
Stop a extra-costi per il Ponte sullo Stretto: la Ragioneria generale dello Stato blocca il decreto Infrastrutture

La Ragioneria generale dello Stato ha bloccato il decreto Infrastrutture approvato dal governo a febbraio, rimandandolo al Consiglio dei ministri per una serie di correzioni riguardanti il ponte sullo Stretto di Messina. La richiesta del dipartimento del ministero dell’Economia e delle finanze guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti è perentoria: l’opera deve essere realizzata «senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica», restando entro il limite dei 13,5 miliardi già stanziati. E all’altro leghista Matteo Salvini, principale sponsor del Ponte, non resta che fare buon viso a cattivo gioco, facendo diramare dall’ufficio stampa del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti una nota in cui si afferma che è confermata la cifra di 13,5 miliardi e dichiarando che non fisserà più date per l’avvio dei cantieri: «In quest’anno non do più scadenze mensili, perché ho imparato che fra ricorsi, controricorsi, Corte dei conti e comitati del no, prima voglio vedere la carta e poi partono i lavori».
Una brutta malaparata, che consente alle forze di opposizione di infierire. «Salvini scrive decreti sul Ponte sullo Stretto senza nemmeno passare dagli apparati dello Stato, e poi arriva la Ragioneria a fermarlo e a correggerlo», attacca il deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, da sempre in prima linea contro il Ponte. «Il decreto infrastrutture dovrà tornare in Consiglio dei ministri perché la Ragioneria ha imposto che tutte le procedure per far ripartire il progetto del Ponte siano fatte senza nuovi o maggiori costi per lo Stato», sottolineano Marco Simiani e Anthony Barbagallo, capigruppo Pd nelle commissioni Ambiente e Trasporti della Camera, sottolineando che le modifiche al decreto Infrastrutture richieste dalla Ragioneria «confermano la sonora bocciatura» del progetto che dovrebbe essere quindi «accantonato definitivamente».
Nel dettaglio, la Ragioneria ha rispedito al mittente il decreto perché conteneva maglie troppo larghe che avrebbero potuto permettere futuri extra-costi attualmente non coperti. Per questo ha imposto l’inserimento esplicito della formula «senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». In pratica, questo vuol dire che qualsiasi attività amministrativa, tecnica o burocratica necessaria per sbloccare i cantieri deve essere pagata entro il limite dei 13,5 miliardi già stanziati. Una cifra che, va comunque ricordato, è più del triplo rispetto a quella prevista dal progetto datato 2005 ed è anche di due miliardi superiore alla spesa preventivata nel 2023 quando il governo, su impulso di Salvini, ha lanciato l’operazione Ponte.





