
Gli esperti di T&E bocciano il decreto carburanti: «Invece di accelerare sulle rinnovabili si ripete un errore costato 7,6 miliardi»

Il taglio indiscriminato delle accise previsto dal “decreto carburanti” è un errore costoso e strutturalmente inefficace, come si è già visto nel 2022 e come a breve si vedrà di nuovo. Questa è la valutazione con cui l’associazione di settore Transaport & Environment commenta il provvedimento varato la scorsa settimana dal governo per far fronte al caro energia innescato dai bombardamenti statunitensi e israeliani in Iran e dal conseguente blocco dello Stretto di Hormuz. Piuttosto che seguire ricette che già in occasione della guerra in Ucraina sono costate parecchio alle casse dello Stato senza portare alla soluzione sperata, l’associazione invita Palazzo Chigi a seguire il modello spagnolo, che privilegia la riduzione dei costi elettrici e investimenti massicci nelle rinnovabili per abbattere la dipendenza dai combustibili fossili. Dice il direttore di T&E Italia, Andrea Boraschi: «L’Italia è sulla strada per replicare gli errori già fatti nel 2022, quando le politiche per calmierare il caro carburanti costarono, in soli 9 mesi, oltre 7 miliardi e mezzo di euro pubblici, e non cambiarono di una virgola i problemi del Paese. Che infatti si ripresentano identici, e che possono riassumersi in una formula: una cronica dipendenza dall’import di combustibili fossili. Si può ancora rimediare: il governo Meloni guardi a quanto sta facendo la Spagna»
Nel Paese iberico, il governo Sanchez ha varato un piano anticrisi di 5 miliardi, con cui si interviene anche sui consumi elettrici: in totale, la riduzione della pressione fiscale sull'elettricità sarà pari al 60%. Misure sono previste anche per l’Iva sui carburanti, che passerà dal 21% al 10%, con un risparmio effettivo fino a 30 centesimi al litro; agricoltori, allevatori, pescatori e autotrasportatori beneficeranno di uno sconto di 20 centesimi per litro di carburante, per evitare di trasferire sui beni di largo consumo il caro energia.
Non solo: il governo spagnolo ha attuato politiche a favore di eolico e solare che hanno fatto sì che le energie rinnovabili generino ormai quasi il 60% dell'energia elettrica nel paese. Ha inoltre previsto sconti straordinari sul bonus sociale elettrico e rafforzamento del bonus sociale termico, proroga del divieto di interruzione delle forniture essenziali per le famiglie vulnerabili; e misure strutturali per la transizione energetica, come deduzioni fiscali per l'installazione di pannelli solari, punti di ricarica per veicoli elettrici, pompe di calore e climatizzazione degli edifici; nonché incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici, l'autoconsumo e per le cooperative energetiche. Le aziende che ricevono aiuti pubblici non potranno licenziare i lavoratori; e ci saranno misure di maggiore flessibilità nei contratti di fornitura elettrica, sia per le imprese che per i lavoratori autonomi.
Secondo un’analisi di T&E, che è la principale associazione europea che si occupa di trasporto sostenibile, l’Italia nella crisi petrolifera del 2022 ha speso esattamente 7,6 miliardi di euro per calmierare i prezzi dei carburanti. Per questo, sottolinea Boraschi, quello che sta facendo il governo spagnolo va osservato con attenzione. «Non riteniamo positivo l’intervento indiscriminato sui prezzi dei carburanti, con il taglio dell’Iva: è una misura che avvantaggia in modo sproporzionato la parte più ricca della popolazione. Ma per il resto, è chiaro lo sforzo di rendere più sostenibili, e quindi incentivare, i consumi elettrici a scapito di quelli petroliferi. La Spagna, tra il 2019 e il 2025, ha raddoppiato la sua capacità di solare ed eolico. Il risultato è che oggi l’elettricità costa oltre il 30% in meno della media europea, la metà che in Italia. Questo costo, peraltro, è uno dei principali fattori di attrazione di investimenti nel Paese, che, al contrario dell’Italia, sta vivendo una positiva crescita economica».
In Spagna la crescita delle fonti rinnovabili (+150% negli ultimi 7 anni) ha avuto effetti positivi sul costo dell’elettricità. Nella prima metà del 2019 i prezzi dell’energia elettrica riflettevano il costo della produzione fossile nel 75% delle ore; nello stesso periodo del 2025, il gas ha determinato il prezzo dell’elettricità solo per il 19% delle ore. Un calo del 56%, mentre in Italia, nello stesso periodo, il calo è stato del 13%: non siamo riusciti a disaccoppiare il prezzo di gas e rinnovabili, con risultati disastrosi sulla bolletta.
In Italia, in particolare, il petrolio soddisfa il 92% del fabbisogno energetico nel settore dei trasporti. Secondo T&E, l’Italia sta facendo troppo poco per ridurre questa dipendenza, che la espone quasi per intero all’import di idrocarburi. Nel 2024 la fattura petrolifera nazionale è stata di quasi 27 miliardi, la componente più costosa del nostro sistema energetico, in leggero calo, negli ultimi anni, solo in virtù di dinamiche congiunturali, cioè ai prezzi o al cambio.
«L’Italia, uno dei Paesi che più soffre della volatilità dei prezzi del petrolio, è anche uno dei più strenui avversari, in Europa, dell’elettrificazione dei trasporti e dei consumi energetici», sottolinea il direttore di T&E Italia. «La cosa, evidentemente, è paradossale. Potrebbe essere dovuta alla volontà di avvantaggiare la sua principale azienda nazionale, l’Eni, di cui lo stato è anche il maggiore azionista. Ma di certo questo non avvantaggia i cittadini. Chiediamo che in una fase di estrema difficoltà, il governo rifletta con più attenzione su come impiegare risorse pubbliche per aiutare la cittadinanza».





