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Costo dell'operazione: mezzo miliardo di euro

Tagliate le accise, il prezzo di benzina e gasolio cala di 25 centesimi. Ma l’offerta del governo scade tra 20 giorni

Varato il “decreto carburanti” per far fronte al caro energia innescato dalla guerra in Iran. L’opposizione attacca per la tempistica: è una mancetta elettorale che arriva a tre giorni dal referendum sulla giustizia. Intanto, invece di spingere sulle auto elettriche, il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin va a Bruxelles proponendo di esplorare «nuovi motori e carburanti neutri»
 |  Trasporti e infrastrutture

È un po’ come «il nostro amore appena nato è già finito», come cantava Mina in una canzone che portava le firme di Maurizio Costanzo ed Ennio Morricone. Invece di quei tre giganti, a Palazzo Chigi ci si sono messi in cinque, tra premier e ministri (Economia, Ambiente, Made in Italy e Agricoltura), e alla fine hanno partorito il “decreto carburanti”, ma la storia è un po’ la stessa: per far fronte al caro energia innescato dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, il governo ha approvato un provvedimento che prevede una riduzione della tassazione sui carburanti e dunque una diminuzione del prezzo alla pompa di 25 centesimi al litro per gasolio e benzina e di 12 centesimi al chilo per il gpl. Tutto bene? Insomma. Primo, perché vale soltanto 20 giorni: appunto, il tempo di risparmiare magari su un paio di rifornimenti e il sollievo per le tasche degli italiani è già finito (questo non lo dice la premier Giorgia Meloni nel videomessaggio che ci ha tenuto a fare per l’occasione, ma tant’è). Secondo, perché è stato varato con un paio di settimane di ritardo da quando il prezzo degli idrocarburi s’è impennato e, guarda caso, arriva ora che siamo a tre giorni da un referendum sulla giustizia su cui il governo si gioca una bella quota di credibilità e autorevolezza, lasciando gioco facile a un’opposizione che parla di «mancetta elettorale».

Già oggi chi va al distributore potrà notare l’abbassamento dei prezzi e sicuramente la misura del taglio delle accise approvata ieri dal governo farà partire con meno pensieri chi ha intenzione di muoversi in macchina per Pasqua. Ma cosa succede dal 7 aprile, quando lo sconto già non sarà più valido? Davvero il governo pensa che una situazione così complicata come quella che si sta verificando in Medio Oriente sarà risolta tra neanche tre settimane? Tra l’altro, se in Italia il gasolio è aumentato in percentuale molto di più della benzina è anche per una basilare questione di domanda e offerta: il blocco dello Stretto di Hormuz ha ridotto l’offerta proprio mentre aumentava la domanda, perché oltre che per il trasporto merci il gasolio è il carburante più utilizzato dai macchinari agricoli, che tradizionalmente lavorano di più nel periodo primaverile. E allora, se già nei giorni scorsi il diesel ha superato di gran lunga i 2 euro al litro, è facilmente immaginabile a che cifre possa arrivare dal 7 aprile in poi.

Ma infine, non va tutto bene con questo decreto carburanti perché costa allo Stato mezzo miliardo di euro e non risolve una situazione che può essere risolta solo in un modo: riducendo la dipendenza dell’Italia, anche per quanto riguarda lo specifico settore dei trasporti, dall’import di idrocarburi. Chi legge il nostro giornale sa bene sia quanto costino i ritardi nella transizione energetica, considerando che per l’immobilismo del nostro Paese importiamo gas e petrolio per 46 miliardi di euro l’anno, sia quanto siamo indietro rispetto al resto d’Europa per diffusione di auto elettriche: il bonus rottamazione dello scorso autunno ha portato il market share dei veicoli a batteria dal 4,4% del 2024 al 6,2% del 2025, che è ben misera cosa rispetto al 19,6% della Francia (in crescita di 2,5 punti rispetto allo stesso periodo del 2024) e dal 18,8% in Germania (+5,4 punti rispetto 2024), per non parlare del 22,8% nel Regno Unito (+4,1 punti).

Ma nonostante ciò, il governo ancora non si decide a mettere in campo misure strutturali per incentivare l’acquisto di auto non provviste di motori endotermici. E anzi, ancora due giorni fa proprio il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, rilanciava una non meglio specificata strategia dell’Italia per «motori e carburanti neutri». Invece di spingere sui veicoli a batteria, ha detto a Bruxelles intervenendo in Consiglio Ambiente sul regolamento CO2 auto e furgoni: «Vogliamo rafforzare gli obiettivi climatici, aggiungendo nuove opzioni all’elettrico. Per questo riteniamo fondamentale introdurre una categoria di veicoli alimentati esclusivamente con carburanti CO2-neutrali, coerentemente con la Legge europea per il clima. La nostra - ha aggiunto il ministro - non è una posizione di parte. Siamo tutti consapevoli che l’Europa può diventare avanguardia nello studio e sviluppo di nuovi carburanti e nella ricerca e sviluppo di nuovi motori neutri per il clima».

È un po’ come col nucleare: il governo insiste su questo fronte anche se partiamo da zero (anzi, da sotto zero, considerando che ancora non è stato individuato un sito per il Deposito nazionale delle scorie, che non sarà pronto prima del 2041) invece di accelerare sulle già disponibili rinnovabili (per le quali anzi la crescita è in frenata). Allo stesso modo sui trasporti: invece di accelerare sui veicoli elettrici, il governo vuole ora esplorare la possibilità di arrivare a non ben definiti «nuovi motori» e «nuovi carburanti». Il motivo? Lo dice Pichetto Fratin nel seguito della dichiarazione: «Se vogliamo evitare che i nostri cittadini siano costretti a guardare ai populismi, alle soluzioni drastiche, dobbiamo pensare fuori dagli schemi, senza limitarci a soluzioni tampone e limitate da rigide percentuali, pur fondamentali per dare ossigeno alle aziende». E poi: «La nostra proposta consente di superare una delle principali contraddizioni dell’attuale approccio basato esclusivamente sulle emissioni allo scarico: l’idea che una piccola utilitaria e un grande Suv, se elettrici, abbiamo entrambi una impronta pari a zero».

Non è del tutto chiaro quel che intende il ministro dell’Ambiente, però un paio di concetti sì, lo sono. Il primo: l’impegno ad abbassare le emissioni del settore trasporti (annacquato in Europa anche grazie all’intervento italiano) e la soluzione offerta dalle auto elettriche rientrano nelle categorie dei «populismi» e delle «soluzioni drastiche». Il secondo: non bisogna limitarsi alle «soluzioni tampone». Giusto. Lo dica al governo, che ha approvato un decreto per ridurre i rincari di benzina e gasolio che vale solo per 20 giorni.

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.