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Il crollo in Borsa di Stellantis? Colpa della «transizione sospesa», non di norme Ue o dell’elettrico in sé

È questa l’analisi presentata dal responsabile Politica trasporti di Ecco Massimiliano Bienati, che sottolinea le responsabilità dell’azienda d’auto ma anche l’assenza di politiche stabili e coerenti da parte del governo per far fronte a una domanda di elettrico che pure si è vista con evidenza, tanto in Italia quanto e soprattutto nel resto d’Europa
 |  Trasporti e infrastrutture

Il problema non sono le norme europee. E nemmeno l’elettrico in sé, è il problema. Se Stellantis ha registrato un tonfo del 24% in Borsa la scorsa settimana è per via di quella che il responsabile Politica trasporti di Ecco Massimiliano Bienati definisce la «transizione sospesa». Il gruppo, spiega, sconta il ritardo accumulato negli investimenti sull’elettrico, una «incoerenza tra l’entità degli investimenti industriali effettuati sulle tecnologie elettriche e una strategia aziendale che, sul piano commerciale e di portafoglio modelli, ha continuato a privilegiare le motorizzazioni tradizionali e ibride per massimizzare i margini di guadagno nel breve periodo». Mentre la concorrenza globale, accelera su tecnologie pulite e costi ridotti, Stellantis si trova con una gamma elettrica ancora limitata. L’analisi pubblicata dal think tank sul clima sottolinea che l’incertezza politica sulle scadenze del Green deal e l’assenza di una chiara politica industriale italiana hanno aggravato la situazione. La soluzione proposta non è frenare la transizione, ma accelerarla con investimenti mirati sulla filiera delle batterie, sull’energia a basso costo e su modelli accessibili, per evitare che l’Italia rimanga ai margini della nuova mobilità globale.

A dimostrazione del fatto che il problema non è la scarsità di domanda per l’elettrico, Bienati ricorda che nei mercati dei Paesi soggetti al regolamento europeo sugli standard di emissione di CO2 di auto e furgoni, nel 2025 sono state vendute oltre 2 milioni di auto elettriche a batteria, il 19% del totale, in crescita di 4 punti percentuali rispetto al 2024 -più di ogni altra alimentazione- e il doppio della crescita del mercato europeo complessivo. «Il crollo in Borsa riflette una responsabilità industriale precisa», scrive il responsabile Politiche trasporti di Ecco, e cioè che «a fronte di investimenti già effettuati, non è emersa la capacità di trasformarli in vendite e quote di mercato, nonostante un mercato in crescita».

Alle responsabilità proprie di Stellantis, si affianca poi un contesto tutto italiano, perché al di là del fuoco di paglia costituito dal bonus rottamazione, nel nostro paese le politiche pubbliche a sostegno della domanda elettrica non hanno fornito adeguati segnali stabili e coerenti. «È legittimo chiedersi se le stesse decisioni di svalutazione degli asset elettrici sarebbero state assunte in presenza di un mercato nazionale allineato a quello degli altri paesi europei – si legge sul sito del think tank Ecco – sostenuto da politiche di incentivo alla domanda stabili e da una struttura fiscale e parafiscale dell’energia, funzionale a rendere i costi di utilizzo del veicolo elettrico realmente competitivi rispetto a quelli di motorizzazioni a benzina e gasolio».

Guardando non al passato ma al futuro, il rischio sottolineato è che ora in assenza di una politica industriale e di una domanda in grado di rendere il mercato domestico dell’elettrico più prevedibile e attrattivo, gli stabilimenti italiani rimangano vincolati a produzioni in segmenti a minor valore aggiunto. Mentre, allargando lo sguardo dalla sola Italia a quel che si muove nell’Unione europea, l’esperto di Ecco sottolinea che la revisione del Regolamento europeo sugli standard di CO2 per le auto «rischia di risultare controproducente qualora si traducesse in uno strutturale indebolimento del percorso verso l’elettrificazione»: «Un allentamento normativo non inserito nel quadro della più ampia strategia del Green deal e per l’autonomia strategica europea aumenterebbe l’incertezza, rafforzando l’incentivo per i costruttori a prolungare l’estrazione di valore dalle tecnologie tradizionali anziché accelerare la costruzione del mercato e del know-how industriale sulle tecnologie elettriche, con il rischio di un’ulteriore perdita di competitività dell’industria automobilistica europea su scala globale». Conclude dunque Bienati: «Le proposte di revisione avanzate dalla Commissione europea, se interpretate come un aggiustamento volto a garantire flessibilità operativa senza compromettere la certezza degli obiettivi di lungo periodo, possono contribuire a stabilizzare le aspettative di mercato e a riallineare gli incentivi industriali lungo una traiettoria di competitività. Ciò richiede, tuttavia, un impegno più deciso sia dei costruttori, sia degli Stati membri nel rafforzare le condizioni economiche e strutturali della domanda elettrica. In assenza di questo coordinamento, il rischio è che la transizione si traduca in una sequenza di investimenti industriali sottoutilizzati e in una perdita duratura di competitività».

Redazione Greenreport

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