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Quando scompariranno i distributori di benzina

Cala l'uso dei combustibili fossili, pianificazione e coordinamento per prevenire un collasso caotico
 |  Trasporti e infrastrutture

Mentre il mondo si sposta verso fonti di energia rinnovabili, lo studio “Fossil energy minimum viable scale”, pubblicato recentemente su Science dagli statunitensi Joshua Lappen ed Emily Grubert della Keough School of Global Affairs dell’University of Notre Dame, avverte che «La mancanza di pianificazione per l'abbandono dei combustibili fossili potrebbe portare a un collasso disordinato e pericoloso dei sistemi esistenti, prolungando la transizione verso l'energia verde».

Secondo la Grubert e Lappen, «I sistemi basati sui combustibili fossili potrebbero essere molto più fragili di quanto presuppongono gli attuali modelli energetici».
La Grubert, del Pulte Institute for Global Development della Keough School, che studia come le reti energetiche crescono e si restringono nel tempo, spiega che «I sistemi progettati per essere grandi e in crescita si comportano diversamente quando si restringono. Ignorare questo cambiamento mette a rischio tutto, dal successo dell'energia verde alla sicurezza e all'affidabilità di base della nostra energia».

I due ricercatori hanno introdotto il concetto di "minimum viable scale”, una soglia di produzione al di sotto della quale un sistema basato sui combustibili fossili non può più funzionare in modo sicuro o economico e fanno esempi di vulnerabilità in tre settori principali:
Raffinerie di petrolio: la maggior parte delle raffinerie non è in grado di operare normalmente a bassa capacità e probabilmente ha "limiti di riduzione", ovvero una capacità operativa minima, di circa il 65-70%. Se la domanda di benzina dovesse diminuire drasticamente a causa dell'adozione di veicoli elettrici, ad esempio, una raffineria potrebbe non essere più in grado di fornire altri prodotti come il carburante per aerei o l'asfalto.

Gasdotti: man mano che i clienti passano al riscaldamento e al raffreddamento elettrici, coloro che rimangono collegati alla rete del gas dovranno sostenere i costi fissi di manutenzione di chilometri di condotte. Questo può creare una "spirale mortale" in cui l'aumento dei costi allontana i clienti.

Produzione di carbone: gli autori dello studio evidenziano un "vincolo gestionale" che lega indissolubilmente il destino delle miniere di carbone e delle centrali elettriche. La chiusura di una singola centrale può rendere non più redditizia una miniera locale. Al contrario, la chiusura di una miniera può lasciare una centrale elettrica priva della sua specifica fonte di combustibile, dalla quale dipende geograficamente, con conseguenti fallimenti a cascata.

Per la Grubert e Lappen, «E’ improbabile che il declino dei combustibili fossili segua il percorso regolare e lineare descritto spesso negli ipotetici scenari di decarbonizzazione» e identificano gli "scogli" fisici, finanziari e gestionali che potrebbero innescare crisi energetiche localizzate, shock dei prezzi e minacce alla sicurezza ben prima della fine dei combustibili fossili. «I decisori politici si sono concentrati intensamente sullo sviluppo dell'energia verde, ignorando in gran parte il declino controllato degli attuali sistemi che forniscono ancora l'80% dell'energia globale: una svista critica». Lappen fa notare che «Nessuno di questi sistemi è stato progettato pensando alla propria obsolescenza. Nessuno degli ingegneri, dei founding executives, degli economisti o contabili coinvolti ha mai immaginato un sistema che potesse essere trasferito a un altro gradualmente e in sicurezza».

Il pericolo è che questi sistemi siano " networks di reti": «Se un elemento dovesse guastarsi – un oleodotto, un pool di lavoro specializzato o un ente di regolamentazione – l'intero sistema di supporto energetico regionale potrebbe dissolversi». La Grubert aggiunge che «Se si lasciano le decisioni su come tenere aperte o chiudere le attività ai singoli operatori, che non sono in alcun modo coordinati, la situazione può essere estremamente pericolosa».

Dan Gearino di Inside Climate News ha chiesto come si può prevedere quando le infrastrutture dei combustibili fossili entreranno nella loro spirale discendente e la Grubert ha risposto che «Dipende dal sistema di cui stiamo parlando. Ci sono alcuni sistemi in cui ci siamo già arrivati».

Grubert fa l’esempio l'industria siderurgica nel Regno Unito: «Con la chiusura di alcune delle ultime acciaierie private del Regno Unito, lo scorso anno il governo ha approvato l'acquisizione d'emergenza dell'ultima fabbrica che produce acciaio primario, nell'ambito di un piano per preservare i posti di lavoro e garantire la disponibilità di acciaio prodotto localmente per soddisfare i bisogni primari del Paese».

In alcuni Stati degli Usa, la crescente quota di mercato dei veicoli elettrici sta già indebolendo la domanda di infrastrutture per i combustibili fossili. In California, le raffinerie di carburante stanno chiudendo a causa del calo della domanda e dei costi per conformarsi alle normative ambientali.Con la chiusura delle raffinerie, che ne ridurranno il numero a servire un territorio più vasto e a trasportare carburante su lunghe distanze, è probabile che i costi aumenteranno. Questo renderebbe più difficile per le stazioni di servizio restare redditizie. Lappen conferma: «Ci sono molti fattori diversi che potrebbero portare a chiusure sproporzionate e improvvise delle stazioni di servizio. Non si può scendere al di sotto di una certa densità minima di stazioni di servizio».

I due ricercatori avvertono che per evitare l'interruzione dei servizi, l'attuale approccio statunitense basato su salvataggi e fallimenti è inefficiente. Per questo raccomandano ai decisori politici e agli esperti di modelli energetici di prepararsi a 4 soluzioni chiave:
Modellazione ad alta risoluzione: i modellatori energetici dovrebbero sviluppare strumenti che forniscano una rappresentazione ad alta risoluzione delle risorse di combustibili fossili per identificare quando specifiche strutture raggiungono la loro minimum viable scale.

Coordinamento oltre i confini aziendali: i decisori politici devono stabilire strutture di gestione che coordinino le decisioni oltre i confini della singola impresa, per evitare che un solo fallimento inneschi collassi a cascata.

Gestione pubblica per esigenze pubbliche: man mano che i sistemi diventano non redditizi, potrebbero richiedere nuovi investimenti significativi per rimanere sicuri e affidabili nel breve termine, pur mantenendo l'impegno di chiusura. Queste decisioni dovrebbero essere gestite da enti governativi.

Passività garantite: per garantire che i sistemi in declino non vengano semplicemente abbandonati dagli operatori privati, i governi dovrebbero creare meccanismi per garantire il pagamento delle passività a lungo termine, ovvero le “bollette” dovute al termine di un progetto, come lo smantellamento in sicurezza delle centrali elettriche, la bonifica del terreno inquinato o il pagamento delle pensioni ai lavoratori.

I due ricercatori statunitensi sottolineano che «Senza un simile intervento, il periodo di "transizione intermedia" verso un'energia a zero emissioni di carbonio potrebbe essere caratterizzato da instabilità. Se il declino non viene gestito, i conseguenti picchi di prezzo e i problemi di affidabilità potrebbero minare la fiducia del pubblico nella transizione energetica stessa, bloccando potenzialmente i progressi verso il raggiungimento di importanti obiettivi climatici».

Inside Climate News ha chiesto a Grubert e Lappen come possono conciliare la realtà che emerge dal loro studio con il fatto che la domanda di petrolio continua a crescere. La Grubert ha detto che «I modelli sarebbero pressoché corretti se il mondo facesse ben poco per affrontare il cambiamento climatico, ma questo non accadrà».

Lappen critica come vengono elaborate molte previsioni sul sistema energetico, «Inclusa la loro incapacità di prevedere come e quando piccole variazioni della domanda possano avere effetti significativi. La continua sopravvivenza delle industrie dei combustibili fossili dipende da una domanda costante per coprire i costi correnti. Se la domanda rallenta notevolmente, molte imprese non sono in grado di sopravvivere. Il punto più importante è che i rivenditori di benzina potrebbero trovarsi ad affrontare una serie di sfide prima di quanto i loro operatori si rendano conto. Questo diventa un problema sociale se l'infrastruttura di rifornimento si esaurisce più rapidamente della quota di mercato dei veicoli a benzina, lasciando i consumatori in difficoltà per trovare carburante a prezzi accessibili per recarsi al lavoro e vivere la propria vita».

Può sembrare che lo studio di Grubert e Lappen chieda un rallentamento della transizione energetica. Semmai, afferma il contrario, richiamando l'attenzione sui problemi che si verificano quando una nuova tecnologia si afferma e quella vecchia è riluttante a lasciarle il passo.

Intanto governi come quello di Donald Trump e di Giorgia Meloni e le industrie dei combustibili fossili stanno facendo di tutto per prolungare questo periodo di transizione. Una scelta politica arretrata che ha costi concreti, con compagnie automobilistiche come General Motors, Ford e FIAT/Stellantis devono costruire e vendere gamme complete di veicoli a benzina, mentre i concorrenti possono concentrarsi maggiormente sui veicoli elettrici.

La Grubert conclude: «Saremo più creativi e avremo maggior successo se pensiamo a questo processo al di fuori del momento di crisi. Concentrare maggiormente l'attenzione sul comportamento dei sistemi fossili in declino può aiutare a trovare soluzioni tempestive».

Umberto Mazzantini

Scrive per greenreport.it, dove si occupa soprattutto di biodiversità e politica internazionale, e collabora con La Nuova Ecologia ed ElbaReport. Considerato uno dei maggiori esperti dell’ambiente dell’Arcipelago Toscano, è un punto di riferimento per i media per quanto riguarda la natura e le vicende delle isole toscane. E’ responsabile nazionale Isole Minori di Legambiente e responsabile Mare di Legambiente Toscana. Ex sommozzatore professionista ed ex boscaiolo, ha più volte ricoperto la carica di consigliere e componente della giunta esecutiva del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.