
Oltre le miniere: a radiCARE l'estrattivismo si combatte con la verità e la cura

Dal "boom della gomma" in Amazzonia alle eredità dell’attività mineraria nel Sulcis, fino alla trasformazione degli spazi collettivi: l’evento “Geografie della cura - contromappe dell’estrattivismo”, che si è svolto a Firenze domenica 12 luglio nell’ambito del festival radiCARE, ha esplorato le diverse geografie di un modello che consuma territori, risorse e culture. L’estrattivismo infatti non riguarda soltanto l’estrazione di minerali, petrolio o altre risorse naturali. È un modello economico e culturale che ridefinisce il rapporto tra persone, territori e ambiente, producendo disuguaglianze e lasciando spesso dietro di sé comunità fragili e luoghi profondamente trasformati.
“Geografie della cura” ha dunque proposto una lettura dell’estrattivismo come fenomeno globale, capace di collegare contesti diversi: dalle conseguenze storiche dello sfruttamento delle risorse in Amazzonia fino alle trasformazioni sociali e ambientali lasciate dalle attività minerarie in Italia.
Tra le testimonianze portate al panel, quella del Collettivo Tsɨuni, composto da giovani attivisti indigeni del nord-est del Perù, che da anni chiede il riconoscimento delle violenze commesse durante l’epoca del caucciù. L’estrazione della gomma, che ha contribuito allo sviluppo industriale occidentale tra Ottocento e Novecento, è stata accompagnata da sfruttamento, schiavitù, torture e massacri ai danni delle popolazioni indigene. Oggi il Collettivo chiede l’istituzione di una Commissione per la Verità, per restituire giustizia a una memoria rimasta a lungo silenziata.
Anche il territorio italiano porta i segni di processi estrattivi di lungo periodo. Alessio Petronelli di Transistor ha raccontato il caso del Sulcis, in Sardegna, dove decenni di attività minerarie hanno lasciato conseguenze profonde sul territorio e sulle comunità. “È un’area che ha vissuto un estrattivismo sociale e simbolico, ma anche concreto, perché è stata segnata dalla presenza di decine di miniere”, ha spiegato. Un territorio trasformato radicalmente: “Ci sono questi villaggi minerari scenici […], cittadelle nel deserto in un territorio che ha subito lo scempio”.
Una ferita non solo ambientale, ma anche sociale: con la dismissione delle miniere è crollato un intero sistema economico e di vita che aveva rappresentato per lungo tempo una fonte di sostentamento per le comunità locali.
Per Petronelli, guardare a queste trasformazioni significa interrogarsi anche sulle modalità con cui i territori possono ricostruire legami, riconoscere le proprie fragilità e immaginare forme collettive di risposta. Di fronte a questi scenari, la cura emerge come una pratica capace di contrastare le logiche estrattive, ricostruendo relazioni e restituendo centralità alle persone che abitano i territori. “Non dobbiamo pensare solo a proteggere l’albero, ma la persona indigena che vive sotto quell’albero”, ha sottolineato Katherine Pérez Macedo, fondatrice di QispiKay, richiamando la necessità di superare una visione che separa la tutela dell’ambiente da quella delle comunità. La stessa prospettiva è alla base di QispiKay, l’associazione e spazio culturale pensata per le nuove generazioni della diaspora peruviana, con l’obiettivo di creare luoghi di incontro, confronto e ricerca identitaria. Il progetto valorizza un’idea di identità plurale e in trasformazione, in cui memoria e radici diventano strumenti di partecipazione, consapevolezza ed emancipazione.
Le contromappe dell’estrattivismo raccontano così una geografia diversa: non quella dei luoghi da cui estrarre valore, ma quella delle comunità che custodiscono relazioni, conoscenze e memorie. È in questo spazio che la cura assume un significato politico: un modo per trasformare le ferite lasciate dallo sfruttamento in nuove forme di partecipazione, solidarietà e costruzione collettiva del futuro.
Il festival, realizzato grazie al progetto YOU(th)CARE for Change promosso da COSPE e cofinanziato dall’Unione Europea, si è svolto a Fir4enze dal 10 al 12 luglio 2026. E’ nato per promuovere comunità capaci di prendersi cura dei luoghi che abitano attraverso partecipazione giovanile, innovazione sociale e rigenerazione urbana, ed è stato organizzato dalla community Transistor insieme alla rete Care Network e a numerose realtà locali.





