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Trasporti marittimi, le pressioni Usa stanno portando fuori rotta l’accordo sulla decarbonizzazione

L’amministrazione Trump minaccia di nuovi dazi i Paesi (compresi quelli europei) che sosteranno l’intesa già provvisoriamente raggiunta sotto il cappello dell’International maritime organization
 |  Trasporti e infrastrutture

Il Segretario generale dell'Imo (International maritime organization) Arsenio Dominguez si è recato a Bruxelles nei giorni scorsi allo scopo di sollecitare la Commissione europea a rivedere le proprie posizioni in relazione all’accordo globale sulla cosiddetta “navigazione verde”, sostenendo che è necessario (e doveroso) ricercare un compromesso accettabile per tutte le parti, inclusi gli Usa del presidente Trump, per mantenere alto il livello di attenzione e proseguire verso la ricerca di una posizione negoziale accettata da tutte le parti.

Tuttavia, prima di affrontare l’analisi di questi ultimi fatti, riteniamo opportuno partire da un dato significativo sugli effetti climatici derivanti dalla navigazione marittima: è noto, infatti, che il trasporto marittimo, è direttamente responsabile di circa il 13% delle emissioni di gas a effetto serra prodotte complessivamente dall’intero comparto dei trasporti. Va anche richiamato che l'Unione europea ha già elaborato un’ambiziosa strategia, adottando una significativa serie di iniziative atte a ridurre le emissioni generate dai trasporti marittimi europei, cercando al contempo di mantenerli competitivi.

Tuttavia, non possiamo tralasciare il fatto che l'Ue opera, nell'ambito dell'Im. Tutti i 27 Stati membri dell'Unione europea sono infatti membri di diritto dell'Imo – che, per inciso, è un’Agenzia specializzata dell’Onu, il cui principale compito si lega alle risoluzioni delle problematiche ambientali collegate col mondo dello shipping e che, tra le sue priorità, ha anche inserito la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra prodotte dalle navi. Da ultimo, nel luglio 2023 è stata adottata la “strategia Imo per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra”, con la precisa ambizione di azzerare le emissioni di gas ad effetto serra del comparto entro il 2050 circa.

Queste linee d’azione sono state approvate dal “Comitato per la protezione dell'ambiente marino” durante l’83ª sessione (Mepc 83) svoltasi a Londra dal 7 all'11 aprile 2025; per completare il quadro conoscitivo, aggiungiamo che le misure contenute nel cosiddetto “net-zero emission” includono un pacchetto di elementi tecnici ed economici per il settore marittimo volti a inserirlo in una rapida transizione, verso l’ambizioso obiettivo di raggiungere le emissioni zero entro il 2050. Sempre nel pacchetto di misure troviamo, inoltre, uno standard globale sui carburanti marini, che fissa gli obiettivi di riduzione dell’intensità dei gas serra per ogni anno fino al 2035, oltre alle sanzioni comminate per il mancato raggiungimento dei target; infine, prevede un nuovo standard sui carburanti per le navi e un meccanismo globale di tariffazione delle emissioni.

Queste misure sono poi state formalmente adottate nell'ottobre 2025 – l'entrata in vigore è prevista per il 2027 – e diventeranno obbligatorie per le grandi navi oceaniche con un tonnellaggio superiore a 5.000 tonnellate lorde (Tsl), che sono responsabili dell'85% del totale della CO2 emessa derivante dal trasporto marittimo internazionale.

Malauguratamente, questa lungimirante pianificazione comunitaria, protesa a ricercare le migliori soluzioni per ridurre al massimo gli inquinamenti atmosferici con ricadute sul clima – abbiamo in precedenza visto che vengono anche definiti gas climalteranti – ha subito una netta interruzione dovuta al fatto che, nello scorso ottobre, i negoziati svoltisi all’Imo e riguardanti l’accordo globale finalizzato ad orientare il settore marittimo verso emissioni nette pari a zero sono falliti in conseguenza del fatto che Washington ha “minacciato sanzioni” – oramai diventate la clava preferita dall’amministrazione americana – contro i Paesi che sostenevano la posizione, anche se solo provvisoriamente concordata.

Ricordiamo che i Paesi dell’Ue avevano inizialmente sostenuto una bozza d’accordo con standard ambientali relativamente rigorosi; tuttavia, le successive defezioni della Grecia e di Cipro (entrambi Stati a fortissima vocazione marittima e dove il ceto armatoriale ha un peso politico notevole) hanno, purtroppo, indebolito la posizione del blocco Ue e contribuito al fallimento dell’accordo, con le immaginabili ripercussioni negative per i sostenitori della difesa climatica, già oggi percettibilmente fortemente compromessa.

Prima dell'annullamento dell'accordo da parte della seconda amministrazione di Donald Trump, questo sostenuto dalle principale lobby dell'industria marittima, come anche dalla maggior parte degli Stati, inclusi l'Unione europea, il Giappone, la Cina, la Gran Bretagna e gli stessi Stati Uniti.  Il voltafaccia dell’amministrazione a stelle e strisce, purtroppo, causerà un significativo ritardo nel complesso procedimento tecnico-industriale legato alla decarbonizzazione delle emissioni climalteranti prodotte dai motori endotermici delle navi, e le ricadute ambientali graveranno sull’umanità intera, che continua a sperimentarli giorno dopo giorno.

Aurelio Caligiore, Ammiraglio Ispettore del Corpo della Guardia Costiera

Da oltre quarant’anni Ufficiale della Marina Militare del Corpo della Guardia Costiera, l’Ammiraglio Ispettore Aurelio Caligiore è da sempre impegnato in attività legate alla tutela dell’ambiente. Nell’ultimo decennio è stato Capo del Reparto ambientale marino delle Capitanerie di Porto (RAM) presso il ministero dell’Ambiente. Attualmente è Commissario presso la Commissione Pnrr-Pniec del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).