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Le imprese del marmo di Carrara provano a rimangiarsi l’impegno sulla lavorazione locale

Chiedono 2 anni in più e il Comune sembra disposto darglieli. Legambiente: «Ciò che non deve accadere è una proroga generalizzata del periodo transitorio»
 |  Toscana

Due anni fa, le imprese del marmo di Carrara sottoscrissero convenzioni col Comune impegnandosi a lavorare in loco almeno il 50% del materiale estratto, ottenendo così la proroga delle concessioni fino al 2042. Oggi, quelle stesse imprese chiedono due anni aggiuntivi per adempiere all’obbligo e l’Amministrazione Comunale mostra ampie “aperture”, arrivando addirittura a ipotizzare qualche settimana fa una richiesta alla Regione per modificare la Legge 35.

Ma tutti gli studi confermano che l’occupazione generata dalla filiera della trasformazione è molto maggiore di quella prodotta dalla sola escavazione. È perciò fondamentale che la lavorazione locale di almeno il 50% dell’estratto continui a essere un obbligo; tanto più che la recente legge regionale 52/2025 introduce questo requisito anche nei bandi di gara.

«Da sempre la città sostiene il peso di un modello economico estrattivista che, facendo ricadere sulla collettività i costi ambientali e finanziari, ha visto le montagne erose dall’estrazione di pochi blocchi e troppi detriti, a fronte di profitti vertiginosi per le aziende e con una parallela drastica riduzione dei posti di lavoro – spiega Maria Paola Antonioli, presidente di Legambiente Carrara – È evidente come l’attività estrattiva porti benefici esigui alla cittadinanza: se si accetta di consentirla, è solo per il risvolto occupazionale, fermo restando l’obiettivo di una graduale ma sensibile riduzione dei quantitativi estratti».

Ma se l’ipotesi della modifica alla Legge 35 sembra per ora accantonata, le pressioni delle imprese per rinviare l’obbligo di filiera corta restano insistenti, e la giunta cittadina non pare intenzionata a “tenere la schiena dritta”.

«Se esistono difficoltà oggettive per le aziende più piccole, lo si dimostri con rigore scientifico e trasparenza: si dica quali sono le cave inadempienti, si rendano noti i volumi estratti, i numeri relativi all’occupazione e i valori economici fatturati coi relativi utili in gioco – aggiunge Fausto Ferruzza, presidente di Legambiente Toscana – Ciò che non deve accadere è una proroga generalizzata del periodo transitorio: sarebbe l'ennesima scorciatoia per rinviare l’applicazione di norme nate per garantire una gestione sostenibile di un bene comune: gli agri marmiferi. Si eviterebbe così di perpetuare quella «sequenza di plurisecolari inefficienze dell’amministrazione» già stigmatizzata dalla Corte Costituzionale nella sentenza 228/2016».

Redazione Greenreport

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