di questi sono stati tombati, deviati o inglobati nella rete stradale e fognaria. La crescita della città ha così progressivamente ridotto lo spazio naturale di deflusso delle acque, trasferendo il rischio direttamente nell’ambiente urbano. In caso di piogge estreme, l’acqua tende quindi a riemergere nelle strade, nei sottopassi e nelle infrastrutture sotterranee.
L’elevato grado di urbanizzazione rappresenta infatti una delle principali cause dell’attuale vulnerabilità per cui quasi tutta l’acqua si trasforma immediatamente in ruscellamento superficiale, aumentando la velocità e il volume dei flussi urbani. Le reti fognarie, progettate spesso per condizioni climatiche meno estreme, possono andare rapidamente in sovraccarico, provocando allagamenti diffusi e interruzioni dei servizi.
Accanto al rischio urbano esiste poi una componente fluviale significativa legata ai due principali corsi d’acqua dell’area metropolitana: il Llobregat e il Besòs. Entrambi sono fiumi tipicamente mediterranei, caratterizzati da forti oscillazioni di portata e da piene improvvise durante gli eventi temporaleschi. In particolare, il Besòs è stato storicamente responsabile di gravi esondazioni, tanto da diventare uno dei principali oggetti di intervento idraulico e di regolazione nel secondo dopoguerra.
Alla vulnerabilità fluviale si aggiunge inoltre quella costiera. Essendo affacciata direttamente sul Mediterraneo, Barcellona è esposta anche alle mareggiate e agli effetti dell’innalzamento del livello del mare. Durante le tempeste, il mare può ostacolare il deflusso delle acque piovane verso la costa, aggravando gli allagamenti urbani. Quando forti precipitazioni coincidono con mareggiate intense, il sistema di drenaggio può entrare in crisi, causando rigurgiti fognari e inondazioni nelle aree più basse della città.
La trasformazione urbana adatta a contenere queste criticità idrauliche si è concentrata su tre assi principali.
Il primo è la riconversione dello spazio pubblico: piazze, strade e parchi sono stati ripensati come dispositivi idrologici. I “superblocks” — isolati pedonalizzati con traffico ridotto — integrano superfici permeabili, sistemi di infiltrazione, bacini di raccolta e corridoi verdi che rallentano il deflusso e aumentano la capacità di assorbimento del suolo urbano. Questi interventi non sono solo tecnici, ma sociali: trasformano lo spazio pubblico in infrastruttura verde, migliorano la qualità urbana e rafforzano la coesione sociale. L’obiettivo è ricostruire una capacità di assorbimento che l’urbanizzazione intensiva aveva progressivamente cancellato sotto strati di asfalto e cemento.
Il secondo asse della strategia di adattamento climatico di Barcellona riguarda la gestione integrata delle acque meteoriche, un approccio che negli ultimi anni ha profondamente trasformato il modo in cui la città affronta sia il rischio alluvionale sia la crescente scarsità idrica. La logica tradizionale delle infrastrutture urbane novecentesche era fondata sull’idea di espellere l’acqua piovana nel minor tempo possibile, convogliandola rapidamente verso il mare attraverso reti fognarie sempre più estese. Oggi Barcellona sta progressivamente adottando una filosofia opposta: trattenere l’acqua, rallentarne il deflusso, accumularla e riutilizzarla come risorsa strategica all’interno dell’ambiente urbano.
Questo modello, spesso definito “città spugna”, nasce dalla consapevolezza che nelle città mediterranee il problema climatico non riguarda più soltanto l’eccesso d’acqua durante gli eventi estremi, ma anche la sua assenza prolungata nei periodi di siccità. Le stesse precipitazioni intense che possono provocare allagamenti rappresentano infatti una risorsa preziosa se raccolte e conservate in modo efficiente. Per questa ragione Barcellona ha sviluppato una rete diffusa e integrata di infrastrutture sotterranee capaci di intercettare le acque meteoriche e gestirle in tempo reale attraverso sistemi digitali avanzati.
Sotto piazze, parchi, grandi arterie stradali e infrastrutture pubbliche sono stati realizzati enormi bacini di laminazione e serbatoi interrati in grado di contenere decine di migliaia di metri cubi d’acqua. Queste strutture non sono concentrate in un unico punto della città, ma distribuite strategicamente nei quartieri maggiormente esposti agli allagamenti, soprattutto nelle aree centrali più densamente urbanizzate, lungo gli antichi corsi torrentizi ormai inglobati nel tessuto urbano e nelle zone costiere dove il sistema fognario è maggiormente soggetto a sovraccarico durante le tempeste mediterranee.
Il funzionamento di questa rete è altamente dinamico. Sensori idrometrici, stazioni meteorologiche e sistemi di monitoraggio digitale raccolgono continuamente dati sull’intensità delle precipitazioni, sul livello dei collettori, sulla capacità residua delle vasche e sulla pressione della rete fognaria. Tutte queste informazioni confluiscono in piattaforme di controllo centralizzate che regolano automaticamente il flusso dell’acqua attraverso pompe, valvole e paratoie intelligenti. Quando viene previsto un episodio di pioggia intensa, il sistema può addirittura liberare preventivamente parte della capacità di accumulo svuotando alcune cisterne o redistribuendo i flussi all’interno della rete urbana. Durante il temporale l’acqua viene deviata verso i grandi contenitori sotterranei, evitando che raggiunga simultaneamente i collettori principali e provochi il collasso del drenaggio urbano.
In questo modo la città riesce a “comprare tempo”, rallentando la velocità con cui enormi volumi d’acqua attraversano lo spazio urbano. Il principio non è più quello della semplice evacuazione, ma quello della regolazione attiva dei flussi. Una volta terminato l’evento meteorologico, l’acqua accumulata non viene scaricata immediatamente in mare: una parte significativa viene conservata e reimmessa nella rete di riuso urbano.
È qui che il sistema barcellonese mostra il suo carattere più innovativo. Le acque meteoriche raccolte vengono utilizzate per irrigare parchi e alberature, pulire strade e spazi pubblici, alimentare fontane e sostenere alcuni sistemi di raffrescamento urbano. In una regione sempre più colpita dalla siccità, queste riserve locali assumono un valore strategico crescente, perché consentono di ridurre la pressione sulla rete idrica potabile e aumentano l’autonomia della città durante le fasi di stress idrico.
Il terzo asse della strategia di adattamento climatico di Barcellona riguarda l’integrazione tra modello di “città spugna” e pianificazione urbana, un passaggio che segna la trasformazione del drenaggio sostenibile da insieme di interventi infrastrutturali a principio ordinatore della governance territoriale. In questo quadro, la gestione delle acque meteoriche non è più un elemento tecnico accessorio, ma diventa una componente strutturale delle politiche urbanistiche, con effetti diretti sulla forma della città, sulle modalità di costruzione e sulle regole di trasformazione del suolo.
L’elemento centrale di questa evoluzione è l’inserimento sistematico del drenaggio urbano sostenibile nei principali strumenti di pianificazione e regolazione edilizia. Il piano urbanistico e i piani settoriali di adattamento climatico non vengono elaborati separatamente, ma progressivamente integrati in un unico quadro coerente in cui la gestione dell’acqua diventa un vincolo progettuale obbligatorio. Ogni nuovo intervento urbanistico rilevante, così come ogni grande operazione di rigenerazione urbana, deve prevedere soluzioni di gestione in sito delle acque meteoriche, riducendo al minimo il deflusso diretto verso la rete fognaria e privilegiando invece sistemi di infiltrazione, accumulo e riuso.
Questo significa che la progettazione urbana è oggi condizionata da criteri idrologici tanto quanto da quelli edilizi o funzionali. Le superfici impermeabili devono essere compensate da aree verdi drenanti, le volumetrie edilizie sono associate a capacità di ritenzione idrica distribuita e lo spazio pubblico viene progressivamente ripensato come infrastruttura multifunzionale in grado di assorbire temporaneamente le piogge estreme. In questo modo, la logica della città spugna non rimane confinata a singoli progetti pilota, ma diventa un requisito sistemico della trasformazione urbana.
Un ruolo decisivo in questa evoluzione è svolto dalla governance metropolitana, che consente di superare la frammentazione amministrativa tra il comune centrale e gli altri comuni dell’area urbana. Il coordinamento tra livelli istituzionali diversi permette di garantire coerenza tra pianificazione urbanistica, gestione del ciclo idrico e politiche di adattamento climatico, evitando che scelte locali disomogenee compromettano l’efficacia complessiva del sistema. Il piano dell’acqua e il piano urbanistico tendono a sovrapporsi sempre più, formando un unico sistema di governo del territorio in cui le infrastrutture idrauliche non sono semplicemente costruite, ma progettate insieme all’evoluzione della città.
La forza del modello barcellonese risiede nella sua capacità di integrare infrastrutture verdi e blu con i processi di rigenerazione urbana, trasformando la gestione dell’acqua da questione puramente tecnica a elemento strutturale della qualità urbana. In questo senso, la “città spugna” non è stata percepita soltanto come un vincolo infrastrutturale o un insieme di opere sotterranee poco visibili, ma come un’occasione concreta per migliorare lo spazio pubblico, aumentare la presenza del verde, ridurre le isole di calore e rendere la città più vivibile e resiliente. Questa lettura positiva ha favorito, almeno in parte, una maggiore accettazione sociale degli interventi e ha reso possibile una diffusione più ampia delle soluzioni di adattamento climatico.
A Barcellona il ruolo dei privati è tutt’altro che marginale: è un elemento strutturale, anche se meno visibile rispetto alle grandi infrastrutture pubbliche della “città spugna”.
Nel modello barcellonese, i soggetti privati entrano innanzitutto attraverso la trasformazione dell’edilizia e delle superfici costruite. Una parte crescente della gestione delle acque meteoriche non avviene infatti solo su scala pubblica, ma viene “scaricata” — nel senso tecnico di responsabilizzata — anche sulla proprietà privata. Nuovi edifici, complessi residenziali, centri direzionali e interventi di riqualificazione sono sempre più spesso obbligati a integrare sistemi di drenaggio in sito: tetti verdi, vasche di laminazione di piccola scala, pavimentazioni permeabili nei cortili, sistemi di raccolta dell’acqua piovana per usi non potabili.
Accanto all’obbligo regolatorio, esiste poi un ruolo economico e operativo più ampio. Molti interventi di rigenerazione urbana e infrastrutturale vengono realizzati attraverso partenariati pubblico-privati, nei quali operatori immobiliari e concessionari partecipano alla progettazione di spazi pubblici multifunzionali. Questo è particolarmente rilevante nei grandi progetti di trasformazione urbana, dove la creazione di aree verdi drenanti o di spazi capaci di accumulare temporaneamente acqua è spesso integrata nel valore immobiliare complessivo dell’intervento. In altre parole, la resilienza idraulica diventa anche un elemento di valorizzazione economica del suolo urbano.
I soggetti privati e semi‑privati del ciclo idrico — gestori delle reti, concessionari e utility regolamentate — che operano strategicamente dentro una cornice pubblica sono responsabili degli interventi, della gestione quotidiana delle infrastrutture e, in molti casi, anche di una quota del loro finanziamento. In questo assetto, le utility diventano esecutori tecnici e co‑investitori del sistema pubblico, garantendo operatività, manutenzione e capacità gestionale.
Il ruolo dei privati si estende infine alla dimensione diffusa del comportamento urbano, soprattutto nel settore terziario e commerciale, dove edifici, hotel, centri commerciali e infrastrutture produttive adottano progressivamente sistemi di raccolta e riutilizzo dell’acqua piovana non solo per conformità normativa, ma anche per riduzione dei costi operativi e miglioramento dell’efficienza ambientale.
Rimangono tuttavia alcune criticità. L’eterogeneità del patrimonio edilizio privato comporta livelli molto diversi di adattamento: mentre i nuovi interventi sono generalmente ben integrati nel sistema, una parte consistente del costruito storico fatica ad adeguarsi per limiti tecnici ed economici. Inoltre, la dipendenza da incentivi e regolazioni pubbliche fa sì che il contributo privato resti fortemente condizionato dalla capacità normativa e di controllo delle istituzioni.
Accanto alla dimensione fisica e progettuale, un elemento rilevante del modello è il ruolo della popolazione, che non resta completamente esterna al processo ma viene progressivamente coinvolta in forme di partecipazione e corresponsabilità. In diverse aree urbane, soprattutto nei progetti di rigenerazione dei quartieri e negli interventi sugli spazi pubblici, i cittadini diventano attori indiretti della gestione dell’acqua attraverso l’uso quotidiano delle infrastrutture verdi, la fruizione degli spazi progettati per la ritenzione temporanea delle acque e, in alcuni casi, la partecipazione a processi di co-progettazione urbana. La trasformazione degli spazi pubblici in aree multifunzionali — capaci di ospitare sia attività sociali sia funzioni idrauliche — contribuisce a rendere più comprensibile e “visibile” il funzionamento del sistema, riducendo la distanza tra infrastruttura e cittadinanza.
In questo passaggio, la popolazione evolve parzialmente da semplice fruitore passivo della città a soggetto che interagisce con il sistema idrico urbano, anche se in forme spesso indirette. L’aumento della consapevolezza del rischio climatico, soprattutto dopo episodi di alluvione o siccità, ha contribuito a rafforzare la legittimazione sociale delle politiche di adattamento e a favorire comportamenti più coerenti con gli obiettivi del piano, come la riduzione dell’impermeabilizzazione privata o una maggiore attenzione all’uso dell’acqua nei periodi di scarsità.
Tuttavia, questo processo non è privo di criticità. La trasformazione della città spugna richiede infatti interventi diffusi e talvolta invasivi nello spazio urbano, con impatti temporanei su mobilità, fruizione degli spazi e attività economiche locali. In alcuni casi emergono tensioni tra obiettivi di resilienza climatica e percezione immediata dei disagi durante i cantieri o le modifiche dello spazio pubblico. Inoltre, il grado di partecipazione effettiva dei cittadini rimane disomogeneo: mentre alcuni quartieri più coinvolti nei progetti di rigenerazione mostrano un’elevata integrazione sociale del modello, altre aree meno centrali percepiscono ancora le trasformazioni come decisioni prevalentemente calate dall’alto.
Nel complesso, tuttavia, il caso di Barcellona mostra come la riuscita del modello non dipenda solo dalla qualità delle infrastrutture o dalla coerenza della governance metropolitana, ma anche dalla capacità di trasformare la relazione tra cittadini e ciclo dell’acqua urbano. La città spugna funziona pienamente quando viene interiorizzata non solo come progetto tecnico, ma come nuova forma di esperienza urbana condivisa, in cui la popolazione contribuisce — anche indirettamente — alla resilienza complessiva del sistema.
Barcellona rappresenta un modello mediterraneo di città spugna: non copia il Nord Europa, ma costruisce una propria traiettoria, basata sulla gestione duale del rischio idraulico e della scarsità idrica, sulla densità urbana come opportunità di trasformazione e su una governance metropolitana capace di integrare pianificazione, infrastrutture e partecipazione civica. È un esempio di come la città spugna possa diventare un’infrastruttura strategica anche per il Mediterraneo, adattabile a contesti climatici complessi dove convivono fenomeni di dissesto idrogeologico e di scarsità di acqua.
Mauro Grassi accompagna i lettori di greenreport alla scoperta delle principali iniziative sulle città spugna in corso in Europa. Leggi anche il focus su Londra, Copenaghen, Amsterdam, Parigi e le città italiane





